Storia fantastica del ginnasta Zampori dall’orfanotrofio all’oro olimpico
- 100 anni fa i Giochi Olimpiaci ad Anversa
Il 26 agosto del 1920 la ginnastica azzurra si confermò regina ai Giochi della VII Olimpiade di Anversa, con la straordinaria vittoria di Giorgio Zampori nel concorso generale individuale, a distanza di soli due giorni dalla conquista del titolo nella prova a squadre. Una leadership che ribadì i trionfi di otto anni prima a Stoccolma, dove gli azzurri oltre a trionfare nella prova a squadre, s’imposero con un magistrale Alberto Braglia nell’individuale, aggiudicandosi anche il bronzo con Serafino Mazzarocchi.
Giorgio Zampori, cresciuto nei Martinitt milanesi, cominciò a scoprire le sue qualità atletiche proprio nell’istituto benefico dove viveva e studiava. Iniziò giovanissimo l’attività ginnica ed affinò le sue capacità sotto la guida del maestro Guido Romano, diventando a sua volta istruttore. Tesserato per la Ginnastica Miani (divenuta successivamente U.S. Milanese), vinse la sua prima gara al Concorso Internazionale di Bellinzona. Nel 1909 si aggiudicò il bronzo mondiale agli anelli, cui seguiranno il titolo iridato nelle parallele e l’argento al cavallo con maniglie nel 1911.
Ai Giochi della V Olimpiade di Stoccolma, conquistò il titolo a squadre, mentre si dovette accontentare della “medaglia di legno” nell’individuale. L’anno successivo conseguì i titoli mondiali nel cavallo con maniglie, negli anelli e nelle parallele. Una carriera sportiva in grande ascesa, interrotta, purtroppo, dalla Grande Guerra, che lo vedrà in trincea da tenente mitragliatore sul Carso.
Al termine del conflitto riprese la sua attività di insegnante a Brescia e contemporaneamente i suoi allenamenti alla “Forza e Costanza”. Si presentò alla sua seconda Olimpiade a trentatré anni, da uomo maturo e da sportivo esperto, dal carattere taciturno e mai sopra le righe. Il suo grande obiettivo era quello di conquistare il titolo nel concorso generale, che gli era sfuggito nelle diverse competizioni iridate a cui aveva partecipato.
La gara si disputò nell’arco di una giornata e fu lunga ed articolata. I venticinque partecipanti dovevano affrontare otto esercizi su cinque pedane differenti: corpo libero, tre doppie esibizioni (liberi e obbligatori) alla sbarra, alle parallele e agli anelli, per poi concludere con il cavallo con maniglie. Ad ogni esercizio veniva assegnato un punteggio da zero a dieci, con ulteriori due punti per ogni esercizio completato, per un punteggio massimo di novantasei punti. L’azzurro, al termine di una prova massacrante, ma allo stesso tempo eccezionale, fu l’unico a superare quota ottantotto punti (88,35), che gli valsero il titolo olimpico.
Una vittoria sorprendente, davanti al grande favorito, il franco-ispanico Marco Torrés (87,62), due volte campione del mondo nel 1909 e nel 1913. La medaglia di bronzo andò al belga Félicien Kempeneers (86,25). Nei primi otto anche gli azzurri Luigi Maiocco e Luigi Costigliolo, rispettivamente al settimo e ottavo posto. Zampori fu indubbiamente uno dei grandi protagonisti dell’Olimpiade fiamminga, insieme a Nedo Nadi ed Ugo Frigerio. I loro nove ori rimpinguarono e non poco, il bottino azzurro; ma quel ginnasta, bresciano d’adozione, resterà per sempre nella storia dello sport italiano per quell’impresa grandiosa.
Inizia l’Olimpiade che affascinò il mondo. Il miracolo della Germania unita
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Sono passati sessant’anni da quell’indimenticabile pomeriggio del 25 agosto del 1960, entrato nella storia non solo dello sport italiano, ma di tutto il Paese. Alle 17.46 venivano ufficialmente aperti i Giochi della XVII Olimpiade di Roma, tra i più affascinanti e coinvolgenti del XX secolo. L’Italia, reduce dall’organizzazione nel 1956 dei VII Giochi invernali di Cortina d’Ampezzo, a distanza di quattro anni, si ritrovava ancora una volta con i riflettori del mondo puntati per un evento unico ed irripetibile.
