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Indagine conoscitiva sul calcio professionistico
(Camera dei Deputati – VII Commissione)
Intervento del Presidente del CONI
(14 settembre 2006, h.12.00)  

"Ringrazio il presidente Folena e la Commissione per aver programmato questa audizione, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle recenti vicende relative al calcio professionistico, e desidero anzitutto sottolineare di avere condiviso la proposta di dare corso a questa indagine, non solo per la rilevanza e l’attualità dei temi oggetto della stessa, ma soprattutto perché ritengo che il Parlamento, che sempre più spesso è chiamato a legiferare in materia di sport, non possa prescindere da una conoscenza quanto più completa e approfondita della realtà del calcio italiano e dei problemi che lo riguardano. Conoscenza peraltro che parte da una valida base costituita dalle risultanze dell’indagine conoscitiva condotta da questa Commissione nel corso della precedente legislatura.

Eviterò pertanto di tornare su tematiche già trattate o di dilungarmi nel dettaglio dei numeri che evidenziano l’assetto organizzativo del pianeta calcio, con le sue 15.000 società e associazioni sportive, le 710.164 partite ufficiali, i 14 milioni di spettatori negli stadi, i 23 milioni in televisione, i 44 milioni di italiani che seguono il calcio, i 9 milioni di lettori di giornali sportivi, il giro d’affari di oltre 6 miliardi di euro. 

Questa indagine si colloca in un momento particolare dello sport italiano.
E’ ancora viva l’eco della grande festa per l’esaltante conquista della Coppa del Mondo da parte della Nazionale italiana di calcio, un evento indimenticabile che suggella un mese fantastico, che ha appassionato il Paese al di là dello spettacolo sportivo, che ha risvegliato nei cittadini, in Italia e all’estero, l’orgoglio di essere italiani.
L’emozione di milioni di persone che si stringono intorno alla loro Nazionale, che soffrono e che gioiscono per le imprese dei nostri ragazzi in maglia azzurra è qualcosa che ci rende fieri davanti al mondo, come sportivi e come italiani. Un risultato che giunge dopo le lusinghiere prestazioni alle Olimpiadi Invernali di Torino, che avevano confermato la posizione di eccellenza italiana dello sport nel ranking mondiale, già evidenziata alle Olimpiadi di Atene 2004 e alle massime competizioni internazionali in quasi tutte le discipline. Risultati sul piano agonistico che si associano a quelli sul piano della diffusione della pratica sportiva – che abbiamo illustrato nella recente pubblicazione de “I numeri dello sport”  che ho consegnato alla Commissione – e che dimostrano la grande vitalità del movimento sportivo italiano.

Accanto a tali risultati va sottolineata la conferma alla grande tradizione di efficienza dello sport italiano nell’organizzazione di grandi eventi sportivi, una tradizione che ci auguriamo possa continuare con l’assegnazione all’Italia dell’organizzazione dei Campionati Europei di calcio del 2012, la cui decisione è ormai imminente e che garantirebbe al nostro Paese straordinari ritorni non solo in termini di immagine, ma anche a livello economico e di sviluppo sociale.

Peraltro in questi ultimi due mesi le cronache si sono occupate più dello scandalo che ha coinvolto il calcio professionistico che dello sport praticato. Una vicenda che torno a definire di particolare gravità e che proprio in questi giorni sta avendo i definitivi verdetti da parte della giustizia sportiva. Non è certo questo il momento di fare commenti, ma la sensazione che avverto è che si stia facendo tutto con grande serietà e senso di responsabilità, nel rispetto delle regole e della autonomia della giustizia sportiva.
Il Commissario Rossi e si suoi collaboratori stanno operando con l’atteggiamento di decisione e di rigore che la situazione richiede e questo ci conferma della giustezza della scelta che il CONI ha fatto nella nomina del prof. Rossi, una scelta sulla quale peraltro non ho mai avuto alcun dubbio, fin dall’inizio della vicenda.
Le scadenze previste sono state finora rispettate, i campionati sono partiti. Auspichiamo pertanto che,  esaurita la fase della giustizia sportiva ed accertate le responsabilità, si possa passare a quella della riscrittura delle regole, sia sul piano dei regolamenti federali, sia su quello della legislazione statale a cominciare dalla auspicata revisione della legge n. 91 del 1981. Per voltare pagina e ridare dignità a un movimento fatto di milioni di appassionati che merita di essere apprezzato e riconosciuto.
Mi auguro che in Parlamento si apra un ampio dibattito e si giunga all’emanazione, con largo consenso, dei provvedimenti che si riterranno necessari a seguito degli approfondimenti e dei confronti tra le diverse posizioni e pertanto  preferibilmente attraverso lo strumento del disegno di legge ordinario piuttosto che con legge delega, proprio per il rispetto nei confronti del Parlamento che audizioni come questa testimoniano e che tanto più va garantito nell’esercizio della funzione legislativa.

