Comunicato stampa
- CONI
Il Consiglio Nazionale del CONI si è riunito questa mattina al Foro Italico, in via informale, per proseguire l’analisi relativa ai contenuti dei decreti attuativi della legge delega afferente al riordino dell’ordinamento sportivo italiano. Nel corso della riunione, che ha visto la partecipazione di ogni componente (FSN, DSA, EPS, AB, Rappresentanti territoriali, Atleti, Tecnici e membri CIO), è stata presentata la versione - ulteriormente integrata - del documento impostato la scorsa settimana e chiamato a rappresentare e a tutelare le istanze generali del movimento.
Il testo, suscettibile di ulteriori revisioni fino alla prossima riunione formale del Consiglio Nazionale, ha trovato piena condivisione da parte dei presenti, confermando la totale unità d’intenti da parte del mondo sportivo a difesa dei princìpi cardine che caratterizzano un modello organizzativo universalmente apprezzato.
Primo storico oro di Domenico Fioravanti nei 100 rana, l’Italnuoto comincia a sognare
- 20 anni fa i Giochi Olimpici a Sydney
Il XX secolo si stava per concludere e per il nuoto azzurro i Giochi della XXVII Olimpiade rappresentavano l’ultima occasione per conquistare la prima e tanto agognata medaglia d’oro. Negli sport acquatici, fino a quel momento, le migliori soddisfazioni erano giunte dalla pallanuoto (Londra 1948, Roma 1960 e Barcellona 1992) e da Klaus Dibiasi nei tuffi (Città del Messico 1968, Monaco 1972 e Montreal 1976) riusciti a salire sul gradino più alto del podio olimpico. A Sydney, però, la spedizione azzurra sembrava avere tutte le carte in regola per centrare l’obiettivo, con alcuni atleti di punta tra cui Lorenzo Vismara, Emiliano Brembilla e Massimiliano Rosolino nello stile libero, il dorsista Emanuele Merisi, i ranisti Domenico Fioravanti e Davide Rummolo e l’emergente Alessio Boggiato nelle gare miste.
Il giorno dopo la cerimonia d’apertura, il programma prevedeva la disputa dei 100 mt. rana. Tra i sessantacinque partecipanti, l’Italia schierava lo specialista Domenico Fioravanti. Il 23enne di Trecate, cresciuto nella Libertas Nuoto Novara con Paolo Sartori, nel 1998 si aggiudicò nove titoli italiani (tra individuali e staffette), classificandosi al quinto posto ai Mondiali di Perth nei 100 mt. rana. Nel 1999 vinse il suo primo titolo continentale ad Istanbul, che confermò nel giugno dell’anno successivo ad Helsinki, a qualche mese dall’Olimpiade.
Fondamentale, comunque, il sodalizio con Alberto Castagnetti, che aveva intravisto nel nuotatore piemontese uno straordinario potenziale. Il tecnico veronese fu estremamente esigente con il suo allievo, da cui pretendeva sempre il massimo impegno nel corso degli allenamenti, che seppur innovativi, erano massacranti, anche, se a volte, l’impegno sembrava venir meno. Castagnetti, tuttavia, lo convinse delle sue enormi potenzialità, che nel 1999 lo portarono a chiudere la stagione al terzo posto delle graduatorie di fine anno, seppure i Giochi australiani fossero il vero grande obiettivo.
Un percorso di crescita programmato, che doveva culminare con le gare australiane. Nove le batterie in programma al primo turno, che qualificavano le migliori sedici prestazioni cronometriche. Fioravanti vinse l’ottava batteria con il tempo di 1’01”32”, davanti al ceco Daniel Malek (1’01”56), ma soprattutto allo statunitense Ed Moses (1’01”59), secondo miglior specialista di ogni epoca a quei tempi. Successivamente, a distanza di qualche ora, si svolsero le semifinali. Fioravanti s’impose nella seconda semifinale in 1’00”84, precedendo ancora Moses (1’01”22), il giapponese Kosuke Kitajima (1’01”31) e il sudafricano Brett Petersen (1’01”42). Nella prima, invece, si erano qualificati il russo Roman Sludnov in 1’01”15, Malek, il canadese Morgan Knabe e lo svizzero Remo Lütolf.
Il giorno successivo, quindi, arrivò la tanto attesa finale. La tensione era altissima, Fioravanti partiva in quarta corsia (quella destinata ai migliori) e doveva fare i conti con Moses, ma soprattutto con Sludnov, che due mesi prima aveva stabilito il nuovo record del mondo in 1’00”36. In avvio, Moses, specialista nella mezza distanza, si portò subito in testa, virando ai 50 mt. in 28”37, rispetto al 28”91 di Fioravanti, che toccò in quinta posizione, poco dietro i suoi avversari. Nella seconda parte di gara l’azzurro attaccò in progressione, con una frequenza incredibile: prima raggiunse Moses ai 75 mt. e poi lo superò con il tempo finale di 1’00”46 (contro l’1’00”73 dello statunitense), nuovo record olimpico, a soli 10/100 dal primato del russo Sludnov, che si dovette accontentare del bronzo.
L’Italnuoto salì così per la seconda volta sul podio (a distanza di dodici anni dal bronzo di Stefano Battistelli nei 400 mt. misti a Seul 1988), ma finalmente sul gradino più alto, con il primo titolo olimpico della storia firmato da Domenico Fioravanti. L’azzurro non solo stabilì in successione tre record italiani in altrettante prove disputate, ma dimostrò una grande superiorità, frutto di una tecnica senza eguali. Quel pomeriggio del 17 settembre del 2000, dalle tribune dell’International Acquatic Centre - nella zona occupata dai tifosi italiani - si alzò a gran voce il grido ”Fiore, Fiore!”. Lui sul podio ricambiò con un sorriso e con il tricolore stretto al collo. Fu l’istantanea di un’impresa diventata memorabile.
