Gaiardoni vince ancora nella velocità poi festeggia a Via Veneto
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Che giornata incredibile quel 29 agosto del 1960. Ai Giochi della XVII Olimpiade il ciclismo azzurro sembrava non avere rivali, una squadra perfetta in grado di polverizzare gli avversari. Reduce dai trionfi nella 100 chilometri a squadre, nel chilometro da fermo, nel tandem e nell'inseguimento a squadre, il team azzurro era pronto ad affrontare le semifinali e le finali della prova di velocità su pista. Al Velodromo dell’EUR il grande sogno era quello di vedere Sante Gaiardoni e Valentino Gasparella incrociare le loro ruote nella finale per il titolo olimpico.
I due pistard azzurri, infatti, si erano qualificati, seppur con percorsi diversi, per le sfide decisive che avrebbero assegnato le medaglie. Una gara massacrante per i trenta partecipanti, iniziata il 26 agosto con la disputa di due turni preliminari e dei relativi ripescaggi. Per Gaiardoni quella giornata non fu semplicemente infinita, ma indimenticabile: superò al primo turno l’indiano Clyde Rimple, conquistò il titolo olimpico nel chilometro da fermo e quindi, si qualificò per i quarti di finale della velocità, a spese del sovietico Imants Bodnieks e del tedesco Günter Kaslowski.
Più tortuoso, invece, il cammino di Gasparella. Al primo turno s’impose nella sua serie contro lo spagnolo José Errandonea e l’irlandese Martin McKay; mentre, al secondo turno, si classificò terzo e fu costretto ai ripescaggi. Nei due turni supplementari, tuttavia, s’impose superando nella finale per la qualificazione il colombiano Mario Vanegas.
Gli azzurri erano due atleti titolati, anche se Gaiardoni aveva subito per anni una sorta di sudditanza nei confronti di Gasparella, che alla fine degli Anni Cinquanta era il campione indiscusso e a Roma godeva dei favori del pronostico. Il 25enne di Isola Vicentina, non solo aveva vinto l’oro nell’inseguimento a squadre ai Giochi di Melbourne 1956, ma per due anni consecutivi aveva tolto a Gaiardoni la possibilità di conquistare i titoli iridati nella velocità ai Mondiali di Parigi del 1958 e di Amsterdam del 1959. Due sconfitte brucianti, che sembravano aver minato psicologicamente il campione di Villafranca di Verona, che però, due settimane prima dell’inizio dei Giochi di Roma, riuscì finalmente a coronare il suo inseguimento al titolo iridato, superando in finale a Lipsia il belga Leo Sterckx.
La sfida tra i due pistard veneti, pertanto, prometteva spettacolo. Il 27 agosto fu la volta dei quarti di finale, che Gaiardoni e Gasparella superarono brillantemente, in due sole manche, superando rispettivamente il brasiliano Anésio Argenton e il francese Antoine Pellegrina. Nelle altre due sfide il belga Sterckx superò il britannico Lloyd Binch e l’australiano Ronald Baensch ebbe la meglio sul tedesco August Rieke. Si arrivò così al grande giorno.
Nella prima semifinale Gasparella fu sconfitto a sorpresa - in tre manches - da Sterckx e così tutta la pressione gravò sulle spalle di Gaiardoni. Il ventunenne azzurro non deluse e superò Baensch al termine di tre manche: vinse la prima, cadde nella seconda, mettendo a repentaglio la sua gara - procurandosi fortunatamente solo alcune escoriazioni - e volò nella terza conquistando la sua seconda finale olimpica nel giro di quattro giorni. L’impianto era una bolgia, il pubblico non tratteneva l’emozione e l’attesa era grande per il remake della sfida iridata di un paio di settimane prima proprio tra Gaiardoni e Sterckx.
Nella prima manche l’azzurro s’impose con uno scatto bruciante a 300 metri dal traguardo, senza lasciare scampo all’avversario. Nella seconda, invece, la tattica la fece da padrona. Nella prima fase, con la tensione alle stelle, i due protagonisti sembravano studiarsi, con lo sguardo rivolto l’uno all’altro. Gaiardoni provò l’allungo, ma il belga lo superò involandosi verso il traguardo. A quel punto, l’azzurro lo raggiunse all’ultima curva e con una progressione impressionante lo superò tra le ovazioni del pubblico.