Lo sport, con le sue regole e con i suoi meccanismi, è in grado di far fronte anche a situazioni gravi come quella che stiamo vivendo e dalla quale, ne sono certo, ne uscirà più forte e determinato. La vittoria di Berlino, che fa seguito a tante altre, come quelle di Torino e di Atene dimostrano che il modello organizzativo dello sport italiano funziona e funziona bene. Non occorrono quindi per forza stravolgimenti o riforme globali, ma gli opportuni interventi affinché quanto avvenuto nel calcio professionistico non abbia a ripetersi.

Il CONI, fin dall’inizio, è stato e continuerà ad essere vicino al Commissario con spirito di ampio sostegno e nell’espletamento della funzione di indirizzo e vigilanza che la legge gli assegna. Ovviamente la vigilanza è relativa agli strumenti, alle modalità e ai limiti individuati dalle norme. I criteri per l’esercizio della vigilanza sulle Federazioni e sulle Discipline sportive associate sono quelli indicati nelle delibere emanate dal Consiglio Nazionale, più volte aggiornate nel corso degli ultimi anni, alla luce delle modificazioni intervenute sul piano legislativo e statutario, e da ultimo integrate con la deliberazione n. 1271 del luglio 2004.
Si tratta di una vigilanza prettamente amministrativa, fatta di indirizzi, direttive, approvazione di atti (statuti, regolamenti, bilanci), che può esternarsi in una serie di misure, di cui la più estrema è appunto il commissariamento, laddove vengano riscontrati i presupposti indicati nella legge.
Questo tipo di vigilanza, ulteriormente rafforzata dal d.lgs. N. 15/2004 in relazione ai controlli sulle società sportive professionistiche, ha dimostrato in questi ultimi anni, di dare buoni risultati, in particolare in relazione alle norme per le iscrizioni ai campionati. Proprio in tale settore va sollolineata l’emanazione di specifici criteri da parte del CONI, cui la Federazione ha dovuto adeguarsi, e la costituzione di apposito organismo di controllo in seno all’ente (la COVISP), – composto da illustri economisti ed eminenti accademici – che ha fornito un prezioso apporto. Ciò ha impedito che si ripetessero quelle situazioni di confusione e di incertezza normativa che misero a rischio l’avvio dei campionati 2003/2004. Grazie all’adozione di tali criteri, emanati nell’esercizio della vigilanza, sono stati garantiti il tempestivo varo dei calendari e il regolare svolgimento dei campionati nelle due ultime stagioni.
Positiva è stata la verifica delle esigenze organizzative effettuata nei primi mesi di questi anni su otto federazioni, tra cui la FIGC, in via di completamento sulle altre, che ha permesso di verificare l’efficienza e la funzionalità delle strutture, al fine di ottimizzare il funzionamento ed evitare dispersioni o sovrapposizioni sul piano organizzativo. I risultati dello studio condotto sulla FIGC saranno trasmessi al prof. Rossi per la determinazione che riterrà di assumere al riguardo. Tale vigilanza, che è quella che al CONI compete, quale Federazione delle Federazioni e delle Discipline associate, è stata svolta nel corretto esercizio degli strumenti che la legge assegna al CONI, sia nei confronti della FIGC che delle altre Federazioni. Gli strumenti sono ovviamente quelli della vigilanza amministrativa, molto diversi da quelli a disposizione dell’autorità giudiziaria, come è giusto che sia. Noi dobbiamo complimentarci ed essere grati alla magistratura perché grazie alle sue iniziative, e per gli strumenti di cui può avvalersi, sono venuti alla luce comportamenti e situazioni che ovviamente erano tenuti nascosti da chi li metteva in atto, proprio al fine di impedire che la vigilanza potesse essere esercitata.