Una sorta di riscatto, dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, una lenta e difficoltosa ricostruzione e quella diffidenza internazionale nei confronti di un Paese fino a quindici anni prima schiavo di una dittatura. Lo sport ebbe un ruolo fondamentale per riconquistare la fiducia degli ambienti internazionali. Un ruolo decisivo ebbero le politiche del Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi e del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giulio Andreotti, che, contrariamente alle prime intenzioni, evitarono la liquidazione del CONI, dotando di nuovi mezzi Giulio Onesti, nominato prima commissario e successivamente eletto presidente.
Una scelta che non solo garantì l’autonomia all’Ente, ma permise ad Onesti di imporsi come figura di primo piano a livello internazionale, sviluppando una politica di amicizia con i paesi emergenti dell’area mediterranea. Roma, quindi, dopo la sconfitta della candidatura del 1904, il ritiro dopo l’aggiudicazione del 1908 - a seguito dell’eruzione del Vesuvio nel 1906 - e la mancata organizzazione del 1944 a causa del conflitto bellico, si candidò per l’edizione del 1960.
La Città Eterna aveva Losanna, Detroit, Budapest, Bruxelles, Città del Messico, Tokyo e Toronto come avversarie. Il 15 giugno del 1955 a Parigi, nel corso della 50° sessione del CIO, fu così scelta Roma, che s’impose al terzo giro per 35 voti contro i 24 di Losanna. Una nuova grande occasione per l’Italia in pieno boom economico.
La città fu dotata di infrastrutture ed impianti che ne disegnarono per anni il tessuto urbanistico, ancor oggi riconoscibile, grazie all’opera del genio architettonico ed ingegneristico di figure di primo piano come Enrico Del Debbio, Annibale Vitellozzi, Pier Luigi e Antonio Nervi, Vittorio Cafiero, Amedeo Luccichenti, Vincenzo Monaco e Luigi Moretti, solo per citarne alcuni. All’Olimpiade romana presero parte 5.338 atleti, di cui 611 donne, in rappresentanza di 83 nazioni, che sarebbero state 84, se Luim Esajas, unico atleta del Suriname, fosse riuscito a raggiungere Roma. Per la prima volta parteciparono Marocco, San Marino, Sudan e Tunisia, mentre le Barbados, la Giamaica e il Trinidad e Tobago, scelsero come unica rappresentanza quella delle Antille. La Rhodesia, poi, unì sotto un’unica bandiera, gli Stati del Nord e del Sud.
La rappresentativa con il maggior numero di atleti fu la Germania con 293, seguita dagli Stati Uniti (292), dall’URSS (283) e dall’Italia (280). Diciassette gli sport presenti: acquatici (tuffi, nuoto e pallanuoto), atletica, basket, pugilato, canoa, ciclismo (su strada e pista), equestri (dressage, completo, salto ostacoli), scherma, hockey su prato, calcio, ginnastica, pentathlon moderno, canottaggio, vela, tiro (a segno e a volo), sollevamento pesi e la lotta (libera e greco-romana).
Quel giorno la città era in fervida attesa, mentre l’adrenalina degli organizzatori saliva a poco a poco. C’erano gli ultimi dettagli da sistemare, ma soprattutto c’era l’emozione di una città che, in rappresentanza di un intero Paese, aveva investito tutta se stessa nell’Olimpiade. Un’ora dopo l’apertura dei cancelli dello Stadio Olimpico, il serpentone degli atleti provenienti dal Villaggio, iniziò a muoversi a piedi verso il Foro Italico, attraversando il Tevere a Ponte Milvio, per poi posizionarsi allo Stadio dei Marmi in attesa della sfilata delle squadre.
Come da tradizione la Grecia aprì il corteo, seguita in ordine alfabetico italiano dal resto delle squadre. Ad un certo punto, comparve la rappresentativa della Repubblica di Cina, ma il cartello che la precedeva recava la scritta Formosa, dato che era stato proibito alla delegazione proveniente da Taiwan di sfilare con il cartello della Repubblica cinese. Quando la delegazione fu nei pressi della Tribuna Autorità, un funzionario mostrò un grande foglio bianco con scritto a mano “Under protest”.
Ma il grande colpo ad effetto fu quello di vedere sfilare le due Germanie unite (dopo i mugugni dell’Est), tant’è che il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, esclamò: “Ma questo è un miracolo!” e di contro, il presidente del CIO, Avery Brundage, commentò: “Talvolta nello sport, ci riesce di fare cose del genere”. Quasi tutte le delegazioni si erano ormai posizionate al centro dello stadio, mentre mancava poco all’ingresso della squadra azzurra.
