Massimiliano Rosolino corona il sogno nei 200 misti: la sua terza medaglia è finalmente d’oro
- 20 anni fa i Giochi Olimpici a Sydney
Il 21 settembre del 2000, a sole ventiquattro ore dal secondo oro di Domenico Fioravanti, l’Italnuoto, che fino a quel momento non era mai arrivata così in alto nelle gare olimpiche, fu protagonista di un’altra giornata memorabile. Massimiliano Rosolino, infatti, conquistò il titolo nei 200 metri misti, al termine di una gara perfetta, un vero e proprio capolavoro in una delle specialità più difficili in vasca.
La carriera sportiva del nuotatore napoletano - che da piccolo visse proprio in Australia, paese d’origine della mamma Carolyn - esplose nel giro di cinque anni. Nel 1995, dopo aver conquistato tre titoli continentali a livello giovanile, venne convocato per gli Europei di Vienna, dove vinse la medaglia di bronzo nella staffetta 4x200 metri stile libero. L’anno successivo, fece il suo esordio olimpico ad Atlanta, dove collezionò tre sesti posti: nei 200, nei 400 e nella staffetta 4x200 metri stile libero.
La prime medaglie individuali arrivarono agli Europei di Siviglia del 1997, con il doppio argento nei 200 e 400 metri stile libero. Nel 1998, al Mondiale di Perh, si dovette accontentare ancora una volta della piazza d’onore dietro all’australiano Michael Klim. Nel frattempo arrivò anche la sua prima medaglia - ancora una volta d’argento - nei 200 metri misti agli Europei di Istanbul del 1999, dove migliorò per due volte il primato italiano stabilito da Giovanni Franceschi nel 1983.
Nel 2000 la grande svolta, con i tre ori conquistati agli Europei di Helsinki. Nei 200 metri stile libero, in cui superò niente di meno che Pieter Van Den Hoogenband; nella staffetta 4x200 metri stile libero e nei 200 metri misti, dove migliorò il suo primato italiano. Rosolino si presentò ai Giochi della XXVII Olimpiade con grandi speranze e con la consapevolezza di potersi giocare le sue carte. E così fu.
Il 16 settembre, nella giornata d’esordio delle prove di nuoto, le tribune dell’Acquatic Center erano in fibrillazione per la finale dei 400 metri stile libero, che vedevano ai blocchi di partenza il beniamino di casa Ian Thorpe. Come da pronostico l’australiano non solo dominò la gara, ma migliorò il record del mondo con uno stratosferico 3’40”59, precedendo di quasi tre secondi uno straordinario Rosolino, che migliorò, comunque, il record europeo.
Due giorni dopo, invece, il 22enne in forza al Circolo Canottieri Napoli, si aggiudicò il bronzo nei 200 metri stile libero, preceduto da Van Den Hoogenband e Thorpe, due autentici fenomeni. Non ebbe il tempo di recuperare, che si ritrovò nuovamente in finale, nella staffetta 4x200 metri stile libero, a cui l’Italia si era qualificata con il terzo tempo e con ambizioni da medaglia. Fu, però, una tremenda delusione, con gli azzurri fuori dal podio, confinati al quarto posto.
Rosolino, allenato da Riccardo Siniscalco, cercò quindi la rivincita nei 200 metri misti. Il 20 settembre del 2000 si disputarono le batterie e le semifinali. Al primo turno si qualificavano gli atleti con le sedici migliori prestazioni cronometriche. L’azzurro non solo vinse in mattinata la settima batteria con il tempo di 2’00”92, ma realizzò anche il miglior tempo abbassando ulteriormente il primato italiano. Nel pomeriggio, poi, si aggiudicò la seconda semifinale in 2’01”14, precedendo l’olandese Marcel Wouda, il finlandese Jani Sievinen e lo statunitense Tom Wilkens.
Nell’altra semifinale, di contro, lo statunitense Tom Dolan realizzò il miglior tempo in 2’00”38 - superando il tedesco Christian Keller, l’ungherese Attila Czene e il francese Xavier Marchand - guadagnandosi la quarta corsia per la finale, proprio a fianco di Rosolino che sarebbe partito in quinta. L’indomani la tensione salì alle stelle, con il pubblico che si divise, vista l’assenza di atleti australiani dalla finale.
I 200 misti sono una gara particolare, dove il cambio di stile ad ogni vasca, offriva ribaltamenti frequenti, che quel giorno non mancarono di infiammare gli appassionati. Al termine della prova a farfalla Wouda virò in 26”13, con Dolan quinto e Rosolino settimo, ma che poi risalirono la classifica nel dorso, portandosi alle spalle del campione uscente Czene, che nel frattempo aveva guadagnato la leadership della gara nuotando in 56”32, 29/100 sotto il limite mondiale appartenuto a Sievinen, già fuori dal giro delle medaglie.
Nella rana l’azzurro e lo statunitense volarono, con il magiaro costretto a cedere la testa della gara. Rosolino virò ai 150 metri in 1’30”88, davanti a Dolan, puntando tutto sullo stile libero. Il “cagnaccio” esplose tutta la sua potenza e tecnica negli ultimi cinquanta metri, trionfando in 1’58”98 (nuovo record olimpico!), davanti agli statunitensi Dolan e Wilkens.