Un meraviglioso trionfo, condito dal bronzo di Gasparella, che si concluse a notte fonda in via Veneto, con gli amici Maurizio Arena e Walter Chiari, al grido: “Gaiardo! Gaiardo! Gaiardo!”.
Quattro assi dell’inseguimento in pista piegano anche la squadra tedesca
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
L’Italia del ciclismo ai Giochi della XVII Olimpiade sembrava una corazzata imbattibile, in uno stato di forma straordinario e magicamente concentrata sull’evento sportivo più importante per la storia del nostro Paese. E così, il 29 agosto del 1960, non tradì le attese e conquistò la quarta medaglia d’oro nell’inseguimento a squadre sui 4000 metri, dopo i successi nella 100 chilometri a squadre, nel chilometro da fermo e nel tandem.
Il quartetto azzurro formato dai lombardi Luigi Arienti e Marino Vigna e dai veneti Franco Testa e Mario Vallotto, salì sul gradino più alto del podio al termine di una gara dominata fin dall’inizio. E pensare che i commentatori dell’epoca davano la Germania e l’Olanda tra le favorite, con la Francia come outsider. L’Italia, seppure fosse una superpotenza nella specialità - con un bottino eccezionale di sei ori e due argenti, ininterrottamente da Anversa 1920 a Melbourne 1956 - non partiva con i favori del pronostico.
La prova fu suddivisa in due giornate: nella prima si disputarono le batterie e i quarti di finale, mentre, nella seconda, le semifinali e le finali. Il 27 agosto le diciannove squadre partecipanti affrontarono il primo turno: si qualificavano i team con i migliori otto tempi. Nella settima batteria gli azzurri superarono la Germania - che comunque si qualificò - con il tempo di 4’38”41, miglior prestazione assoluta. Passarono il turno anche l’Argentina, la Cecoslovacchia, l’Unione Sovietica, i Paesi Bassi, la Danimarca e la Francia, Nei quarti di finale, quindi, il quartetto azzurro vinse nettamente sull’Argentina (Trillo, Contreras, Acosta, Brotto), con oltre nove secondi di vantaggio; mentre, Francia, Germania ed Unione Sovietica superarono rispettivamente Cecoslovacchia, Danimarca e Paesi Bassi.
Due giorni dopo fu la volta delle semifinali. Nella prima la Germania ebbe la meglio sulla Francia, mentre; nella seconda, l’Italia vinse la sfida con l’Unione Sovietica (Moskvin, Romanov, Kolumbet, Belgardt). Fino a metà gara i due quartetti tennero gli stessi ritmi, poi, pian piano, gli azzurri decisero di accelerare, senza concedere nessuna chance agli avversari, tagliando il traguardo con oltre quattro secondi di vantaggio e stabilendo il nuovo record olimpico con 4’28”88.
In finale ritrovarono la Germania (Köhler, Gröning, Klieme, Barleben), che voleva prendersi la rivincita dopo la sconfitta subita al primo turno. L’avvio fu complicato, ma metro dopo metro, gli azzurri recuperarono ritmo e progressione ed ancora una volta i tedeschi dovettero arrendersi alla superiorità dei padroni di casa. Arienti, Testa, Vallotto e Vigna conquistarono l’oro con il tempo 4’30”90, ma soprattutto regalarono all’Italia il terzo titolo olimpico consecutivo nella specialità, mentre, l’Unione Sovietica, si aggiudicò la medaglia di bronzo superando di misura la Francia (Delattre, Suire, Claud, Nédélec).
Quel giorno resterà impresso nella memoria degli oltre diciassettemila spettatori del Velodromo Olimpico per la fantastica prova di forza del favoloso quartetto azzurro.
Storico oro nel canottaggio: una vittoria al bacio nel due con
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Il 29 agosto del 1920, ai Giochi della VII Olimpiade, i fotografi immortalarono il bacio tra Ercole Olgeni e Giovanni Scatturin, un’immagine diventata l’icona di uno storico successo. I due azzurri, insieme al timoniere Guido De Filip, avevano infatti conquistato la prima medaglia d’oro olimpica italiana nel canottaggio, una gioia immensa che diede libero sfogo a quell’esultanza che rese ancor più epica quella vittoria.