Tra il tripudio dei 65000 spettatori presenti, l’Italia, guidata dal campionissimo della scherma, Edoardo Mangiarotti - vincitore di ben 11 medaglie olimpiche - fece il suo ingresso accompagnata da scroscianti applausi che salutavano gli atleti con giacca azzurra e pantaloni bianchi, Come da cerimoniale, venne l’ora dei saluti, affidati a Giulio Andreotti e Avery Brundage, cui seguì la dichiarazione del Presidente Gronchi che proclamò l’apertura dei Giochi.
Venne issato il vessillo olimpico e il 43enne discobolo Adolfo Consolini - oro a Londra nel 1948 ed argento ad Helsinki nel 1952 - pronunciò il giuramento degli atleti, con il contemporaneo volo di 5000 colombe bianche e con gli altoparlanti che diffusero il suono di tutte le campane di Roma. Infine, il momento più emozionante della cerimonia, fu l’arrivo della fiamma olimpica, che nel suo viaggio tra l’Egeo e la Magna Grecia, richiamò alla memoria i campioni dell’antichità. L’ultimo tedoforo non fu un campione affermato, ma Giancarlo Peris, un ragazzo di Civitavecchia che aveva vinto i campionati provinciali di corsa campestre sui 1000 mt., come era stato precedentemente stabilito.
Un’immagine che rappresentò come la ricostruzione dello sport italiano fosse partita dal basso. Qualche anno dopo (1966) con l'istituzione dei Giochi della Gioventù, si sarebbe dato il via a quell’innovazione fortemente voluta dal segretario generale del CONI, Bruno Zauli. Quella sorta di staffetta tra il veterano Consolini e il giovane Peris, raffigurò simbolicamente storia e futuro dello sport per celebrare il presente. Quello di un’Olimpiade indimenticabile.
Le medaglie azzurre di Roma 1960
Romano Sgheiz, Ivo Stefanoni, Franco Trincavelli, Fulvio Balatti, Giovanni Zucchi Bronzo – Canottaggio: 4 con
Tullio Baraglia, Renato Bosatta, Giancarlo Crosta, Giuseppe Galante Argento – Canottaggio: 4 senza
Valentino Gasparella Bronzo – Ciclismo::velocità
Giuseppe Beghetto, Sergio Bianchetto Oro – Ciclismo: tandem
Sante Gaiardoni Oro – Ciclismo: cronometro 1.000 m da fermo
Sante Gaiardoni Oro – Ciclismo: velocità
Luigi Arienti, Franco Testa, Mario Vallotto, Marino Vigna Oro – Ciclismo: inseguimento a squadre 4.000 m
Antonio Bailetti, Ottavio Cogliati, Giacomo Fornoni, Livio Trapè – Oro – Ciclismo: cronometro 100 km a squadre
Livio Trapè Argento – Ciclismo: corsa su strada individuale
Franco Menichelli, Giovanni Carminucci, Pasquale Carminucci, Gianfranco Marzolla, Orlando Polmonari, Angelo Vicardi Bronzo - Ginnastica concorso generale a squadre
Franco Menichelli Bronzo – Ginnastica: corpo libero
Giovanni Carminucci Argento – Ginnastica: parallele
Amedeo Ambron, Danio Bardi, Giuseppe D'Altrui, Salvatore Gionta, Giancarlo Guerrini , Franco Lavoratori, Gianni Lonzi, Luigi Mannelli, Rosario Parmegiani, Eraldo Pizzo, Dante Rossi, Brunello Spinelli Oro - Pallanuoto
Giuseppina Leone Bronzo – Atletica: 100 m
Francesco Musso Oro – Pugilato: cat. Piuma
Nino Benvenuti Oro – Pugilato: cat. Welters
Franco De Piccoli Oro - Pugilato: cat. Massimi
Primo Zamparini Argento - Pugilato: cat. Gallo
Sandro Lopopolo Argento – Pugilato: cat. Leggeri
Carmelo Bossi Argento - Pugilato: cat. Welter pesanti
Giulio Saraudi Bronzo – Pugilato: cat. Medio massimi
Livio Berruti Oro – Atletica: 200 m
Edoardo Mangiarotti, Giuseppe Delfino, Carlo Pavesi, Alberto Pellegrino, Fiorenzo Marini, Gianluigi Saccaro Oro – Scherma: spada a squadre