Il pubblico salutò il successo azzurro con un boato, mentre Rosolino balzò fuori dall’acqua, stringendo prima la mano all’avversario e poi correndo verso i suoi compagni di squadra per un abbraccio liberatorio ricco di emozioni. Sul podio con l’immancabile tricolore, si commosse, ma ritrovò subito quel sorriso guascone che fece impazzire Sydney.
Antonella Bellutti pistard da record: è ancora d’oro quattro anni dopo Atlanta
- 20 anni fa i Giochi Olimpici a Sydney
Cento giri interminabili, tra fatica, nervi da tenere sotto controllo ed occhi puntati sulle avversarie. La pista che diventa un’arena, dove ogni scatto può fare la differenza nella ricerca dei punti decisivi per inseguire il sogno a cinque cerchi.
Il 21 settembre del 2000, Antonella Bellutti non solo conquistò il titolo olimpico nel ciclismo su pista, ma fu la prima atleta italiana delle due ruote a vincere due ori in due edizioni consecutive dei Giochi, nonché in due diverse specialità. La 31enne di Bolzano riuscì nell’impresa di salire sul gradino più alto del podio nella corsa a punti, quattro anni dopo lo storico successo colto ad Atlanta nell’inseguimento (prima vittoria azzurra di sempre nel ciclismo femminile su pista).
Antonella riuscì anche a partecipare alla Olimpiade Invernale di Salt Lake City 2002 sul bob guidato da Gerda Weissensteiner che si classificò al settimo posto. Un’atleta completa, unica, dal grande temperamento, che arrivò al ciclismo quasi per caso, per via di un infortunio che le impedì di continuare a praticare l’atletica leggera.
La pistard azzurra iniziò la sua carriera sportiva nei 100 metri ostacoli - dopo essere passata dal basket - vincendo ben sette titoli tricolore e stabilendo il primato italiano juniores. Un problema alla gamba, però, le impedì di continuare e pedalando per la riabilitazione il destino la mise in bicicletta. Nel 1994 il Commissario Tecnico della pista De Donà, le chiese di prepararsi per i Mondiali su pista di Agrigento, dove conquisterà un incoraggiante quarto posto all’esordio. L’anno successivo arrivò l’argento ai Mondiali di Bogotà; mentre, nel 1996, stabilì il record del mondo sui tre chilometri e si aggiudicò l’oro nell’inseguimento all’Olimpiade di Atlanta.
Ma non solo, nel 1996 e nel 1997 si aggiudicò la Coppa del Mondo generale, cui si aggiunsero quattro coppe di specialità (1995, 1996, 1999, 2000), il bronzo al Mondiale di Manchester e l’oro all’Europeo di Berlino. Dopo due Mondiali deludenti, gli fu data la possibilità di potersi scegliere le persone con cui lavorare per la terza ed ultima avventura olimpica. La Bellutti scelse Andro Ferrari, Dino Savoldi e il medico Patrizio Sarto.
I Giochi della XXVII Olimpiade erano quindi l’ultimo grande obiettivo prima del ritiro dall’attività agonistica. Nella prima giornata del programma di ciclismo su pista, la Bellutti si cimentò nella prova che la rese grande ad Atlanta nel 1996, ma il quinto posto finale fu un’autentica delusione, un boccone amarissimo da ingoiare, che poteva esserle fatale.
La pistard altoatesina, al contrario, non si diede per vinta e nella corsa a punti diede il meglio di sé con una prova magistrale. Le diciassette partecipanti dovevano affrontare un’unica prova, massacrante, di 100 giri, per un totale di 25 chilometri, con uno sprint ogni dieci passaggi. La favorita era indubbiamente l’olandese Leontien Zijlaard-Van Moorsel, una sorta di superman al femminile, che a Sidney si aggiudicò ben tre ori: nell’individuale e nella cronometro su strada, nell’inseguimento su pista. C’erano poi la russa Olga Slyusareva e la francese Marion Clignet, quest’ultima alla ricerca della rivincita dopo la sconfitta patita nella finale di Atlanta.
Al termine dei primi tre sprint la Slyusareva conduceva con 10 punti, davanti alla Bellutti, che con tre secondi posti, seguiva ad una sola lunghezza. La Zijlaard-Van Moorsel, poi, si aggiudicò i due successivi sprint, portandosi a metà gara ad un punto dalla russa - in coabitazione con la tedesca Judith Arndt - che guidava la classifica con 11 punti, due lunghezze in più della Bellutti. Nel sesto e settimo sprint, invece, la Clignet tagliò per prima il traguardo, mentre, al termine dell’ottavo, l’azzurra volò in testa alla classifica con 12 punti, con la Zijlaard-Van Moorsel e la Arndt. Nel penultimo sprint l’azzurra s’impose davanti alla Slyusareva e passò al comando della classifica con 17 punti, due di vantaggio sulla rivale russa.
Nell’ultimo sprint, vinto dalla spagnola Teodora Ruano, la Bellutti controllò l’avversaria olandese, accontentandosi del quarto posto che le valse una leggendaria doppietta olimpica con 19 punti, davanti a Leontien Zijlaard-Van Moorsel con 16 e ad Olga Slyusareva con 15. Una vittoria incredibile, che si trasformò in lacrime di gioia e che emozionò non solo i genitori Liliana e Luigino incollati davanti alla TV a fare il tifo per la loro Antonella, ma tutti gli italiani che avevano seguito le gesta di una grande atleta, una super atleta: la première dame della pista italiana che non si è mai fermata.