Scelti i 30 azzurri per i Mondiali di Imola, parte la caccia ai titoli iridati femminili e maschili
- CICLISMO
Quindici azzurre e quindici azzurri. Le Nazionali italiane di ciclismo iniziano a prendere forma in vista dei Mondiali su strada di Imola 2020. È stata definita oggi la rosa di 30 nomi ufficialmente iscritti alla rassegna iridata che si correrà in Emilia Romagna dal 24 al 27 settembre.
Tra loro Dino Salvoldi e Davide Cassani sceglieranno le sette donne e gli otto uomini che cercheranno di riportare in Italia un titolo mondiale che manca ormai da tempo: rispettivamente dal 2011 e 2008.
Ad ispirare gli azzurri ci sarà l’impresa di Vittorio Adorni, che nel 1968 regalò uno splendido oro proprio nel velodromo di Imola con una fuga di 90 chilometri.
I gruppi selezionati dai tecnici dell’Italbici sono, come nelle migliori tradizioni delle Nazionali di ciclismo, un mix di gioventù ed esperienza.
Accanto a veterani di lungo corso come Nibali, Caruso, Ulissi e Visconti figurano giovani che già nei primi anni di professionismo hanno mostrato indubbie qualità. Per Bagioli, Masnada, Conci, Brambilla, Fabbro e Formolo la convocazione, domenica 27 settembre, significherebbe l’esordio iridato e vorrebbe dire mettere il proprio nome sulla Maglia Azzurra n. 250 ad una prova iridata strada. Sarebbe anche il 15° battesimo di maglia dell’era Cassani da quando il tecnico romagnolo ha assunto la guida della Nazionale nel 2014.
Tra le donne, cercheranno invece di conquistare la prima Maglia Azzurra ai Mondiali strada, sabato 26 settembre, Marta Cavalli, Katia Ragusa, Elena Franchi, Debora Silvestri e Ilaria Sanguineti. Pronte a dare battaglia agli ordini di Savoldi che da quando guida la Nazionale strada (2005) ha portato a casa 4 titoli mondiali.
Per quanto riguarda gli uomini Cassani punta sulla coppia ormai storica Ganna-Affini, insieme in azzurro fin da juniores e già impegnati ai mondiali crono dello scorso anno, quando Filippo conquistò la medaglia di bronzo e Edoardo un 16° posto. Cercheranno di portare all’Italia un titolo che, in 26 edizioni, ci è sempre sfuggito. Salvoldi, invece, si affiderà alla detentrice del record dell’ora femminile Vittoria Bussi e alla giovanissima Vittoria Guazzini.
Torna la Settimana Europea dello Sport, l'iniziativa dell'Unione per promuovere l'attività fisica
- DAL 23 AL 30 SETTEMBRE
Dal 23 al 30 settembre torna la Settimana Europea dello Sport - EWoS 2020: l'iniziativa lanciata nel 2015 dalla Commissione Europea per promuovere lo sport e l'attività fisica in tutto il continente.
Lo sport e l'attività fisica contribuiscono in modo significativo alla salute e benessere dei cittadini europei, tuttavia, il livello di attività fisica in Europa è attualmente stagnante e persino in calo in alcuni Paesi dell'Unione. La Settimana europea dello sport è nata quindi come una risposta congiunta a questa sfida, con i singoli Governi - in Italia il responsabile del progetto è il Dipartimento per lo Sport della Presidenza del Consiglio dei Ministri con il supporto di Sport e Salute Spa e il coinvolgimento di tutti gli Organismi Sportivi - finanziati direttamente dall'UE per la realizzazione delle attività in programma.
Dopo l’edizione da record dello scorso anno, quella del 2020 assume un particolare significato a causa della pandemia da Covid-19 in corso e, date le restrizioni vigenti in tema di eventi in presenza, il progetto si focalizzerà sulla promozione dell’aggregazione sportiva, incentivando workout, allenamenti e flashmob sportivi sull’intero territorio nazionale.
A Roma, nel Parco del Foro Italico, verranno promosse le pratiche sportive spontanee ed individuali e, tra gli eventi in calendario, spicca la #BeActiveNight, ideata nel 2018 e in programma il 26 settembre, in contemporanea in tutti i Paesi dell'Unione.
Il progetto sposa inoltre i Social Development Goals presenti nell’Agenda 2030 dell’ONU, favorendo diverse e specifiche modalità di svolgimento dell’attività fisica e sportiva, considerata elemento centrale per lo sviluppo psicofisico delle persone.
La campagna #BeActive, lanciata ufficialmente lo scorso 23 giugno in occasione dell’International Olympic Day, promuove il messaggio #BeActive durante tutto l'anno e culminerà proprio nel corso della Settimana Europea dello Sport.
Festa di colori all’apertura del terzo millennio. Cathy Freeman accende la fiamma dei Giochi “green style”
- 20 anni fa i Giochi Olimpici a Sydney
Dal passato alla ricerca della riconciliazione avviata nel presente, che vedeva nella convivenza pacifica tra i popoli, quel futuro pieno di speranza alle soglie del Terzo Millennio. Un messaggio forte, alto, che riecheggiò quel 15 settembre del 2000 nel corso della cerimonia d’apertura dei Giochi della XXVII Olimpiade. Una meravigliosa festa di colori, che ripercorse l’epopea australiana, attraverso il sogno acquatico dell’allora tredicenne Niki Wabster, che si dispiegò tra l’incontro con il popolo aborigeno, la dura colonizzazione e la costruzione della civiltà.