L’equipaggio era formato dal trio veneziano composto dal veterano Olgeni, 37 anni, otto medaglie continentali, di cui tre ori; il compagno di club nella Reale Società Canottieri Bucintoro, Giovanni Scatturin, di dieci anni più giovane e il minuscolo timoniere De Filip, che con i suoi 15 anni e 342 giorni, stabilì un temporaneo record di precocità tra i campioni olimpici. La specialità del “due con” tornò ad essere disciplina olimpica nel canottaggio ad Anversa, dopo essere stata disputata una prima volta nel 1900 a Parigi. Continuò a far parte del programma olimpico fino a Barcellona 1992 consacrando alla storia tra gli altri i fratelli Carmine e Giuseppe Abbagnale che, con Giuseppe Di Capua timoniere, vinsero due ori (1984 e1988) e un argento (1992) olimpici oltre a 7 titoli mondiali nella specialità.
I favori del pronostico erano per i francesi, anche se la coppia Giran/Plé, che aveva vinto gli Europei disputati a Macon qualche settimana prima, partecipò alla gara del “due di coppia”, lasciando il “due con” ai compagni Gabriel Poix e Maurice Bouton e al timoniere Ernest Barberolle, che avevano vinto la Coppa Interalleati nel 1919. Quattro gli equipaggi partecipanti che si affrontarono nelle due giornate d gare.
Il 28 agosto si disputarono le batterie. Nella prima, l’Italia, con il tempo di 8’10”, superò nettamente i padroni di casa del Belgio (George Van Den Bossche, Oscar Van Den Bossche, Guillaume Visser), che tagliarono il traguardo con 15 secondi di distacco. Nelle altre due, invece, la Francia e la Svizzera corsero da sole, separatamente, concludendo le rispettive batterie in 9’15 e 8’50”, due prove cronometriche assolutamente indicative vista la mancanza di avversari.
Il giorno dopo, però, nella finale per il titolo nulla era scontato. La Svizzera (Edouard Candeveau, Alfred Felber, Paul Piaget) partì in testa, vogando a 44 colpi al minuto, mentre, l’Italia, mai doma, si riportò sotto ai settecento metri. A quel punto la Francia si fece avanti con decisione, ma l’equipaggio azzurro, con uno sprint vigoroso, superò gli avversari conquistando così il suo primo titolo olimpico. Una volta superato il traguardo, Olgeni si buttò indietro tenendo con la mano destra il remo e cingendo con la sinistra il collo di Scatturin. Un abbraccio gioioso che sfociò in quel bacio indimenticabile, uno scatto che resterà per sempre una pietra miliare nell’iconografia dello sport italiano.
Euro 2020: Italia ancora protagonista a Plouay, Longo Borghini d'argento nella prova in linea
- CICLISMO
Italia ancora sul podio ai Campionati Europei di ciclismo in corso a Plouay, in Francia. Dopo i successi nella prova in linea maschile di Giacomo Nizzolo e, tra le Under 23, di Elisa Balsamo, oggi è arrivato l’argento di Elisa Longo Borghini.
L'azzurra (foto FCI), bronzo olimpico a Rio 2016, ha superato il traguardo dietro all'olandese Annemiek van Vleuten, mettendosi alle spalle la polacca Katarzyna Niewiadoma.
Il tandem non teme avversari: Beghetto e Bianchetto scrivono la storia
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
L’Italia continuò la sua marcia trionfale anche nella seconda giornata dei Giochi della XVII Olimpiade. L’aria di Roma era un vero e proprio toccasana per la squadra di ciclismo, che dopo i successi del quartetto Bailetti, Cogliati, Fornoni e Trapè nella 100 chilometri a squadre e quello di Sante Gaiardoni nel chilometro da fermo, trionfò anche nella prova di tandem con la coppia formata da Giuseppe Beghetto e Sergio Bianchetto.
Il tandem azzurro era un duo che si parlava a colpi di pedali, sia per le origini padovane - l’uno di Tombolo e l’altro di Torre di Padova - sia per la comune età, classe 1939. Due coetanei che amavano la bicicletta, ma che fecero enormi sacrifici per inseguire la loro passione: Beghetto si alzava alle tre del mattino per andare ad allenarsi e poi, alle sette, con il padre, andava a lavorare come carpentiere meccanico; Bianchetto, invece, faceva il guardiano di vacche. La preparazione si svolse per venti giorni alle Frattocchie, un istituto di suore fuori Roma. A quel tempo, i pistard italiani erano tra i più forti al mondo e così, il C.T. Guido Costa, decise di non schierare Gaiardoni, preservandolo per la prova di velocità.Al titolare Bianchetto, quindi, affiancò proprio il suo compagno di squadra della Ciclisti Padovani, nonché fresco primatista del mondo sul chilometro da fermo, Beghetto.