Edoardo Mangiarotti, Luigi Carpaneda, Alberto Pellegrino, Aldo Aureggi, Mario Curletto Argento – Scherma: fioretto a squadre
Giuseppe Delfino Oro – Scherma: spada
Irene Camber, Antonella Ragno - Lonzi, Velleda Cesari, Bruna Colombetti, Claudia Pasini Bronzo – Scherma: fioretto a squadre
Roberto Ferrari, Giampaolo Calanchini, Wladimiro Calarese, Pierluigi Chicca, Mario Ravagnan Bronzo – Scherma: sciabola a squadre
Abdon Pamich Bronzo - Atletica: marcia 50 Km
Wladimiro Calarese Bronzo – Scherma: sciabola individuale
Raimondo D'Inzeo, Piero D'Inzeo, Antonio Oppes Bronzo - Sport Equestri: salto ostacoli a squadre
Raimondo D'Inzeo Oro - Sport Equestri: Gran Premio delle Nazioni
Piero D'Inzeo Argento - Sport Equestri: Gran Premio delle Nazioni
Galliano Rossini Argento - Tiro a Volo: piattello
Antonio Ciciliano, Antonio Cosentino, Giulio De Stefano Bronzo – Vela: classe Dragoni
Sebastiano Mannironi Bronzo - Sollevamento pesi: cat. Piuma
Aldo Dezi, Francesco La Macchia Argento - Canoa C2: 1.000 m
La squadra di ginnastica vince ancora l’oro dopo due mesi di collegiale
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Il 24 agosto del 1920 l’Italia vinse l’ottava medaglia d’oro ai Giochi della VII Olimpiade di Anversa. Nel concorso generale a squadre di ginnastica, gli azzurri, con oltre tredici punti di vantaggio sui padroni di casa del Belgio, conquistarono il secondo titolo olimpico consecutivo, a distanza di otto anni dal trionfo di Stoccolma. Un grande successo, frutto di sacrificio e duro lavoro.
I magnifici ventiquattro, selezionati dal commissario tecnico Manlio Pastorini (un maestro toscano tra i più quotati in Europa), si ritrovarono per due mesi di collegiale a Villa Badia, a Cornigliano, un castello stile liberty sul mare genovese di proprietà del Conte Carlo Raggio. Il 16 agosto, prima della partenza in treno da Torino, sul campo sportivo di Sampierdarena, effettuarono la prova generale ad una settimana esatta dall’esordio olimpico.
La squadra azzurra era composta da Giuseppe Domenichelli, Carlo Fregosi, Francesco Loi, Luigi Maiocco, Lorenzo Mangiante, Paolo Salvi, Giorgio Zampori e Angelo Zorzi, reduci dalla vittoria di Stoccolma; dai liguri Fernando Bonatti, Luigi Cambiaso, Carlo e Luigi Costigliolo, Roberto Ferrari, Romualdo Ghiglione, Ezio Roselli e da Giovan Battista Tubino; dai lombardi Luigi Contessi, Ambrogio Levati, Ferdinando Mandrini, Antonio Marovelli; dal modenese Arnaldo Andreoli, dal vicentino Ettore Bellotto, dal livornese Vittorio Lucchetti e dal cagliaritano Michele Mastromarino.
La prova si disputò al Kielstadion, in due giorni di gare. Cinque le squadre iscritte: Belgio, Cecoslovacchia, Francia, Gran Bretagna e Italia. I concorrenti dovevano cimentarsi in esercizi con attrezzi, sbarra, parallele, cavallo con maniglie ed ostacoli da 70 cm. Si gareggiò con il “medodo tedesco”, uno stile di ginnastica reso popolare da Friedrich Ludwig Jahn ed Adolf Spiess. La Germania, però, a causa delle conseguenze belliche, non partecipò all’Olimpiade, come pure la Svizzera, un’altra delle grandi interpreti della specialità. Gli azzurri confermarono la loro superiorità, ottenendo quasi il 90% del massimo punteggio possibile: 359,855 punti su 404,000.
Medaglia d’argento al Belgio (346,765) e bronzo alla Francia (340,100). Una prestazione sublime che confermò ancora una volta il valore della scuola italiana, ma soprattutto il grande cuore dei ginnasti azzurri.