Le premesse erano quelle di una grande festa dello sport, immersa in un’atmosfera speciale, nella nazione con la più alta percentuale di sportivi praticanti al mondo. L’ultima Olimpiade del XX secolo sembrava aver cancellato le amarezze di quattro anni prima ad Atlanta. Gli occhi dei 110.000 spettatori dello Stadium Australia e quelli dei quattro miliardi incollati alla tv, furono rapiti da uno spettacolo unico, una delle cerimonie più affascinanti della storia. La due volte campionessa olimpica di hockey su prato femminile, Rechelle Hawkes, pronunciò il giuramento olimpico, mentre, Sir William Deane, Governatore generale dell’Australia, aprì ufficialmente i Giochi.
La grande attesa, però, era per l’ultimo tedoforo, rimasto nell’anonimato fino a pochi istanti prima di fare il suo ingresso allo stadio. Poi, all’improvviso, il boato della folla, che riconobbe la velocista aborigena Cathy Freeman, simbolo dell’integrazione razziale tra indigeni e il resto della popolazione australiana. La vice campionessa olimpica dei 400 mt. piani, di bianco vestita, emozionata come non mai, salì sul palco ed accese il tripode posizionato sull’acqua, che con un grande effetto scenico si alzò come un’astronave, raggiungendo la parte alta dell’impianto tra lo stupore del pubblico.
Un momento di grande emozione, al pari dell’ingresso delle due Coree, nazioni separate da un’ideologia politica e sempre sull’orlo del conflitto, che sfilarono dietro la stessa bandiera, mano nella mano. Lo sport, con i suoi valori, aveva vinto ancora una volta. Nel corso della cerimonia sfilarono 199 Comitati Olimpici, a cui si aggiunse la rappresentativa di Timor Est, che marciò sotto la bandiera a cinque cerchi per motivi politici. Nel 1999 Timor Est aveva votato la sua indipendenza dall’Indonesia, provocando scontri sanguinosi, risolti soltanto in parte dalle forze di pace delle Nazioni Unite. Eritrea, Micronesia e Palau si presentarono per la prima volta. L’unica delegazione, presente nel 1996, ma assente a Sydney, fu quella afgana, esclusa a causa delle leggi di discriminazione verso le donne in ambito sportivo.
Gli atleti in gara furono 10.651, con ben 4.069 donne, grandi protagoniste della kermesse. Delle trentadue discipline, dunque, ventotto erano aperte alle gare femminili. Prima volta per il trampolino elastico, il taekwondo e i tuffi sincronizzati, così come per il pentathlon, il salto con l’asta, la pallanuoto ed il sollevamento pesi femminili.
La partecipazione italiana, invece, avvenne in un momento storico complicato per il CONI, a causa della mancanza di fondi, logica conseguenza della crisi del Totocalcio. La squadra azzurra si presentò con 361 atleti (244 uomini e 117 donne), capitanati dal portabandiera Carlton Myers, cestista della Fortitudo Bologna, un ragazzo di colore nato a Londra, ma cresciuto a Rimini, prima di esplodere a livello internazionale con la squadra bolognese e diventare campione d’Europa a Parigi con la Nazionale allenata da Boscia Tanjevic.
La designazione di Sydney, a discapito di Berlino, Manchester, Pechino ed Istanbul, avvenne alla 101a Assemblea del CIO il 23 giugno 1993 a Montecarlo. L’organizzazione australiana fu di primissimo livello: il parco olimpico di Homebush fu realizzato bonificando un’area industriale dismessa piena di rifiuti tossici, concentrando la maggior parte degli impianti proprio in quella zona, una città dello sport splendida, con le vie dedicate ai grandi campioni della storia sportiva australiana. Per raggiungere quest’area fu realizzata una nuova linea ferroviaria veloce, completata quasi due anni prima dell’inizio dei Giochi, mentre i biglietti dei mezzi pubblici furono venduti a prezzi modici, in modo da convincere i cittadini a lasciare a casa la macchina.
Il compito degli organizzatori e dei soggetti pubblici competenti si svolse senza particolari ostacoli, in quanto il governo statale aveva approvato una normativa che esentava i progetti connessi con i Giochi dalle normali procedure autorizzative. Un significativo punto di svolta ci fu nel 1993, quando il Comitato promotore presentò le linee guida ambientali per i Giochi (condivise con gli ambientalisti, che ebbero un ruolo attivo), prima di aggiudicarsi il diritto ad ospitarli. Quegli orientamenti non solo servirono come argomento spendibile per convincere i membri del CIO, ma guidarono la gran parte della pianificazione e dell’esecuzione delle opere: un lascito che diede vita ai cosiddetti “Giochi verdi”. Durante la Giornata mondiale dell’ambiente del 2001 le Nazioni Unite conferirono a Sydney il prestigioso premio “Global 500” per l’eccellenza ambientale, l’apoteosi di un’Olimpiade indimenticabile dallo stile green.