E’ stata anche tecnico federale della pista, poi eletta nella Giunta Nazionale del CONI 2001, rappresentante degli atleti nella commissione Ministeriale Antidoping, responsabile dei volontari alle Universiadi Invernali 2013, autrice di del libro “La vita è come andare in biciletta” solo per dirne alcune delle tante imprese da lei sostenute con la stessa grinta e determinazione che ha sempre messo in gara.
Europei, Lupo-Nicolai di bronzo in Lettonia
- BEACH VOLLEY
Gli azzurri Paolo Nicolai e Daniele Lupo, vicecampioni olimpici a Rio 2016, hanno ottenuto la medaglia di bronzo all'Europeo di Beach Volley 2020. A
Jurmala, in Lettonia, la coppia azzurra dell'Aeronautica Militare è salita sul podio continentale grazie alla vittoria per 2-1 (17-21, 23-21, 15-12) nella finale per il terzo e quarto posto contro i russi Liamin-Myskiv.
Il match ha visto Paolo e Daniele cedere il primo set, mentre nel secondo hanno avuto la forza di annullare un match-ball e poi imporsi ai vantaggi. Nel tie-break i vice campioni olimpici sono sempre stati al comando e hanno gestito il vantaggio sino alla fine. In mattinata Nicolai-Lupo avevano dato filo da torcere in semifinale ai norvegesi Mol-Sorum, coppia numero 1 al mondo, lottando in entrambi i set ma perdendo per 0-2 (25-27, 19-21).
Con il bronzo europeo di oggi, salgono a quattro le medaglie continentali per il duo azzurro. Ma oltre al terzo posto, la notizia positiva è lo stato di forma di Nicolai-Lupo, già qualificati per i Giochi di Tokyo 2021 e apparsi in netta crescita rispetto al successo nel Campionato Italiano di Caorle.
"Siamo molto contenti per questa medaglia di Bronzo, però non ci dobbiamo fermare - il commento di Lupo-. Sappiamo che la strada per i Giochi Olimpici di Tokyo è ancora molto lunga. Questo risultato ci dà ancora più entusiasmo, negli ultimi tornei tra Europeo, Campionato Italiano e World Tour siamo sempre andati a podio e questo è un ottimo segnale. La cosa che più conta è che stiamo crescendo a livello di gioco, bisogna continuare in questa direzione".
Storica seconda vittoria di Fioravanti. Sul podio dei 200 metri rana c’è anche Rummolo
- 20 anni fa i Giochi Olimpici a Sydney
La prima medaglia d’oro olimpica conquistata da Domenico Fioravanti nei 100 metri rana aveva portato grande entusiasmo a Casa Italia. Il programma dei Giochi della XXVII Olimpiade, però, non concedeva tregua, così, due giorni dopo, giunse di nuovo il momento di scendere in vasca. Nella doppia distanza l’Italia schierò il neo campione a cinque cerchi e Davide Rummolo, suo compagno di stanza al Villaggio Olimpico.
Fioravanti, che prediligeva la distanza corta, era reduce dall’argento europeo di Helsinki, mentre, il 23enne ranista napoletano, aveva rischiato di non partire per Sydney, in quanto il suo ottavo posto nella competizione continentale non aveva tanto convinto. Ma poi… Nella prima giornata di gare si disputarono le sette batterie di qualificazione - che promuovevano i sedici migliori tempi - e le semifinali.
Nella sesta batteria Rummolo superò per 71/100 Fioravanti, stabilendo il primato italiano con il tempo di 2’12”75. Nel pomeriggio, viceversa, Fioravanti si riappropriò del record tricolore, nuotando in 2’12”37 nella seconda semifinale, davanti a Rummolo e agli australiani Regan Harrison e Ryan Mitchell. Nella prima semifinale, invece, lo statunitense Kyle Salyards ebbe la meglio nell’ordine del ceco Daniel Malek, del francese Yohann Bernard e del sudafricano Terence Parkin.
C’era grande fermento, quindi, per la finale che vedeva i due azzurri partire dalle corsie centrali: Fioravanti in quarta e Rummolo in quinta.Secondo la stampa internazionale, il favorito era Bernard, autore della miglior prestazione stagionale, con Fioravanti tra gli outsider. Alberto Castagnetti, di contro, la pensava in maniera diametralmente opposta. Il tecnico veronese riteneva addirittura che i 200 metri fossero più idonei agli straordinari mezzi tecnici del fuoriclasse in forza alle Fiamme Gialle. Un meraviglioso presagio.
Il 20 settembre del 2000, i 17.000 dell’Acquatic Center, quasi tutti schierati per i due nuotatori di casa Harrison e Mitchell, ben presto si dovettero ricredere davanti alla prova superba di Fioravanti e all’incredibile rimonta di Rummolo. Fioravanti dopo aver virato ai primi 50 metri in seconda posizione, a soli 5/100 di svantaggio da Bernard, mise la testa avanti a metà gara (1’04”15), per poi prendere il largo nella terza vasca, toccando all’ultima virata in 1’37”35, con oltre un secondo di vantaggio. Negli ultimi 50 metri, con grande maestria tattica ed una magistrale distribuzione delle forze, toccò in 2’10”87.
Non solo frantumò il primato italiano, ma stabilì il record europeo, consegnando agli annali la seconda miglior prestazione dell’epoca, alle spalle dello statunitense Mike Barrowhan, oro a Barcellona nel 1992. Diventò, inoltre, il primo nuotatore della storia ad aggiudicarsi la combinata 100 e 200 metri rana in una singola edizione dei Giochi. Un trionfo completato dal bronzo di Rummolo, che con un finale pazzesco - quinto ai 150 metri - chiuse in 2’12”73, a soli 23/100 dal sorprendente sudafricano Parkin.