Sette vittorie e nessuna sconfitta valgono l’oro a squadre nella sciabola
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Una giornata memorabile, quella del 24 agosto 1920 ai Giochi della VII Olimpiade. La scherma azzurra fece en plein nelle gare a squadre conquistando l’oro nella sciabola, dopo i successi ottenuti prima nel fioretto e poi nella spada. Gli sciabolatori azzurri, reduci dalla vittoria ai Giochi Interalleati di Joinville-Sur-Pont, diedero vita ad una prova di assoluta maestria dominando il torneo in ogni assalto. I giardini di Palazzo Egmont, fecero da cornice ad un vero e proprio spettacolo con stoccate dal livello tecnico eccelso, ma soprattutto, gli azzurri, non diedero mai l’impressione di subire gli avversari.
Il torneo prevedeva un girone unico con otto partecipanti.Ogni squadra doveva affrontare sette incontri, al termine dei quali veniva stilata una classifica che assegnava le medaglie. Grande assente l’Ungheria, che pagò le conseguenze della Grande Guerra. I magiari dominarono nel 1908 e nel 1912, mentre l’Italia a Londra vinse la medaglia d’argento e a Stoccolma si classificò al quinto posto. L’unico reduce della spedizione svedese era Nedo Nadi.
La squadra era composta dai livornesi Baldo Baldi, Nedo e Aldo Nadi, Oreste Puliti e Dino Urbani; dal padovano Federico Cesarano, dal siciliano Francesco Gargano e da Giorgio Santelli, figlio di Italo, uno dei padri della sciabola moderna. Nelle prime tre sfide gli azzurri superarono agevolmente (13-3) Danimarca, Cecoslovacchia e Stati Uniti. Nei due assalti successivi, con avversari sulla carta più forti, s’imposero nettamente per 12-4 sui Paesi Bassi e sui padroni di casa del Belgio. Nella sfida decisiva con la Francia, ancora imbattuta, si confermarono in stato di grazia vincendo per 13-3.
Nell’ultima sfida, quindi, i britannici - già lontani dal podio - rinunciarono all’assalto, consegnando, di fatto, il titolo all’Italia. Sette vittorie e nessuna sconfitta, per un trionfo senza precedenti. Piazza d’onore alla Francia (Trombert, Margraff, Perrodon, Henri de Saint Germain) sconfitta solo dagli azzurri e medaglia di bronzo ai Paesi Bassi (Van der Wiel, De Jong, Doorman, Delaunoij, Van Blijenburgh, Zeldenrust, Wijnoldy-Daniels) con cinque vittorie e due sconfitte. Nedo Nadi festeggiò così il suo quarto oro in terra fiamminga, suo fratello Aldo il terzo; mentre, Puliti, Baldini e Urbani centrarono la doppietta. Gargano, invece, fu il primo siciliano a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi.
La scherma azzurra si confermò ancora una volta la grande protagonista dei Giochi di Anversa, ma in particolar modo, scrisse una favolosa pagina della storia dello sport italiano.
Addio ad Alessandro Mazzinghi, campione del Mondo dei superwelter nel '63 e nel '68
- LUTTO NEL PUGILATO
Il mondo dello sport perde un grande interprete del pugilato, un fuoriclasse del ring capace di scrivere la storia della disciplina con il suo esempio fatto di talento e coraggio. Si è spento a Pontedera, all'età di 81 anni, Alessandro Mazzinghi, campione del Mondo dei pesi superwelter nel 1963 e nel 1968. Le sue imprese l'hanno consacrato tra i simboli iconici più apprezzati dell'intero movimento, espandendo la sua fama oltre l'orizzonte agonistico. Mazzinghi è stato insignito del Collare d'Oro, la massima onorificenza sportiva, nel 2019 e il suo nome è incastonato nella gloria, grazie alla mattonella della Walk of Fame al Foro Italico, che celebra, proiettandolo all'infinito, un percorso costellato di vittorie e fonte d'ispirazione per chi si avvicina al movimento.
Il Presidente del CONI, Giovanni Malagò, a nome della Giunta, del Consiglio Nazionale e interpretando il cordoglio dell'intero sport italiano, si è unito al dolore della famiglia e della Federazione, ricordando la figura di un protagonista indimenticabile, che ha saputo contribuire a promuovere l'immagine vincente del Paese grazie ai suoi successi.
Lutto nella scherma: addio ad Aldo Aureggi, argento del fioretto a Roma '60
- AVEVA 88 ANNI
Lo sport italiano piange uno dei protagonisti azzurri a Roma ’60. È scomparso oggi, all’età di 88 anni, Aldo Aureggi, schermidore romano vincitore della medaglia d’argento nel fioretto a squadre ai Giochi disputati “in casa” 60 anni fa. Nato a Roma il 6 ottobre 1931, Aureggi si era laureato vicecampione olimpico in squadra con Edoardo Mangiarotti, Luigi Carpaneda, Alberto Pellegrino e Mario Curletto.