Le medaglie azzurre di Sydney 2000
Giovanni Calabrese, Nicola Sartori Bronzo – Canottaggio: due di coppia
Paolo Vidoz Bronzo – Pugilato: super massimi (+91 kg)
Marco Bracci, Andrea Gardini, Andrea Giani, Pasquale Gravina, Marco Meoni, Samuele Papi, Andrea Sartoretti, Paolo Tofoli, Alessandro Fei, Luigi Mastrangelo, Mirko Corsano, Simone Rosalba Bronzo - Pallavolo
Daniele Crosta, Gabriele Magni, Salvatore Sanzo, Matteo Zennaro Bronzo – Scherma: fioretto a squadre
Domenico Fioravanti Oro – Nuoto; 100 m rana; Oro – 200 m rana
Angelo Mazzoni, Maurizio Randazzo, Paolo Milanoli, Alfredo Rota Oro – Scherma: spada a squadre
Pino Maddaloni Oro – Judo: 73 kg
Antonella Bellutti Oro – Ciclismo: corsa a punti
Valentina Vezzali Oro – Scherma: fioretto
Massimiliano Rosolino Oro – Nuoto: 200 m misti; Argento - 400 sl; Bronzo – 200 m sl
Paola Pezzo Oro - Ciclismo: mountain bike
Giovanna Trillini, diana Bianchedi, valentina Vezzali Oro – Scherma: fioretto a squadre
Agostino Abbagnale, Alessio Sartori, Rossano Galtarossa, Simone Raineri Oro – Canottaggio: quattro di coppia
Alessandra Sensini Oro – Vela: classe mistral
Govanni Pellielo Bronzo - Tiro a Volo: fossa olimpica
Girolamo Giovinazzo Bronzo – Judo: 66 kg
Pierpaolo Ferrazzi Bronzo – Canoa Kayak: K1 slalom
Davide Rummolo Bronzo – Nuoto: 200 m rana
Ylenia Scapin Bronzo – Judo: 70 kg
Giovanna Trillini Bronzo – Scherma: fioretto
Silvio Martinello, Marco Villa Bronzo – Ciclismo: americana
Luca Devoti Argento – Vela: classe finn
Fiona May Argento – Atletica: lungo
Antonio Rossi, Beniamino Bonomi Oro - Canoa Kayak: K2 1000 m
Josefa Idem Oro – Canoa Kayak: K1 500 m
Deborah Gelisio Argento - Tiro a Volo: double trap
Ilario Di Buò, Matteo Bisiani, Michele Frangilli Argento - Tiro con l'arco: a squadre
Valter Molea, Riccardo Dei Rossi, Lorenzo Carboncini, Carlo Mornati Argento – Canottaggio: quattro senza
Elia Luini, Leonardo Pettinari Argento – Canottaggio: due di coppia PL
Nicola Vizzoni Argento – Atletica: martello
Emanuela Pierantozzi Bronzo – Judo: 78 kg
Al via gli Europei in Lettonia, tre coppie azzurre in gara
- BEACH VOLLEY
Da domani martedì 15 settembre a Jurmala (Lettonia), prenderanno il via i Campionati Europei di beach volley, che termineranno domenica 20 con le gare che assegneranno le medaglie.
L'evento clou continentale di beach volley tornerà sulla spiaggia di Majori dopo che la località balneare più famosa della Lettonia aveva già ospitato i Campionati Europei nel 2017, anno in cui a trionfare furono gli azzurri Daniele Lupo e Paolo Nicolai.
Novità dell’ultima ora è il cambio coppia effettuato nel tabellone maschile con Jakob Windisch che affiancherà Adrian Carambula. Il giovane azzurro sostituirà Enrico Rossi che ha dovuto dare forfait a causa di un problema alla spalla. Con loro confermati gli atleti dell’Aeronautica Militare, vice campioni olimpici e tre volte campioni continentali (2014, 2016, e nel 2017 proprio a Jurmala) Daniele Lupo e Paolo Nicolai e nel tabellone femminile Marta Menegatti e Viktoria Orsi Toth.
Le azzurre allenate da Terenzio Feroleto sono inserite nella pool F insieme a Hermannova-Slukova (Repubblica Ceca), Jupiter-Chamereau (Francia) e alle padroni di casa Namike-Brailko (Lettonia).
Nel tabellone maschile Lupo-Nicolai sono stati inseriti, come teste di serie, nella pool E dove se la dovranno vedere con Heidrich-Gerson (Svizzera), Walkenhorst-Winter (Germania), Dziadkou-Piatrushka (Bielorussia).
Infine, Jakob Windisch e Adrian Carambula, sono stati sorteggiati nella pool H con Herrera-Gavira (Spagna), Seidl Rob-Waller (Austria), Krattiger-Breer (Svizzera).
Le pool delle coppie italiane
Pool E maschile
Lupo-Nicolai (Italia)
Heidrich-Gerson (Svizzera)
Walkenhorst-Winter (Germania)
Dziadkou-Piatrushka (Bielorussia)
Pool H maschile
Windisch-Carambula (Italia)
Herrera-Gavira (Spagna)
Seidl Rob-Waller (Austria)
Krattiger-Breer (Svizzera)
Pool F femminile
Hermannova-Slukova (Repubblica Ceca)
Menegatti-Orsi Toth (Italia)
Jupiter-Chamereau (Francia)
Namike-Brailko (Lettonia)
Il Calendario (disponibili al momento solo i primi match)
15 settembre
Pool F femminile
ore 13 Menegatti/Orsi Toth - Jupiter-Chamereau (Francia)
16 settembre
Pool E maschile
ore 12 Nicolai/Lupo – Dziadkou/Piatrushka (Bielorussia)
Pool H maschile
ore 10 Windisch/Carambula – Krattiger/Breer (Svizzera)
La cerimonia di chiusura conclude l’edizione dei record e della rinascita. Azzurri 24 volte sul podio.