Se da questo punto di vista abbiamo agito in piena correttezza, resta però forte l’esigenza di un sistema di garanzie che impedisca il ripetersi di tali vicende. Siamo fiduciosi che il Prof. Rossi, assieme ai suoi collaboratori, grazie anche alla efficace collaborazione offerta dall’autorità giudiziaria, non solo saprà attivare – come sta avvenendo - tutte le procedure per arrivare in tempi brevi all’accertamento delle responsabilità e alle decisioni della giustizia sportiva, ma saprà anche fornire i giusti indirizzi per la riscrittura di quelle regole federali rilevatesi inadeguate.
Il mondo dello sport ha sempre dimostrato, anche in occasione di situazioni critiche verificatesi in passato, di saper affrontare le difficoltà e di prendere le decisioni rapidamente e con grande rigore. Le vicende di questi giorni ci dimostrano che il sistema va rafforzato, con maggiori garanzie rispetto a comportamenti illeciti. Come abbiamo dimostrato riguardo alle norme per l’iscrizione ai campionati, la vigilanza è tanto più efficace quanto più forti sono i mezzi a disposizione. Solo con strumenti più adeguati e pregnanti saremo in grado di esercitare una vigilanza che offra maggiori garanzie. Si tratta cioè di impostare un nuovo sistema di controllo, una “griglia normativa” che concili l’autonomia federale con l’indispensabile rigore che le funzioni pubbliche che siamo chiamati a svolgere richiedono.
Il Commissario ha ampio mandato per la riscrittura delle regole federali ed il CONI continuerà ad essere vicino al Commissario in questo compito così delicato e in questo processo sarà nostro dovere verificare che tutto avvenga nella costante salvaguardia del principio fondamentale dell’ordinamento sportivo: quel principio dell’autonomia che rappresenta il cardine della nostra organizzazione e che non può essere messo in discussione sull’onda emotiva di vicende gravi come quella che stiamo vivendo, ma proprio perché tali devono essere affrontate con l’equilibrio ed il senso di responsabilità di chi deve tutelare non solo il movimento calcistico, ma tutto lo sport italiano.

Il legislatore italiano è sempre stato rispettoso  del principio di autonomia dell’ordinamento sportivo, un principio che rientra a pieno titolo tra quelli fondamentali dell’ordinamento statale e che, da ultimo, è stato espressamente sancito dall’articolo 1 del D.L. n. 220/2003 in materia di giustizia sportiva. Qualsiasi modifica dell’assetto statutario e organizzativo calcistico riteniamo debba pertanto provenire dalla stessa organizzazione del calcio, naturalmente con le prescritte approvazioni, piuttosto che attraverso un intervento legislativo che, seppure apprezzabile nella sostanza e nelle intenzioni, rappresenterebbe una vanificazione del principio di autonomia.

Come evidenziato peraltro nel corso della precedente Indagine Conoscitiva, su due temi specifici il Parlamento dovrà essere chiamato ad aggiornare disposizioni non più rispondenti alla mutata realtà del pianeta calcio.
Mi riferisco in primo luogo alla gestione dei diritti di trasmissione televisiva, per i quali anche alla luce della posizione assunta al riguardo dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, oltre che da questa Commissione, al termine dell’indagine conoscitiva condotta dalla passata legislatura, ribadisco l’auspicio che si decida di abrogare la disposizione del 1999 (legge n. 78/99 di conversione del D.L. n. 15/99) la quale prevede che “ciascuna società di calcio  di serie A e di serie B è titolare dei diritti di trasmissione televisiva in forma codificata”. Anche a seguito della evidente situazione di disparità createsi tra le società di calcio, è ormai opinione comune - ed esistono diverse proposte di legge al riguardo - che si debba tornare alla trattazione collettiva di tali diritti. Non mi sembra però opportuno che la legge individui direttamente criteri e parametri di ripartizione. Penso che la materia debba essere regolata in modo autonomo dallo sport, attraverso la fissazione di nuovi criteri di mutualità, in favore dei club medi e piccoli, sotto la vigilanza del CONI e dell’Antitrust, per evitare posizioni dominanti e conflitti di interesse che, come ha recentemente affermato il Prof. Rossi, possono determinarsi anche a prescindere dalla effettiva volontà dei soggetti. Una diretta regolamentazione da parte del legislatore non appare d’altronde opportuna in un settore nel quale le tecnologie sono soggette a rapide evoluzioni, che costringerebbero a continui mutamenti della disciplina legislativa. 