La gara si disputò in due giornate: il 26 agosto il primo turno, i recuperi e i quarti di finale; mentre, il giorno successivo, le semifinali e le finali per le medaglie. Al via erano iscritte ventiquattro coppie in rappresentanza di dodici Paesi. Le sfide erano al meglio delle tre manches: quattro giri di pista ognuna, per un percorso di due chilometri. Gli azzurri non partirono con i favori del pronostico, che, di contro, erano sulle spalle dei campioni uscenti dell’Australia - con Ian Browne, campione olimpico a Melbourne 1956, in coppia con Geoff Smith - e dei Paesi Bassi.
Valori tecnici che saltarono già al primo turno, con la doppia sconfitta di Australia ed Olanda, rispettivamente con Germania ed Unione Sovietica e che costrinse le due grandi favorite ai ripescaggi. Uno spareggio drammatico che premiò gli orange a spese degli aussies. Gli azzurri, al contrario, furono esentati dal primo turno ed entrarono in gara nei quarti di finale, dove superarono in due sole manches gli statunitensi Jack Hartman e David Sharp. Il giorno successivo, in semifinale, si trovarono di fronte la forte coppia olandese composta da Marinus Cornelis Paul e Mees Gerritsen, che aveva superato a fatica la Francia in tre manches.
Gli olandesi, però, nel tentativo di infilare gli azzurri all’interno, a causa di un contatto caddero rovinosamente e dovettero arrendersi in due manche. Nell’altra sfida, poi, i tedeschi Jürgen Simon e Lothar Stäber sconfissero i sovietici Boris Vasilyev e Vladimir Leonov. Il bronzo andò ai sovietici, che non disputarono la finalina, a causa del forfait dei Paesi Bassi impossibilitati a gareggiare per i postumi della caduta patita nella sfida con gli azzurri.
La finalissima per il titolo, in un Velodromo Olimpico stipato in ogni ordine di posto, metteva quindi di fronte l’Italia e la Germania. Beghetto e Bianchetto prima di scendere in pista avevano studiato gli avversari, individuando alcuni dettagli della loro strategia. Nella prima manche decisero quindi di portarsi subito in testa e con uno snervante “zig zag” bloccarono sul nascere ogni tentativo di rimonta tagliando il traguardo con il tempo di 10”7. Nella seconda, contrariamente, Beghetto e Bianchetto fecero credere ai tedeschi di essere ancora nella fase di studio, ma ad un giro e mezzo dalla conclusione, con un colpo ad effetto, partirono in volata dalla parte alta del velodromo - fino a sfiorare i 90 km/h - lasciando di stucco Simon e Stäber, che dovettero così arrendersi davanti ai nuovi campioni olimpici.
Dodici anni dopo il successo di Terruzzi e Perona a Londra, il titolo del tandem ritornò prepotentemente in Italia, grazie a quei due ventunenni dalla simbiosi perfetta che scrissero la storia di quell’indimenticabile 27 agosto 1960.
Che bella l'Italbici! Nizzolo domina anche in Europa, Balsamo vince il titolo continentale tra le Under 23
- CICLISMO
La prova in linea agli Europei di ciclismo è una questione prettamente italiana. Per il terzo anno consecutivo, dopo Matteo Trentin ed Elia Viviani, è azzurro il primo ciclista al traguardo della competizione continentale.
Ad aggiudicarsi l’edizione 2020 dei Campionati in corso a Plouay, in Francia, è stato uno straordinario Giacomo Nizzolo, vincitore del titolo in volata. Il brianzolo (foto FCI), fresco campione italiano, ha anticipato all'arrivo il francese Arnaud Demare e il tedesco Pascal Ackermann.
La giornata si era aperta questa mattina con un altro titolo continentale azzurro vinto, nella categoria Under 23, dalla fuoriclasse piemontese Elisa Balsamo che ha battuto in volata l’olandese Uneken, poi argento e la danese Jorgensen.
Europei in Lettonia, sorteggiati i gironi. Dal 15 settembre tre le coppie azzurre in gara
- BEACH VOLLEY
Gli azzurri del beach volley sfidano i migliori del continente ai Campionati Europei in programma a Jurmala (Lettonia) dal 15 al 20 settembre.