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Il 12 settembre del 1920 calava il sipario sui Giochi della VII Olimpiade. Anversa e il Belgio, non solo organizzarono una manifestazione a tempo di record, ma riuscirono, nei trenta giorni di gare, a far dimenticare, almeno in parte, i terrificanti flash-back della Grande Guerra. La decisione del CIO di puntare sulla città fiamminga, non fu semplicemente una scelta simbolica, ma l’occasione per onorare gli oltre cento atleti che pagarono con la vita le atrocità di quel conflitto assurdo.
I Giochi premiarono gli Stati Uniti, che con 95 medaglie (41 ori, 27 argenti e 27 bronzi) conquistarono la leadership, davanti alla Svezia con 64 (19, 20, 25) e alla Gran Bretagna con 43 (15, 15, 13). L’Italia si classificò al settimo posto del medagliere con 13 ori, 5 argenti e 6 bronzi.
Lo schermidore livornese Nedo Nadi conquistò ben cinque titoli, diventando, di fatto, il grande protagonista dell’Olimpiade. Vinse nel fioretto individuale e a squadre (con Aldo, Baldo Baldi, Oreste Puliti, Rodolfo Terlizzi, Tommaso Costantino, Abelardo Olivier e Pietro Speciale); nella sciabola individuale e a squadre (in coabitazione con Baldo Baldi, Aldo Nadi, Oreste Puliti, Dino Urbani, Federico Cesarano, Francesco Gargano e da Giorgio Santelli) e nella spada a squadre (assieme ad Aldo Nadi, Andrea Marazzi, Dino Urbani, Abelardo Olivier, Giovanni Canova, Tommaso Costantino, Paolo Thaon de Revel, Antonio Allocchio e Tullio Bozza). Non si iscrisse, però, alla prova di spada individuale, forse per rispetto all’editto del padre, che la definì “un’arma priva di disciplina”. Il dominio della scherma azzurra fu completato dall’argento del fratello Aldo nella sciabola individuale.
Dagli sport equestri, poi, arrivarono altre cinque medaglie. L’oro e l’argento di Tommaso Lequio di Assaba ed Alessandro Valerio nel concorso individuale di salto ad ostacoli, cui si aggiunse il bronzo di Ettore Caffaratti, Giulio Cacciandra, Carlo Asinari ed Alessandro Alvisi nella prova a squadre. Caffaratti, inoltre, vinse il bronzo nel concorso completo individuale e l’argento nella prova a squadre insieme a Garibaldi Spighi, Cacciandra ed Asinari.
Indimenticabile, quindi, la doppietta d’oro di Ugo Frigerio nei 3000 e 10.000 mt. di marcia. Durante la premiazione del fanciullo d’oro, alla presenza di Re Alberto di Belgio, la banda che doveva eseguire l’inno italiano pare - così narra la leggenda - avesse perso lo spartito della “Marcia Reale”. Per togliersi dall’impaccio, il direttore chiese ai componenti della banda si suonare “O sole mio” da tutti conosciuta a memoria ed immediatamente l’esecuzione venne seguita a gran voce dagli spettatori dello Stadio Olimpico. L’atletica leggera si aggiudicò anche due bronzi con Valerio Arri nella maratona ed Ernesto Ambrosini nei 3000 mt. siepi.
Grandi soddisfazioni pure per il canottaggio, con lo splendido oro conquistato da Ercole Olgeni, Giovanni Scatturin e dal giovanissimo timoniere Guido De Filip, a cui si aggiunse l’argento di Erminio Dones e Pietro Annoni nel due di coppia, sconfitti dal formidabile duo statunitense composto da John Kelly (padre di Grace, principessa di Monaco) e dal cugino Paul Costello.
L’Italia confermò il suo strapotere anche nella ginnastica, con il successo di Giorgio Zampori sia nel concorso generale individuale, che in quello a squadre con Giuseppe Domenichelli, Carlo Fregosi, Francesco Loi, Luigi Maiocco, Lorenzo Mangiante, Paolo Salvi, Angelo Zorzi, Fernando Bonatti, Luigi Cambiaso, Carlo e Luigi Costigliolo, Roberto Ferrari, Romualdo Ghiglione, Ezio Roselli, da Giovan Battista Tubino, Luigi Contessi, Ambrogio Levati, Ferdinando Mandrini, Antonio Marovelli, dal modenese Arnaldo Andreoli, Ettore Bellotto, Vittorio Lucchetti e Michele Mastromarino.
Le sorprese, invece, arrivarono dal sollevamento pesi, con l’incredibile vittoria del burbero dal cuore d’oro, Filippo Emanuele Bottino, nella categoria massimi; oltre all’argento dell’altro genovese, Pietro Bianchi, nei medi. Soddisfazioni altresì per il ciclismo, oro nell’inseguimento a squadre sui 4000 mt., con il quartetto formato da Primo Magnani, Ruggero Ferrario, Arnaldo Carli e da Franco Giorgetti. Il bottino azzurro fu rimpinguato dai bronzi di Edoardo Garzena nel pugilato pesi piuma e di Giuseppe Tonani nel tiro alla fune.
