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quartetto1 spadaUna giornata incredibile quel 18 settembre del 2000, dalle mille emozioni, con una doppia rimonta che valse all’Italspada il secondo titolo olimpico consecutivo. Gli spadisti azzurri affrontarono la prova a squadre reduci dalla cocente delusione patita nell’individuale, che li aveva visti ben lontani dalla zona medaglie. Il torneo a squadre rappresentava una sorta di rivincita, ma soprattutto c’era da difendere il titolo conquistato quattro anni prima ad Atlanta. Il Commissario Tecnico Andrea Candiani aveva puntato su un quartetto variegato, formato dai campioni olimpici uscenti Angelo Mazzoni e Maurizio Randazzo e dagli esordienti Paolo Milanoli ed Alfredo Rota.

 

Il milanese Mazzoni, alla sua sesta Olimpiade, era il leader indiscusso con i suoi 39 anni; mentre, il siciliano Randazzo, formatosi nel C.S. Casale, sotto la guida dello zio Pasquale Ippolito, di anni ne aveva trentasei. C’era poi Milanoli, un novarese eccentrico, che in pedana sapeva dare spettacolo, contrariamente al milanese Rota, dal carattere diametralmente opposto, che faceva della freddezza la sua arma migliore. Undici i paesi in gara all’Exhibition Centre di Sydney, che si affrontarono in sfide ad eliminazione diretta.

 

Nel turno preliminare, Ungheria, Australia e Bielorussia eliminarono rispettivamente Estonia, Cina ed Austria. L’Italia, invece, entrò in gara nei quarti di finale, opposta ai padroni di casa. La sorte era stata benevola nei confronti degli azzurri, che si ritrovarono in una parte del tabellone più agevole rispetto a quella occupata dalle squadre più forti: Francia, Ungheria e Cuba. Gli azzurri, senza troppi patemi, sconfissero per 45 a 34 l’Australia (Gerry Adams, Nick Heffernan, David Nathan) nel match meno equilibrato dei quarti. Francia, Cuba e Corea del Sud, invece, se la cavarono per una sola stoccata con Ungheria, Germania e Bielorussia.

 

In semifinale, di contro, la sfida con i coreani fu un’autentica battaglia. La Corea del Sud aveva nelle sue fila Lee Sang-Gi, bronzo due giorni prima nella prova individuale; Yang Noe-Seong, vincitore qualche mese prima della prestigiosa prova di Coppa del Mondo di Heindenheim e Lee Sang-Yeop, secondo sempre in coppa a Stoccolma. L’inizio fu disastroso, con Mazzoni che perse tutti i suoi assalti (4-13), mentre Rota e Milanoli cercarono di limitare i danni, contenendo lo svantaggio. Nell’ultima frazione, poi, Rota doveva compiere un miracolo, rimontare un 35-40, al limite dell’impossibile. Il 25enne carabiniere fece qualcosa di sensazionale, rimontando stoccata dopo stoccata, fino al 43 pari.

 

Ma le emozioni non erano finite, il minuto supplementare avrebbe deciso l’esito della sfida. La priorità, però, era a favore della Corea del Sud, che poteva accontentarsi dello scadere del tempo per vincere l’incontro; mentre, l’Italia, era obbligata a mettere la stoccata. A nove secondi dalla fine, con una stoccata da brivido, Rota toccò Lee Sang-Yeop regalando all’Italia la seconda finale olimpica consecutiva.

 

Gli avversari da battere erano i francesi, che in semifinale si era imposti agevolmente per 45 a 36 su Cuba. I transalpini erano una squadra fortissima, composta da Eric Srecki, oro individuale a Barcellona nel 1992 e a squadre a Seul 1988; Hugues Obry, sconfitto due giorni prima nella finale per l’oro dal russo Kolobkov e da Jean-François Di Martino. Candiani decise di sostituire Mazzoni con Randazzo.

 

La Francia partì subito forte e nei primi due assalti si portò in vantaggio di quattro lunghezze, con Rota e Randazzo che non riuscirono a contenere la tecnica di Srecki ed Obry. Milanoli, invece, tenne vivi gli azzurri, infliggendo un parziale di 7-4 a Di Martino. Gli assalti proseguirono con i francesi sempre avanti di due lunghezze. Nell’ultima frazione, quindi, si affrontarono Rota ed Obry, una mini finale che valeva il titolo. L’azzurro risalì nuovamente la china, impattando sul 38-38, ma ancora una volta il tempo finì, con i due contendenti costretti all’overtime.

 

La priorità era azzurra, ma quando mancavano venti secondi allo scadere del tempo, Rota colpì al ginocchio Obry, mettendo a segno la stoccata decisiva. Un finale al cardiopalma, che si concluse con l’urlo liberatorio dello spadista azzurro sovrastato dall’abbraccio dei compagni.

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