Nel corso del sorteggio andato in scena questa mattina le 32 coppie maschili e le altrettante femminili, sono state inserite in 8 pool da quattro formazioni ciascuna. Nel torneo maschile, i vice campioni olimpici e tre volte campioni continentali (tra le quali una nel 2017 proprio a Jurmala) Daniele Lupo e Paolo Nicolai (foto ANSA) sono stati inseriti, come teste di serie, nella pool E e se la dovranno vedere con Heidrich-Gerson (Svizzera), Walkenhorst-Winter (Germania), Dziadkou-Piatrushka (Bielorussia). Enrico Rossi e Adrian Carambula, anche loro inseriti come teste di serie, sono stati sorteggiati invece nella pool H con Herrera-Gavira (Spagna), Seidl Rob-Waller (Austria), Krattiger-Breer (Svizzera).
Nel torneo femminile, la coppia tricolore composta da Marta Menegatti e Viktoria Orsi Toth sarà impegnata nella pool F con Hermannova-Slukova (Repubblica Ceca), Jupiter-Chamereau (Francia) e Namike-Brailko (Lettonia).
Primo oro per gli azzurri nella 100 km di ciclismo. Il dramma del danese Jensen
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
La prima giornata di gare dei Giochi della XVII Olimpiade riservò subito una grande gioia per i colori azzurri. Il 26 agosto del 1960, l’Italia conquistò il titolo nella 100 chilometri a squadre di ciclismo, con una prova di grande forza del quartetto azzurro formato dal veneto Antonio Bailetti, dai lombardi Ottavio Cogliati e Giacomo Fornon e dall’Airone di Montefiascone, Livio Trapè. La cronometro a squadre si disputò a Roma per la prima volta, mentre in precedenza il titolo veniva assegnato sulla base dei tempi della prova individuale.
Trentadue le squadre partecipanti, che alle nove del mattino (in una giornata dal caldo infernale e con una temperatura di 34° all’ombra), a distanza di due minuti l’una dall’altra, lasciavano via dell’Oceano Pacifico per infilarsi sulla Cristoforo Colombo, in un circuito di 33,3 chilometri da percorrere tre volte. La prima a partire fu l’Indonesia e dopo una quindicina di squadre fu la volta della favorita Germania, che si presentò con Gustav-Adolf Schur ed Erich Hagen, due dei reduci del bronzo di Melbourne 1956. Seguirono, quindi, le altre favorite: Olanda, Italia ed Unione Sovietica.
Al primo quarto di gara gli azzurri conducevano sull’Unione Sovietica, la Francia, la Svizzera e la Germania. La Danimarca, invece, rallentò. Uno dei componenti del quartetto, Knud Enemark Jensen, fu vittima di un giramento di testa. Barcollò e fu quasi sul punto di cadere. A quel punto, Baunsof lo afferrò per la maglietta e lo tenne in sella, mentre Bangsborg lo sosteneva sull’altro fianco. Gli spruzzarono l’acqua della sua borraccia, che sembrava averlo rimesso in sesto e così Baunsof, rassicurato, lo lasciò andare. Passarono pochi secondi e Jensen crollò sull'asfalto torrido. Un flash-back drammatico: l’ambulanza lo trasportò privo di conoscenza sotto una tenda militare vicino all’arrivo, mentre la corsa procedeva.
A metà gara gli azzurri erano ancora in vantaggio, con i tedeschi che recuperavano e si portavano a sette secondi, seguiti dai sovietici a venticinque. Nell’ultimo e decisivo giro l’Unione Sovietica andò in crisi, mentre uno dei ciclisti tedeschi fu costretto ad abbandonare. Gli azzurri, tuttavia, continuavano a mantenere la testa della corsa, con Danimarca e Svezia alle spalle. Bailetti, Cogliati, Fornoni e Trapè produssero l’ultimo sforzo e tagliarono il traguardo al termine di una gara massacrante con il tempo di 2h14’33”53 (alla media di 44,589 km./h.); con un vantaggio di 2’23” sulla Germania (Schur, Adler, Hagen, Lörke) e 4’08” sull’Unione Sovietica (Kapitonov, Klevcov, Melichov, Petrov). Un trionfo davanti al giubilo della folla accorsa per festeggiarli.
Nel pomeriggio, però, la drammatica notizia: Jensen non ce l’aveva fatta, il ciclista danese non aveva più ripreso conoscenza. A distanza di quarantotto anni dalla scomparsa del maratoneta portoghese Francisco Lázaro, a Stoccolma, un altro luttuoso evento aveva colpito i Giochi. Un triste inizio per le Olimpiadi che cambiarono il mondo, ma che regalarono un sorriso tutto azzurro.