Fioravanti esplose in un urlo di gioia, gridando “Andiamo!”, cui seguì un interminabile abbraccio con il compagno di squadra, che suggellò un’impresa memorabile.
Definite le Nazionali azzurre per il Mondiale su strada di Imola
- CICLISMO
Definite le Nazionali di ciclismo per i Mondiali su strada di Imola. Al termine del Giro dell'Appennino, come annunciato nei giorni scorsi, il Ct della Nazionale di ciclismo, Davide Cassani, ha comunicato i 10 azzurri che parteciperanno alla rassegna iridata (8 titolari + 2 riserve). Escono dalla lista Davide Formolo, reduce dall’infortunio al Tour, Sonny Colbrelli e Gianni Moscon.
“Come sempre è difficile – ha commentato il tecnico azzurro - e dispiace lasciare a casa atleti che hanno sempre dimostrato un grande attaccamento alla maglia azzurra, ma ci sono momenti in cui bisogna fare delle scelte e queste non possono che prescindere da fattori contingenti. Ringrazio, comunque, Sonny, Davide e Gianni per l’impegno dimostrato e per la sincerità con la quale ci siamo confrontati in questi giorni".
Gli Uomini Elite per Imola2020
Uomini Elite Strada
Andrea Bagioli - Deceuninck-Quick Step
Alberto Bettiol - EF Pro Cycling
Gianluca Brambilla - Trek-Segafredo
Damiano Caruso – Bahrain-McLaren
Nicola Conci - Trek-Segafredo
Matteo Fabbro - Bora-Hansgrohe
Fausto Masnada - Deceuninck-Quick Step
Vincenzo Nibali - Trek-Segafredo
Diego Ulissi - UAE Team Emirates
Giovanni Visconti - Vini Zabù KTM
Uomini Elite Crono
Edoardo Affini – Mitchelton-Scott
Filippo Ganna - Team Ineos
Al termine del Giro Rosa, infatti, anche il Tecnico delle Nazionali donne Edoardo Salvoldi ha diramato la lista delle azzurre per Imola. Si tratta di nove atlete: 7 + 2 riserve (riserve che il tecnico azzurro indicherà il 24 settembre dopo la prova del percorso). Gia definite inoltre le titolari della prova a cronometro: Vittoria Bussi e Vittoria Guazzini.
"Era doveroso attende la fine del Giro per definire il gruppo che verrà ad Imola. Ringrazio atlete e società per la disponibilità dimostrata e per l'impegno profuso in questi mesi non facili. Il gruppo è ricco di talento ed esperienza. Cercheremo di fare del nostro meglio; sono certo che in qualsiasi caso regaleremo emozioni a tutti gli appassionati."
Le convocate per Imola
Donne Elite Strada
Elisa Balsamo - G.S. Fiamme Oro/Valcar-Travel & Service
Elisa Longo Borghini – G.S. Fiamme Oro/Trek-Segafredo
Marta Cavalli - G.S. Fiamme Oro/Valcar-Travel & Service
Elena Cecchini - G.S. Fiamme Azzurre/Canyon SRAM Racing
Tatiana Guderzo – G.S. Fiamme Azzurre/Alé BTC Ljubljana
Erica Magnaldi - Ceratizit-WNT Pro Cycling
Soraya Paladin - CCC-Liv
Katia Ragusa - Astana Women's Team
Debora Silvestri - Top Girls Fassa Bortolo
Donne Elite Crono
Vittoria Bussi - BJ Bike Club ASD
Vittoria Guazzini - G.S. Fiamme Oro/Valcar-Travel & Service
Al CPO di Tirrenia la finale del Campionato Primavera femminile Roma-Juventus. Scudetto alle giallorosse
- CONI
Il Centro di Preparazione Olimpica del CONI di Tirrenia ha ospitato nel pomeriggio la finale del Campionato Primavera femminile. La gara è stata vinta dalla Roma, che ha messo in bacheca il primo tricolore della sua storia superando per 2-1 la Juventus, grazie alle reti di Alice Corelli e Maria Grazia Petrara, mentre l’autogol di Ghioc - propiziato da una splendida punizione di Musolino - non è bastato alle bianconere per rientrare in gara.
Grande festa giallorossa al termine della sfida, disputata su uno dei campi del CPO, complesso sportivo dotato di strutture all’aperto e indoor, dove si possono praticare oltre 20 differenti discipline sportive tutto l’anno, contesto ideale ed unico per l’attività di preparazione tecnica di alto livello per le Squadre Nazionali e le più importanti Federazioni Sportive Nazionali ed Internazionali, tra quali quelle di Rugby, Baseball, Tennis, Ginnastica, Scherma, Pallacanestro e Atletica. Un fiore all’occhiello del CONI diventato negli anni un punto di riferimento per grandi campioni di statura mondiale.