Diversi i personaggi che si misero in luce nel corso dei Giochi belgi. Nel mezzofondo lungo s’intravide la luce della stella finlandese Paavo Nurmi, oro nei 10.000 mt. e nelle prove di corsa campestre individuale e a squadre, ma che si dovette accontentare dell’argento nei 5000 mt. alle spalle del francese Joseph Guillemot. Nel nuoto, quindi, l’hawaiano Duke Kahanamoku, otto anni dopo Stoccolma, rivinse i 100 mt. stile libero, migliorando di tre secondi il suo record. La finale fu ripetuta per il reclamo dell’australiano William Herald, che si era visto tagliare la strada dallo statunitense Norman Ross. Kahanamoku vinse ancora, senza record, cinque giorni dopo e fu anche l’ultima volta che si nuotò senza corsie. Le gare di nuoto si disputarono allo Stade Nautique, in un canale fangoso. “Maestà, abbiamo nuotato nella mola, non nell’acqua”, disse alla regina la campionessa statunitense Ethelda Bleibtrey, mentre riceveva i complimenti per i suoi tre ori vinti nei 100, 300 e nella staffetta 4x100 mt. stile libero.
Straordinaria anche la storia della tuffatrice statunitense Aileen Riggin, che partecipò ai Giochi quasi per scommessa: aveva da poco compiuto quattordici anni e pesava solo 32 kg. Nata a Newport, Rhode Island, fu primatista di longevità. Nei tuffi da un metro sconfisse la compagna di squadra Helen Wainwright e restò la più giovane vincitrice olimpica fino a Berlino 1936, quando l’altra teenager a stelle e strisce, Marjorie Gestrung, conquistò l’oro nel trampolino da tre metri, tre mesi prima di compiere quattordici anni.
L’Olimpiade si chiuse senza il fatidico “Arrivederci a….”, Parigi, che venne assegnata nel 1921, accontentando la richiesta di Pierre de Coubertin, alla sua ultima presidenza in seno al Comitato Olimpico. Di Anversa, però, si ricorderà quella forza propulsiva di valori positivi, che diedero luogo ai Giochi della rinascita.
Partecipanti: Nazioni: 29 - Atleti: 2626 (2561 Uomini; 65 Donne) - Italiani: 172 (171 Uomini; 1 Donna)
Medaglie Azzurre: 13 Oro – 5 Argento - 6 Bronzo
Due azzurri sul podio nel salto ostacoli: vince Tommaso Lequio di Assaba secondo Alessandro Valerio
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Nel giorno della cerimonia di chiusura dei Giochi della VII Olimpiade, i cavalieri italiani furono i grandi protagonisti del concorso di salto ad ostacoli. Tommaso Lequio di Assaba ed Alessandro Valerio si aggiudicarono rispettivamente l’oro e l’argento nella prova individuale, rimpinguando il bottino di medaglie degli sport equestri.
Ettore Caffaratti aveva vinto il bronzo nel concorso completo individuale e l’argento nella prova a squadre assieme a Garibaldi Spighi, Giulio Cacciandra e Carlo Asinari, cui seguì l’altro bronzo nel salto ad ostacoli a squadre sempre con Caffaratti, Cacciandra, Asinari ed Alessandro Alvisi. Per la scuola equestre italiana fu l’apoteosi: cinque medaglie nelle sette prove in programma.
Tommaso Lequio, era figlio del generale Clemente, che assunse il cognome onorifico di Assaba, grazie ad un’impresa nella campagna di Libia, dove sconfisse i berberi condotti da Suleiman al Baruni. In gioventù si arruolò nel Regio Esercito e fu assegnato all’Arma di Cavalleria, distinguendosi nella Prima Guerra Mondiale in forza al 6° Reparto, tanto da essere decorato con la medaglia di bronzo al valor militare. L’Italia aveva vinto la sua prima medaglia d’oro a Parigi nel 1900, con Gian Giorgio Trissino - ex aequo con il francese Dominique Gardères - nel salto in alto con 1,85 mt., anche se poi gli sport equestri uscirono dal programma olimpico fino a Stoccolma 1912, quando ritornarono con una formula moderna ed evoluta.
La gara si disputò allo Stadio Olimpico, in un’unica manche, in cui si sfidarono venticinque cavalieri in rappresentanza di sei paesi. L’Italia schierò sei binomi: Tommaso Lequio di Assaba su Trebecco, Alessandro Valerio su Cento, Santorre de Rossi di Santa Rosa su Neruccio, Garibaldi Spighi su Virginia, Ruggero Umbertalli su Proton ed Emilio Benini su Passero. Il tenente Lequio di Assaba, tra i più giovani con i suoi quasi 27 anni, non era tra i favoriti della vigilia, ruolo che spettava ad Umbertalli, che l’anno prima si era imposto ai Giochi Interalleati (una sorta di Olimpiade riservata agli atleti militari degli Stati usciti vincitori dal conflitto mondiale), il test più attendibile per valutare le credenziali dei cavalieri in gara ad Anversa.
Lo svedese Carl Gustaf Lewenhaupt fu l’unico concorrente in gara ad aver partecipato alla prova olimpica di quattro anni prima nel suo Paese, rappresentante della scuola scandinava ricca di tradizione e talento, che proprio ai Giochi di Anversa si aggiudicò quattro prove su sette. I cavalieri dovevano effettuare un percorso costituito da dodici barriere con altezza massima di 1,40 mt. su una lunghezza di circa 1000 mt. Lequio di Assaba, considerato un maestro di stile, sbaragliò gli avversari e con due sole penalità conquistò il titolo olimpico. Una gioia immensa, che fece il paio con l’argento di Alessandro Valerio, maggiore del Reggimento Artiglieria a Cavallo, che chiuse con tre penalità. Bronzo, quindi, per il capitano Lewenhaupt, con quattro penalità.