Gaiardoni fa l’impossibile: vince il km da fermo e a Villafranca suonano le campane
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Le prime competizioni di ciclismo ai Giochi della XVII Olimpiade di Roma saranno ricordate per il susseguirsi di emozioni che ne caratterizzarono lo svolgimento. Nella tarda mattinata la prima medaglia d’oro conquistata dal quartetto azzurro formato da Bailetti, Cogliati, Fornoni e Trapè nella 100 chilometri a squadre di ciclismo; nel pomeriggio la tragica notizia della scomparsa del danese Jensen, colto da malore proprio nel corso della prova su strada, e poi, in serata, lo straordinario successo di Sante Gaiardoni sul chilometro da fermo.
Il ventunenne veneto non solo confermò la grande tradizione italiana su pista (quattro anni dopo la vittoria di Leandro Faggin a Melbourne), ma stabilì anche il nuovo record del mondo sulla distanza. Nato a Villafranca di Verona da una famiglia contadina, fin dall’infanzia si appassionò alle due ruote. Folgorato da una bicicletta esposta nel negozio del suo paese, che il padre, però, non volle comprargli (ritenendo proibitivo il prezzo di 17mila lire dell’epoca), non si perse d’animo e fece una scommessa con l’allora proprietario Aldo Faccioli: avrebbe usato la bicicletta per una gara e, in caso di vittoria, se la sarebbe tenuta senza pagargliela.Detto, fatto.
Lavorò come operaio alla Saira, sfrecciando in bicicletta per raggiungere il posto di lavoro, mentre, con la Villafranchese, prima società, iniziava la sua ascesa sportiva. Si trasferì giovanissimo a Milano con la famiglia, proprio in zona Sempione, a due passi dal mitico Vigorelli, cedendo al corteggiamento del commendator Dino Cappellaro, un commerciante di pietre preziose, presidente della gloriosa società milanese dell’Azzini, che lo convinse a vestire la maglia blu-nera della propria squadra.
Gaiardoni era un atleta eccezionale, dalla forza fisica dirompente, che affinò la sua preparazione tra lo storico impianto di via Arona e i lunghi collegiali di preparazione alle Frattocchie, nel Comune di Marino, ad una ventina di chilometri da Roma. La sede era un pensionato gestito dalle suore, dal quale ci si permetteva qualche fuga serale, per sfuggire dalla routine ed immergersi nella dolce vita romana. Sante, detto Gianni per gli amici, al ritorno dagli allenamenti, di nascosto dal C.T. Costa, si mangiava un panino sorseggiando un bicchiere di vino, che una suora gli faceva trovare come una sorta di antipasto.
La squadra italiana di ciclismo alla vigilia era una delle favorite, ma Gaiardoni era considerato un outsider, erano altri gli azzurri favoriti. La sera del 26 agosto del 1960, al Velodromo Olimpico costruito nel quadrante sud-orientale dell’EUR, c’era grande fermento per la gara. La pista era scivolosa a causa dell’umidità di una giornata torrida e i venticinque partecipanti, uno per nazione, erano pronti ad immergersi nell’ovale per coronare il loro sogno olimpico. Gaiardoni - reduce anche dalle batterie della prova di velocità, che aveva superato brillantemente nel corso della giornata - attendeva con ansia il proprio turno. Il tedesco Dieter Gieseler fece registrare un gran tempo (1’08”75), dando l’impressione di aver messo una seria ipoteca sulla vittoria finale.
Fu così la volta di Gaiardoni, ma le cose si misero subito male. Il giudice di gara si scontrò con il tecnico italiano, discutendo sulle modalità di partenza, che poi penalizzarono il pistard azzurro. L’avvio fu disastroso. La gara sembrava compromessa, ma proprio in quel momento Gaiardoni iniziò una progressione incredibile, concludendo la sua prova con il tempo eccezionale di 1’07”27. Un trionfo che fece esplodere gli spalti gremiti da oltre 17.000 spettatori, che non si stancavano di applaudire il nuovo campione olimpico nel giro d’onore. Gieseler si dovette accontentare della medaglia d’argento, seguito dal sovietico Rostislav Vargashkin (1’08”86).