CONI e Fastweb insieme per sostenere l’Italia Team ai Giochi Olimpici di Tokyo
- LA PARTNERSHIP
Il Comitato Olimpico Nazionale Italiano e Fastweb annunciano l’accordo che vede la società di telecomunicazioni essere Main Partner del CONI e dell’Italia Team ai Giochi della XXXII Olimpiade, che si terranno a Tokyo, in Giappone, dal 23 luglio all'8 agosto 2021. (Foto Mezzelani GMT Sport)
Attraverso la partnership, Fastweb seguirà e sosterrà gli atleti italiani e le loro imprese sportive nelle varie discipline. Un’articolata campagna di comunicazione che accompagnerà l’Italia Team e tutti gli italiani verso l’appuntamento Olimpico di Tokyo 2020 racconterà la comunanza tra i valori dell’azienda e quelli dello sport olimpico.
Pioniera nello sviluppo di reti in fibra e sempre in prima linea nella digitalizzazione del paese, Fastweb continua oggi a disegnare la sua storia di innovazione con la prossima realizzazione di una rete 5G mobile e FWA (Fixed Wireless Access) per contribuire a rendere il Paese vincente e competitivo.
Un legame, quello tra Fastweb e lo sport, che è stato sempre forte e fondato su una condivisione di valori e visione. Velocità e performance sono da sempre obiettivi che la società condivide con lo sport italiano, che ha sostenuto e promosso puntando su atleti simbolo delle discipline più sfidanti: da Valentino Rossi e le Frecce Tricolori nel passato, fino ad oggi con Filippo Tortu, primatista nazionale dei 100 metri piani, annoverato tra i migliori velocisti al mondo, le Farfalle, la squadra nazionale di ginnastica ritmica che da oltre 15 anni primeggia in tutte le competizioni, e Simona Quadrella, giovane stella del nuoto azzurro, primatista italiana e campionessa mondiale in carica dei 1500 stile libero e vicecampionessa negli 800, oltre che vincitrice di tre ori ai recenti Europei di Glasgow del 2019.
Protagonisti che rappresentano la passione e il futuro dell’eccellenza sportiva italiana e che Fastweb sostiene ed accompagna nel percorso verso il sogno olimpico. Un investimento nello sport che vuole dare un sostegno concreto ai nostri giovani sportivi e alla promozione del Sistema Italia a livello nazionale e internazionale.
"La partnership con il CONI esprime il sostegno di Fastweb ai valori universali che lo sport rappresenta. Il coraggio, il gioco di squadra, la dedizione sono principi che ritroviamo nello sport e che rispecchiano i valori dell’azienda: Care, Coraggio, Sostenibilità”, ha dichiarato Alberto Calcagno, Amministratore Delegato di Fastweb. “Siamo pertanto orgogliosi di accompagnare la squadra di atleti italiani verso il sogno delle Olimpiadi di Tokyo e di sostenerli nel percorso di preparazione alle sfide olimpiche".
“Siamo orgogliosi di legare il nome e la tradizione del CONI a una grande azienda, in costante crescita, come Fastweb” – ha sottolineato il Presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, Giovanni Malagò. “Parliamo di due realtà che si sono trovate subito in sintonia e hanno saputo sviluppare un progetto costruito sulla base di idee originali e ambiziose, attraverso la condivisione di valori che ci accomunano. Siamo fieri anche della scelta dei testimonial Alessia Maurelli, Simona Quadarella e Filippo Tortu, atleti eccezionali che sanno esprimere le caratteristiche migliori del nostro movimento. Avvertiamo la vicinanza di Fastweb e la sua partecipazione attiva al percorso che caratterizza la nostra attività, con la speranza che questo connubio sinergico ci accompagni a lungo, verso il raggiungimento di traguardi sempre più ambiziosi”.
CONI e Fastweb insieme per sostenere l’Italia Team ai Giochi Olimpici di Tokyo
Mamma Caterina da Scampia ordina e Pino Maddaloni esegue. Vent’anni dopo il judo torna d’oro
- 20 anni fa i Giochi Olimpici a Sydney
Una settimana fenomenale quella del judo ai Giochi della XXVII Olimpiade.La squadra italiana non solo si presentò con una delle spedizioni più numerose di sempre (con nove judoka in gara), ma riuscì nell’impresa di conquistare ben quattro medaglie. Tre bronzi nelle categorie -66, -70 e -78 con Girolamo Giovinazzo, Ylenia Scapin ed Emanuela Pierantozzi, ma soprattutto l’oro con Pino Maddaloni nei -73. Quel 18 settembre del 2000, non fu semplicemente una giornata indimenticabile per lo sport italiano, ma una storia ricca di emozioni.
Maddaloni si appassionò al judo già in tenera età, quando il tatami non era solo un campo di gara, ma una quotidiana frequentazione dovuta alla passione di papà Gianni, fondatore e tecnico di riferimento dello Star Judo Club di Scampia. Il primo successo arrivò a dodici anni, ai Giochi della Gioventù, cui seguirono ben tredici titoli italiani a livello giovanile. Nel 1997 si aggiudicò il tricolore ad Ostia, mentre, nel 1998, conquistò il titolo europeo ad Oviedo, che fece suo anche l’anno successivo Bratislava. Si allenava tra il centro federale di Ostia - seguito dal C.T. Vittoriano Romanacci - e la palestra di Scampia, dove i consigli paterni non mancavano mai.
Per Maddaloni la partecipazione ai Giochi australiani era il coronamento di un sogno. La sera prima della gara chiamò la madre Caterina, che di rimando gli chiese la vittoria: “Porta l’oro o niente”. Parole che lo tormentarono per tutta la sera: “Se sono a Sydney, vuol dire che anch’io posso vincere, anche se il mio viaggio è partito da Scampia ed ho vissuto tra mille difficoltà, più degli altri”. Quella scintilla scoccò e l’indomani, al Convention and Exhibition Centre, accadde qualcosa di grande.