Più indietro, invece, gli altri azzurri: settimo De Rossi di Santa Rosa, decimo Spighi, diciassettesimo Umbertalli e diciannovesimo Benini. Il cavaliere cuneese, tra i più grandi di sempre, non solo sarà ricordato per essere stato il primo italiano a vincere nel salto ad ostacoli, ma anche nella veste di presidente della Federazione Italiana Sport Equestri, che guidò dal 1960 fino alla sua scomparsa avvenuta il 17 dicembre del 1965.
I vincitori della 54ª edizione del Concorso Letterario
- CONI
La Commissione per l’assegnazione del Premio della 54^ edizione del Concorso Letterario, presieduta da Marino Bartoletti e composta da Paola Pigni, Valerio Bianchini, Piero Mei, Roberto Perrone, Roberto Rosseti e Paolo Francia.si è riunita al CONI e, dopo un approfondito esame delle opere presentate, ha attribuito i seguenti premi:
Sezione Saggistica
|
Premio |
Autore |
Titolo |
Casa Editrice |
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1° (euro 3.000) |
Auro Bulbarelli, Giampiero Petrucci |
Coppi per sempre |
Gribaudo |
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2° (euro 2.000) |
Nicola Roggero |
Premier League |
Rizzoli |
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Segnalazioni particolari |
Stefano Pivato |
Storia sociale della bicicletta |
Società editrice il Mulino |
|
Segnalazioni particolari |
Paolo Mazzoleni, Giorgio Burreddu e Alessandra Giardini |
La mia regola 18 |
Edizioni Slam Absolutely Free |
Sezione Narrativa
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Premio |
Autore |
Titolo |
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Chiude l’edizione dal volto umano inizia l’era dei diritti TV. Italia terza nel medagliere
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Lo scenario incantevole della Città Eterna aveva fatto breccia nel cuore degli appassionati, trasformando i Giochi della XVII Olimpiade in un racconto indimenticabile. Alcune delle gare disputate a Roma entrarono a pieno titolo nella storia dello sport, sia per le prestazioni eccelse, sia per il carisma di taluni campioni che contribuirono al grande successo della manifestazione. Diciotto giorni memorabili, che volgevano al termine, con quel soffio di malinconia che permeò l’aria di quell’11 settembre del 1960. Alle 18.45, allo Stadio Olimpico, iniziò la cerimonia di chiusura, preceduta di qualche ora dall’ultima gara in programma negli sport equestri, il salto ad ostacoli a squadre.
Molti dei protagonisti avevano già fatto ritorno nei rispettivi Paesi, ma l’atmosfera magica non distolse lo sguardo del pubblico dagli atleti, che sfilarono uno accanto all’altro. I portabandiera formarono un arco al centro del campo, mentre il presidente del CIO, Avery Brundage, dichiarava chiusi i Giochi di Roma. In tribuna erano presenti diverse personalità, tra cui le Regine di Grecia e d’Olanda, mentre non c’era il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Sulle note dell’inno olimpico - suonato dall’Accademia di Santa Cecilia - la fiamma del braciere si spegneva lentamente, mentre la bandiera a cinque cerchi veniva ammainata.
Al calar della sera, con il buio che si era impadronito del Foro Italico, decine di migliaia di spettatori, spontaneamente, illuminarono la notte accendendo torce improvvisate con la carta dei giornali, che alla vista della scritta Arrivederci a Tokyo” - apparsa sul tabellone luminoso - non nascosero la loro commozione. Il sipario era calato, ma i ricordi erano ancora vivi.
Per l’Italia non fu solo un successo organizzativo, ma anche sportivo, con lo storico terzo posto nel medagliere (13 ori, 10 argenti e 13 bronzi), alle spalle dell’Unione Sovietica (43, 29, 31) e degli Stati Uniti (34, 21, 16). La squadra azzurra dominò nel pugilato con Nino Benvenuti nei pesi welter, Francesco Musso nei piuma e Franco De Piccoli nei massimi. A completare il successo della scuola italiana contribuirono gli argenti di Primo Zamparini nei gallo, Sandro Lopopolo nei leggeri e Carmelo Bossi nei medi leggeri.
Il ciclismo, poi, mancò di poco l’en plein, con cinque titoli sui sei disponibili. Sante Gaiardoni si aggiudicò prima il chilometro da fermo e poi la prova di velocità su pista (unico ciclista ad aver compiuto questa impresa), cui si aggiunsero i successi di Luigi Arienti, Franco Testa, Mario Vallotto e Mario Vigna nella prova d’inseguimento sui quattro chilometri e quella di Giuseppe Beghetto e Sergio Bianchetto nel tandem. Nelle gare su strada, invece, Livio Trapè vinse l’argento, battuto allo sprint dal sovietico Viktor Kapitonov; mentre, nella prova a cronometro a squadre, si aggiudicò il titolo insieme ad Antonio Bailetti, Ottavio Cogliati e Giacomo Fornoni.
Straordinario ed inaspettato, quindi, il successo del Settebello azzurro, che con Amedeo Ambron, Giuseppe D’Altrui, Luigi Mannelli, Rosario Parmegiani, Danilo Bardi, Gianni Lonzi, Brunello Spinelli, Salvatore Gionta, Giancarlo Guerrini, Franco Lavoratori, Eraldo Pizzo e Dante Rossi conquistò il secondo titolo olimpico nella pallanuoto dopo Londra 1948. Grande vetrina anche per l’equitazione, che con i fratelli D’Inzeo, Raimondo e Piero, si aggiudicò l’oro e l’argento nel salto ad ostacoli individuale, cui fece seguito la medaglia di bronzo nella prova a squadre assieme ad Antonio Oppes. La scherma, alle prese con un cambio generazionale, conquistò due successi nella spada: Giuseppe Delfino nella prova individuale e in quella a squadre con Alberto Pellegrino, Carlo Pavesi, Edoardo Mangiarotti, Fiorenzo Marini e Gianluigi Saccaro. Nel fioretto a squadre, di contro, gli azzurri Edoardo Mangiarotti, Alberto Pellegrino, Luigi Carpaneda, Mario Curletto ed Aldo Aureggi furono sconfitti in finale dall’Unione Sovietica e si dovettero accontentare dell’argento.