L’altro provvedimento, non più rinviabile, è la revisione della legge n. 91/81 sul professionismo sportivo, emanata 25 anni fa e non più adeguata né alle esigenze del calcio attuale, né a quelle delle altre discipline professionistiche.

Riteniamo però che la sola riscrittura delle regole del calcio non sia sufficiente per contrastare comportamenti che trovano la loro origine nella carenza di senso etico di chi li mette in atto. Ecco, il nostro impegno dovrà concentrarsi proprio nella promozione e nella tutela dell’etica sportiva. Solo in tal modo si potrà riacquistare la fiducia della gente. Non si tratta infatti solo di dettare nuove regole e di riuscire a farle rispettare, ma anche di recuperare credibilità verso l’esterno, di promuovere fiducia reciproca tra coloro che se ne occupano, di creare un clima sereno, in una parola c’è bisogno di un’etica. Non bisogna però limitarsi alle affermazioni di principio. Esistono precise metodologie in grado di elaborare, promuovere e consolidare l’etica, metodologie che sono complesse e che richiedono una certa pianificazione. A questo metodo dovremo lavorare, per un profondo rinnovamento, per ritrovare l’orgoglio dei nostri valori e della funzione sociale che siamo chiamati a svolgere.

Già due anni or sono, in occasione della mia audizione presso questa Commissione, avevo evidenziato i pericoli di una “monocultura sportiva” basata esclusivamente sul calcio.
A maggior ragione oggi esiste il rischio che a fronte di un progresso sul piano dei risultati agonistici si assista contestualmente ad una progressiva diminuzione della cultura sportiva e dei principi su cui si fonda.
Il calcio è indubbiamente una grande realtà del nostro Paese, sotto il profilo dello spettacolo e per l’enorme diffusione in tutto il territorio; in quanto tale merita la massima considerazione, soprattutto per l’effetto trainante che svolge nei confronti di tutto il movimento sportivo. Il CONI però non intende assistere inerte al progressivo venir meno di alcuni principi fondamentali dell’ordinamento sportivo e in primo luogo a quello della certezza e del rispetto delle regole, per passare a quello dalla lealtà e della compostezza comportamentale, con la conseguente crisi di credibilità delle istruzioni sportive.
Il CONI è la Confederazione delle Federazioni sportive e delle Discipline sportive associate, ed è suo dovere tutelare l’immagine di tutto lo sport italiano, rappresentarne le esigenze e custodire il patrimonio di cultura sportiva del Paese, attraverso i suoi poteri di indirizzo, coordinamento e vigilanza che la legge gli ha assegnato e che nessuna normativa ha fatto venir meno, anche con la privatizzazione delle Federazioni sportive nazionali.

Certamente in questo difficile compito il CONI non può essere solo e ci auguriamo pertanto che il Tavolo nazionale dello sport, insediatosi a fine luglio, possa essere un utile strumento di sinergia tra tutte le componenti istituzionali coinvolte, a cominciare dalla Scuola, che rappresenta il passaggio più delicato e rilevante per l’ulteriore diffusione della pratica sportiva nel Paese e per la creazione di una autentica cultura sportiva tra i cittadini, da realizzarsi anche attraverso una politica di sport per tutti che venga incontro alle esigenze di carattere sociale insite nello sport.
A questo riguardo, a conclusione di questo mio intervento, vorrei lanciare un grido di allarme per le necessità di carattere finanziario che mettono a rischio la programmazione e lo svolgimento delle attività sportive.
L’attuale sistema di finanziamento, previsto dalla legge finanziaria 2005 fino al 2008, rischia infatti di non coprire integralmente le esigenze dell’organizzazione sportiva, anche alla luce dell’annunciata intenzione del Ministero dell’Istruzione di ridurre drasticamente gli stanziamenti in favore dell’attività motoria e sportiva nell’ambito scolastico, che costituisce il nodo cruciale per lo sviluppo di una efficace politica di sport per tutti e di lotta ai danni alla salute provocati dalla sedentarietà, come dimostrano i preoccupanti dati relativi all’alta percentuale di obesità tra gli studenti italiani, rilevati recentemente dall’Istat.

Nei programmi del CONI è previsto un potenziamento degli interventi in questo settore, in particolare nell’ambito della scuola primaria, ma a fronte dell’assenza o del venir meno degli stanziamenti dei ministeri direttamente coinvolti – in primo luogo Istruzione e Salute – l’onere per il CONI diventerebbe insostenibile."

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