I favoriti erano lo statunitense Jimmy Pedro, campione del mondo nel 1999 e il campione uscente, il giapponese Kenzo Nakamura, già iridato nel 1997. Trentaquattro gli atleti in gara, che si sfidarono in due pool. Il 24enne azzurro delle Fiamme Oro, inserito nella pool B, vinse nettamente il primo incontro con il samoano Travolta Waterhouse, così come quello successivo con il tunisino Hassen Moussa, cui inflisse un ippon in soli cinquanta secondi. Nel terzo e decisivo incontro con il lettone Vsevolod Zelonijs, dopo aver gestito l’iniziale koka di vantaggio, mise a segno uno yuko che lo qualificò alla semifinale.
Nel corso della pausa, tra un match e l’altro, accusò un colpo di sonno, dovuto al fuso orario non ancora smaltito.Il padre Gianni, a quel punto, gli consigliò un pisolino, che lo rimise in forze. Sul tatami lo aspettava il bielorusso Anatoly Laryukov, vice campione europeo nei -71 ad Ostenda nel 1997. L’avvio fu molto complicato a causa di alcune decisioni arbitrali discutibili: fu prima sanzionato con uno shido in quanto troppo passivo e poi con un chui per aver strattonato il pantalone del rivale. Decisioni che avrebbero innervosito chiunque, ma che Maddaloni trasformò in rabbia agonistica.
Quando mancavano quaranta secondi alla fine e le speranze di rimonta erano ridotte al lumicino, il judoka azzurro mise a segno un hippon spettacolare, che ribaltò l’esito della sfida catapultandolo nella finalissima per il titolo olimpico. Un’occasione unica, irripetibile, a cui papà Gianni aveva creduto sin da subito, autofinanziandosi il viaggio per il Nuovo Galles con la vendita dell’amata motocicletta.
Alle 21.30 locali ebbe inizio la finale che lo opponeva al diciottenne brasiliano Tiago Camilo, che aveva sconfitto sia Pedro che Nakamura. L’inizio fu molto tattico, con Camilo che venne punito con uno shido, mentre Maddaloni ottenne un koka. Quando il cronometro segnava 1’35” al termine dell’incontro, l’azzurro si superò ancora una volta, mettendo a segno un hippon che lo consacrò nella storia del judo, vent’anni dopo il successo di Ezio Gamba a Mosca.
Il Principe Alberto di Monaco premiò quello scugnizzo dal sorriso contagioso, che emanava gioia da tutti i pori, ma che sul podio scoppiò in un pianto a dirotto, ripensando a tutti quei sacrifici fatti per conquistare l’oro di Scampia.
La squadra di spada si conferma al primo posto. E’ l’oro dell’ultimo minuto
- 20 anni fa i Giochi Olimpici a Sydney
Una giornata incredibile quel 18 settembre del 2000, dalle mille emozioni, con una doppia rimonta che valse all’Italspada il secondo titolo olimpico consecutivo. Gli spadisti azzurri affrontarono la prova a squadre reduci dalla cocente delusione patita nell’individuale, che li aveva visti ben lontani dalla zona medaglie. Il torneo a squadre rappresentava una sorta di rivincita, ma soprattutto c’era da difendere il titolo conquistato quattro anni prima ad Atlanta. Il Commissario Tecnico Andrea Candiani aveva puntato su un quartetto variegato, formato dai campioni olimpici uscenti Angelo Mazzoni e Maurizio Randazzo e dagli esordienti Paolo Milanoli ed Alfredo Rota.
Il milanese Mazzoni, alla sua sesta Olimpiade, era il leader indiscusso con i suoi 39 anni; mentre, il siciliano Randazzo, formatosi nel C.S. Casale, sotto la guida dello zio Pasquale Ippolito, di anni ne aveva trentasei. C’era poi Milanoli, un novarese eccentrico, che in pedana sapeva dare spettacolo, contrariamente al milanese Rota, dal carattere diametralmente opposto, che faceva della freddezza la sua arma migliore. Undici i paesi in gara all’Exhibition Centre di Sydney, che si affrontarono in sfide ad eliminazione diretta.
Nel turno preliminare, Ungheria, Australia e Bielorussia eliminarono rispettivamente Estonia, Cina ed Austria. L’Italia, invece, entrò in gara nei quarti di finale, opposta ai padroni di casa. La sorte era stata benevola nei confronti degli azzurri, che si ritrovarono in una parte del tabellone più agevole rispetto a quella occupata dalle squadre più forti: Francia, Ungheria e Cuba. Gli azzurri, senza troppi patemi, sconfissero per 45 a 34 l’Australia (Gerry Adams, Nick Heffernan, David Nathan) nel match meno equilibrato dei quarti. Francia, Cuba e Corea del Sud, invece, se la cavarono per una sola stoccata con Ungheria, Germania e Bielorussia.