Nel frattempo, a Villafranca, un gruppo di appassionati chiese all’allora sindaco, Arnaldo Brunetto, di salire sulla Torre del Castello Scaligero per festeggiare. Il primo cittadino, a quel punto, consegnò loro le chiavi e i tifosi con il tricolore ed alcuni cartelli salirono in cima per celebrare il successo del loro concittadino. Quel ragazzo di campagna diventato “orgoglio della Nazione”.
Nedo Nadi da record: quinto oro con la sciabola sfida anche il Re del Belgio
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Semplicemente formidabile, un fuoriclasse unico, un atleta dalla volontà ferrea. Questo era Nedo Nadi. Il 27enne livornese, il 26 agosto del 1920, non solo conquistò il titolo olimpico nella sciabola individuale, ma si aggiudicò la quinta medaglia d’oro in dieci giorni di gare, unico schermidore ad aver vinto in tutte e tre le armi nel corso della stessa Olimpiade. Reduce dai trionfi nel fioretto a squadre ed individuale, nella sciabola e nella spada a squadre, l’azzurro, seppure in condizioni non eccelse, dimostrò ancora una volta il suo immenso talento ai Giochi della VII Olimpiade di Anversa.
I giardini di Palazzo Egmont, diventati sua dimora fissa, fecero da sfondo ad una lezione di scherma sensazionale, con una sola sconfitta su ventitré assalti. Il torneo di sciabola si disputò in due giorni. Quarantatré i partecipanti in rappresentanza di nove paesi. L’esclusione dei grandi maestri ungheresi - vittoriosi nel 1908 e nel 1912 con Jeno Fuchs - rappresentava per Nedo Nadi un’occasione imperdibile. L’azzurro, infatti, otto anni prima a Stoccolma, si classificò al quinto posto proprio dietro agli sciabolatori magiari: Fuchs, Békessy, Mészáros e Schenker.
Nel primo turno gli atleti furono suddivisi in cinque gironi: i primi quattro si sarebbero qualificati per le semifinali. Nedo Nadi vinse il girone 3 (mentre il fratello Aldo il girone 2), con cinque vittorie ed una sconfitta, davanti al belga Robert Feverick (3/3), al britannico Cecil Kershaw (3/3) e al compagno di squadra Baldo Baldi (3/3). Oreste Puliti e Federico Cesarano, quindi, dominarono il girone 1; Francesco Gargano e Giulio Rusconi si classificarono rispettivamente secondo e terzo nel girone 4; infine, Giorgio Santelli, chiuse al terzo posto nel girone 5.
In semifinale, poi, il quattro volte olimpionico, non concesse nulla nel girone 2, chiudendo con sei vittorie, davanti all’azzurro Baldi (5/1), all’olandese Jan Van der Wiel (3/3) e al britannico Robin Dalglish (3/3). Negli altri due gironi, invece, si qualificarono gli italiani Aldo Nadi, Puliti, Cesarano e Gargano; gli olandesi Arie De Jong e Henri Wijnoldy-Daniëls; i belgi Léon Tom e Robert Hennet. La squadra azzurra si dimostrò in forma strepitosa, con ben sei atleti su dodici nel girone finale.
Ancora una volta, però, Nedo Nadi non concesse nulla. Undici vittorie, malgrado l’influenza, con sole quattro stoccate subite. Un risultato pazzesco che gli valse il quinto titolo olimpico, davanti al fratello minore Aldo (9/2) e all’olandese De Jong (6/5), che per una stoccata tolse la medaglia di bronzo a Puliti. Nedo Nadi fu indubbiamente il grande protagonista di Anversa ed ancor oggi detiene il record di maggior numero di medaglie d’oro vinte nella scherma nel corso della stessa Olimpiade. Ma non solo.
Da quel 1920 è stato detentore del record assoluto di ori vinti da un atleta nella stessa edizione olimpica, insieme con il ginnasta statunitense Anton Heida (1904), il tiratore statunitense Willis Lee (1920) e il mezzofondista finlandese Paavo Nurmi (1924); fino all’avvento di Mark Spitz, vincitore di sette titoli nel nuoto a Monaco 1972. Un campione di caparbietà, come dimostrò ad Alberto I nel corso della premiazione della prova di spada a squadre. “Siete ancora qui, Monsieur Nadi?”, esclamò il Re. E Nadi, di contro, in maniera quasi irriverente, rispose: “Con il Vostro permesso, conto di tornare ancora davanti a Vostra Maestà”. Una promessa diventata leggenda.
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