Straordinario, quanto incredibile, il trionfo di Livio Berruti, capace di eguagliare per ben due volte il record del mondo nei 200 metri.
Il bottino di trentasei medaglie fu poi completato dagli argenti di Aldo Dezi e Francesco La Macchia nella canoa C2 1000 mt.; da Tullio Baraglia, Renato Bosatta, Giancarlo Crosta e Giuseppe Galante nel canottaggio quattro senza; da Giovanni Carminucci nelle parallele della ginnastica; da Galliano Rossini ne piattello del tiro a volo; nonché dai bronzi di Giuseppina Leone nei 100 mt. donne; da Abdon Pamich nella 50 km. di marcia; da Romano Sgheiz, Ivo Stefanoni, Franco Trincavelli, Fulvio Balatti e Giovanni Zucchi nel canottaggio quattro con; da Valentino Gasparella nel ciclismo velocità su pista; da Franco Menichelli nella ginnastica corpo libero e nel concorso generale a squadre con Giovanni Carminucci, Pasquale Carminucci, Gianfranco Marzolla, Orlando Polmonari e Angelo Vicardi; da Giulio Saraudi nel pugilato medio massimi; da Wladimiro Calarese nella sciabola individuale e nella prova a squadre con Roberto Ferrari, Giampaolo Calanchini, Pier Luigi Chicca e Mario Ravagnan; da Irene Camber, Antonella Ragno, Velleda Cesari, Bruna Colombetti e Claudia Pasini nel fioretto a squadre femminile; da Sebastiano Mannironi nel sollevamento pesi; da Antonio Ciciliano, Antonio Cosentino e Giulio De Stefano nella vela classe Dragoni.
Nel corso dei Giochi romani furono migliorati 32 primati olimpici e 7 record mondiali nell’atletica leggera. Nella velocità, dopo trent’anni di egemonia a stelle e strisce, il primatista mondiale, il tedesco Armin Hary, si aggiudicò il titolo nei 100 mt., mentre, Berruti, vinse nei 200 mt. Splendida, ancora, la finale dei 400 mt., con il tedesco Carl Kaufmann e lo statunitense Otis Davis appaiati all’arrivo con il record mondiale di 44”9. Al fotofinish, però, la spuntò Davis, che corse gli ultimi 100 mt. in 10”8. In campo femminile, tuttavia, la grande protagonista fu Wilma Rudolph, la Regina della Olimpiade romana.
La gazzella nera, che corse con un piccolo apparecchio ortopedico ai piedi, retaggio di una poliomielite infantile, s’impose nei 100, nei 200 e nella staffetta 4x100 mt., facendo letteralmente impazzire il pubblico. Epico, poi, il successo dello sconosciuto Abebe Bikila. L’atleta etiope vinse la prima maratona olimpica disputata di notte, trionfando a piedi scalzi sotto l’Arco di Costantino, con il primato olimpico di 2h15’16”2. Un flash-back memorabile, ricordato con una targa commemorativa in via San Gregorio, dove tagliò lo storico traguardo.
Il Palazzo dello Sport dell’EUR consacrò un altro grande campione: Cassius Marcellus Clay, oro nei medio massimi di pugilato. Il 18enne di Lousville qualche anno dopo avrebbe rivoluzionato il mondo della boxe diventando uno dei campioni più amati e criticati del panorama internazionale. Nel nuoto dominarono Australia e Stati Uniti con quattro ori per parte, con l’unica eccezione dei 200 mt. rana femminili che videro imporsi la britannica Anita Lonsbrough. La grande stella fu la statunitense Chris Von Saltza, che vinse nei 400 mt. stile libero e nelle staffette 4x100 mt. stile libero e mista.
Sette in totale i record mondiali stabiliti nelle prove natatorie. Nella ginnastica l’Unione Sovietica la fece da padrona: Boris Sachlin conquistò 4 ori, 2 argenti e un bronzo, un risultato storico, così come la performance della sua connazionale, Larisa Latynina, che si aggiudicò due ori e salì sul podio in tutte le specialità. Roma sarà ricordata anche per due prime volte: il cronometraggio affidato alla Federazione Italiana Cronometristi e la copertura televisiva.Solo in quell’occasione le misurazioni non furono affidate all’Omega SA, ma alla F.I.Cr., che si affidò ad 82 cronometristi, tra cui il futuro scrittore Luciano De Crescenzo.
La televisione coprì buona parte del programma di gare, con 106 ore di trasmissione da parte della RAI. Il Comitato Organizzatore e in particolare il presidente del CONI, Giulio Onesti, ebbero il merito di stipulare i contratti televisivi, vendendo i diritti alla CBS per 660.000 dollari e all’Eurovisione per 540.000 dollari. Una grande innovazione, quella dei Giochi della felicità, che resteranno scolpiti per sempre nella memoria del nostro Paese.
Partecipanti: 83 Nazioni - 5338 Atleti (4727 Uomini; 611 Donne) - Italiani 280 (246 Uomini; 34 Donne)
Medaglie Azzurre : 13 Oro – 10 Argento – 13 Bronzo
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