In semifinale, di contro, la sfida con i coreani fu un’autentica battaglia. La Corea del Sud aveva nelle sue fila Lee Sang-Gi, bronzo due giorni prima nella prova individuale; Yang Noe-Seong, vincitore qualche mese prima della prestigiosa prova di Coppa del Mondo di Heindenheim e Lee Sang-Yeop, secondo sempre in coppa a Stoccolma. L’inizio fu disastroso, con Mazzoni che perse tutti i suoi assalti (4-13), mentre Rota e Milanoli cercarono di limitare i danni, contenendo lo svantaggio. Nell’ultima frazione, poi, Rota doveva compiere un miracolo, rimontare un 35-40, al limite dell’impossibile. Il 25enne carabiniere fece qualcosa di sensazionale, rimontando stoccata dopo stoccata, fino al 43 pari.
Ma le emozioni non erano finite, il minuto supplementare avrebbe deciso l’esito della sfida. La priorità, però, era a favore della Corea del Sud, che poteva accontentarsi dello scadere del tempo per vincere l’incontro; mentre, l’Italia, era obbligata a mettere la stoccata. A nove secondi dalla fine, con una stoccata da brivido, Rota toccò Lee Sang-Yeop regalando all’Italia la seconda finale olimpica consecutiva.
Gli avversari da battere erano i francesi, che in semifinale si era imposti agevolmente per 45 a 36 su Cuba. I transalpini erano una squadra fortissima, composta da Eric Srecki, oro individuale a Barcellona nel 1992 e a squadre a Seul 1988; Hugues Obry, sconfitto due giorni prima nella finale per l’oro dal russo Kolobkov e da Jean-François Di Martino. Candiani decise di sostituire Mazzoni con Randazzo.
La Francia partì subito forte e nei primi due assalti si portò in vantaggio di quattro lunghezze, con Rota e Randazzo che non riuscirono a contenere la tecnica di Srecki ed Obry. Milanoli, invece, tenne vivi gli azzurri, infliggendo un parziale di 7-4 a Di Martino. Gli assalti proseguirono con i francesi sempre avanti di due lunghezze. Nell’ultima frazione, quindi, si affrontarono Rota ed Obry, una mini finale che valeva il titolo. L’azzurro risalì nuovamente la china, impattando sul 38-38, ma ancora una volta il tempo finì, con i due contendenti costretti all’overtime.
La priorità era azzurra, ma quando mancavano venti secondi allo scadere del tempo, Rota colpì al ginocchio Obry, mettendo a segno la stoccata decisiva. Un finale al cardiopalma, che si concluse con l’urlo liberatorio dello spadista azzurro sovrastato dall’abbraccio dei compagni.
Cerimonia allo stadio dell’Acqua Acetosa: nasce una nuova dimensione dello sport
- 60 anni fa i Giochi Paralimpici a Roma
Roma brillava ancora di luce propria quando era passata una sola settimana dalla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi che cambiarono il mondo. La Capitale era in continuo fermento e quell’atmosfera magica non sembrava intenzionata a lasciare una città ancora in festa, che piano piano cercava di ritornare alla normalità dopo due settimane di emozioni intense. Lo sport, però, decise che quell'idillio non doveva interrompersi, così, il 18 settembre del 1960, si svolse la cerimonia di apertura dei I Giochi Paralimpici.
Un altro evento di portata internazionale che dava lustro al nostro Paese e che fu fortissimamente voluto dal professor Antonio Maglio. Le Paralimpiadi italiane, però, in origine furono denominate IX Giochi Internazionali per Paraplegici, nati grazie al genio di Ludwig Guttmann, un medico tedesco di famiglia ebrea ortodossa, costretto ad emigrare in Gran Bretagna nel 1939 per fuggire alle persecuzioni del regime nazista. Nel 1944 il neurochirurgo aprì un padiglione per la cura delle lesioni della spina dorsale all’ospedale di Stoke Mandeville, nato quattro anni prima come Emergency Medical Services per i reduci dal fronte con danni alla colonna vertebrale. Un autentico rivoluzionario che riaccese la vita di molte di quelle persone, attraverso l’uso dello sport come strumento di riabilitazione fisica dei pazienti, ma soprattutto come terapia mentale.
Il 29 luglio del 1948, nello stesso giorno della cerimonia di apertura dei Giochi della XIV Olimpiade di Londra, Guttmann decise di organizzare un meeting sportivo tra reduci affetti da lesioni spinali. Nella piccola cittadina di quasi mille anime, a cinquanta miglia dalla capitale britannica, si disputò, quindi, la prima edizione degli Stoke Mandeville Games, con l’intento, già al tempo, da parte del suo ideatore, di fare dei Giochi per i disabili un evento parallelo ai Giochi Olimpici: “Sogno il giorno in cui i Giochi di Stoke Mandeville diventeranno un evento internazionale e la fama mondiale delle donne e degli uomini con disabilità sarà pari a quella degli atleti olimpici”.
Nel 1956 diventò un evento internazionale che cominciò a godere di grande fama. Nello stesso anno, durante l’Olimpiade di Melbourne, il CIO assegnò la Coppa Fearnley - premio dedicato a chi distingueva per meriti eccezionali in nome dell’olimpismo - proprio all’organizzazione di quei Giochi. Nel 1958 Guttmann conobbe ad un congresso di neurochirurghi il professor Antonio Maglio, primario del Centro Paraplegici di Ostia “Villa Marina”, sovvenzionato dall’Istituto Nazionale Assistenza Invalidi sul Lavoro (INAIL), che in Italia era un punto di riferimento analogo a quello britannico.
Maglio non solo aveva letto gli scritti di Guttmann, ma ne condivideva le metodologie e così gli propose di ospitare a Roma gli International Stoke Mandeville Games in abbinata con i Giochi della XVII Olimpiade. L’idea era quella di utilizzare alcuni degli stessi impianti olimpici. Guttmann nel 1959 invitò Maglio in Gran Bretagna, così una rappresentativa azzurra si recò nella contea di Buckinghamshire, dove Franco Rossi vinse l’oro nel pentathlon. Una volta avuto il benestare del presidente del CIO, Avery Brundage, la nona edizione degli ISMG poté così svolgersi a Roma. Il legame con i Giochi ebbe allora un valore ufficioso, non ufficiale, in quanto nei rapporti tra CONI e CIO non si accennò alla manifestazione.
La figura di Antonio Maglio non fu solo decisiva per l’organizzazione dell’evento, ma la sua opera di medico resterà per sempre negli annali della storia medica e sportiva italiana. Aveva speso parte della sua vita a riportare i paraplegici ad una vita normale e a supportarlo in quello sforzo era stato l’INAIL, istituto per cui lavorava e dove i suoi progetti avevano trovato nei vertici dell’ente una fondamentale sensibilità ricettiva. E così, esattamente, sessant’anni fa, il Ministro della Sanità, Camillo Giardina, aprì ufficialmente i Giochi Paralimpici di Roma 1960 allo Stadio dell’Acqua Acetosa, che si disputarono grazie al fondamentale contributo economico dell’INAIL, di concerto con il CONI. Guttmann riassunse con poche, ma significative parole, quell’indimenticabile prima volta: “La stragrande maggioranza dei concorrenti ed accompagnatori ha pienamente compreso il significato dei Giochi di Roma come nuovo modello di reinserimento dei paralizzati nella società, così come nel mondo dello sport”.
Davanti a 5000 spettatori incuriositi sfilarono circa 400 atleti in carrozzina e 250 accompagnatori, in rappresentanza di 23 paesi. La delegazione più numerosa fu quella italiana, composta interamente da atleti del Centro INAIL di Ostia: ex operai, pastori, agricoltori, ancora giovani, resi disabili per gravi infortuni sul lavoro e provenienti da ogni parte d’Italia. Il presidente dell’INAIL, Renato Morelli, nel suo saluto nel corso della cerimonia, ebbe a dire: “Questa è la prima volta che i Giochi si svolgono fuori dalla Gran Bretagna. E il fatto che sia stata scelta Roma, rappresenta il riconoscimento e uno stimolo per l’Italia, che con il suo Centro di Ostia, è all'avanguardia in questo settore della medicina”.
Parteciparono solo atleti con lesioni spinali, mentre l’ingresso di quelli con disabilità visiva avvenne ai Giochi di Heidelberg del 1972; poi a Toronto nel 1976 fecero il loro debutto gli amputati ed infine, ad Atlanta 1996, ci fu la prima apparizione di quelli con disabilità intellettivo-relazionale. Tutti gli atleti furono alloggiati nel Villaggio Olimpico, costruito senza tener conto delle necessità e delle esigenze delle persone disabili, ma grazie all’intervento dei soldati dell’Esercito, che erano impegnati nel trasporto degli atleti in carrozzina, su e giù per le scale, il problema fu risolto.
Otto le discipline in programma, suddivise in 57 gare, disputate in sei giorni: biliardo, scherma, basket, nuoto, atletica leggera, tennis tavolo, tiro con l’arco e freccette. L’Italia dominò le prove di scherma in carrozzina grazie a Franco Rossi, Aurelio Fedone e Giovanni Ferraris che conquistarono ben nove medaglie nella sciabola individuale e a squadre. La squadra azzurra, inoltre, monopolizzò il podio del fioretto femminile con Anna Toso, Anna Maria Galimberti e Maria Scutti.
Enzo Santini stabilì il record paralampico nel nuoto vincendo l’oro nei 50 metri stile libero. Maria Scutti fu una delle grandi protagoniste: gareggiò in ben quattro discipline - atletica leggera, nuoto, tennis tavolo e scherma - aggiudicandosi 15 medaglie. L’Italia si classificò al primo posto nel medagliere con 80 medaglie complessive (29 ori, 28 argenti, 23 bronzi), davanti alla Gran Bretagna con 55 (20, 15, 20) e alla Germania Ovest con 30 (15, 6, 9). Un record tuttora rimasto ineguagliato.
Un momento di grande emozione fu senza dubbio l’udienza con Papa Giovanni XXIII, che spese parole toccanti: “Voi avete dato un grande esempio. Avete mostrato quello che può realizzare un’anima energica, malgrado gli ostacoli in apparenza insormontabili che il corpo vi oppone, lungi da farvi abbattere dalla prova, la dominate e con sommo ottimismo affrontate cimenti apparenti riservati ai soli uomini validi”. Il 25 settembre ebbe luogo la cerimonia di chiusura all’interno del Palazzetto dello Sport, nei pressi del Villaggio Olimpico, alla presenza di Sir Ludwig Guttmann e della moglie del Presidente della Repubblica, Carla Gronchi.
Il 1984, invece, fu l’anno decisivo per il movimento paralimpico. La IAAF fece aperture importanti e, nel corso dei Giochi Olimpici di Los Angeles, nella cornice del Coliseum Stadium, si svolsero gare dimostrative in carrozzina. Il CIO approvò la nuova denominazione “Paralympic Games”, donando ai IX ISMG di Roma 1960 la qualifica di “first edition” certificando che furono le Paralimpiadi che cambiarono il mondo!
Foto: INAIL
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