Nel suo palmares c’è anche un bronzo iridato a squadre vinto tre anni prima ai Mondiali di Parigi in pedana con Giancarlo Bergamini, Luigi Carpaneda, Vittorio Lucarelli, Alberto Pellegrini ed Antonio Spallino.
Lo sport tricolore, con il Presidente del CONI, Giovanni Malagò si stringe ai familiari di Aldo e abbraccia la Federscherma nel ricordo di uno protagonisti dell’Olimpiade italiana.
Ugo Frigerio vince a ritmo di musica. Il fanciullo concede il bis nella marcia 3000 metri
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Il 21 agosto del 1920, a soli tre giorni dalla conquista del primo titolo olimpico nella storia della marcia italiana, Ugo Frigerio concesse il bis sulla distanza dei 3000 metri. Una vittoria indimenticabile, non solo per la straordinaria prova dell’azzurro, ma anche per il modo in cui si aggiudicò la sua seconda medaglia d’oro. Il 18enne milanese, figlio di due fruttivendoli, sbaragliò la nutrita schiera di avversari, costituita, principalmente, dal blocco anglosassone. Il regolamento prevedeva un turno di qualificazione e la relativa finale.
Ventidue gli atleti in gara, che il 20 agosto si sfidarono in due batterie di qualificazione formate da undici marciatori l’una. I primi sei qualificati approdavano alla finale del giorno successivo. Nella prima batteria, in programma al mattino, Frigerio, senza troppi patemi, s’impose con il tempo di 13’40”2, davanti al sudafricano Cecil McMaster (13’48”5’) e allo statunitense Richard Remer (13’54”1). Passarono il turno anche l’altro statunitense Winfred Rolker e i britannici William Hehir e Charlie Gunn (bronzo nei 10.000 metri).
Nell’altra batteria, invece, l’azzurro Donato Pavesi vinse in 13’46”8, sull’australiano George Parker (13’47”9) e sullo statunitense Thomas Maroney (13’52”1). Più indietro, poi, il britannico Charles Dawson, il danese Niels Pedersen e il belga Jean Seghers. L’indomani, nell’attesa finale in programma al Kielstadion, Frigerio, si presentò alla partenza con un foglio in mano e si diresse verso il direttore della banda, che aveva clamorosamente sbagliato l’inno al termine della gara dei 10.000 metri.
Il marciatore azzurro, convinto che il direttore si doveva far perdonare il maltolto, gli diede quel foglio, o meglio uno spartito, con le note di una musica che la banda avrebbe dovuto eseguire nel corso della finale. Una sorta di marcetta per scandire il ritmo gara. Quello di Frigerio fu un assolo: controllò fino a metà gara e poi staccò Parker; mentre, per la seconda volta consecutiva, l’altro azzurro, Pavesi, veniva squalificato. Nel corso della gara, sollecitò il pubblico ad incitarlo, ma soprattutto, trovò il tempo per fermarsi brevemente a “redarguire” la banda, che a suo dire non aveva scandito il ritmo.
Ripartì involandosi verso il traguardo, dove trionfante, con il suo classico grido di “Viva l’Italia”, si laureò campione stabilendo il nuovo record olimpico con il tempo di 13’14”2. Una volta superato il filo di lana, si esibì in una serie di capriole di gioia, che suscitarono l’ilarità del pubblico, ma soprattutto l’entusiasmo degli italiani presenti. Chiuse la gara con 5”4 su Parker e 8” su Remer.
Una vera e propria marcia trionfale, che Achille Beltrame - visto l’eco suscitato dalle due clamorose vittorie del fanciullo di Anversa - volle immortalare sulla copertina della Domenica del Corriere. Un tributo doveroso, per una pagina epica dei Giochi della VII Olimpiade.
Italia rischia l’eliminazione poi vince anche nella spada a squadre
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Il programma del 20 agosto del 1920, ai Giochi della VII Olimpiade di Anversa, prevedeva la disputa del torneo di spada a squadre. L’Italia, reduce dal doppio trionfo nel fioretto, si apprestava a scendere in pedana, senza, però, i favori del pronostico. La spada, fino a quel momento, non aveva regalato particolari emozioni al nostro Paese. Francia e Belgio, infatti, avevano conquistato il titolo olimpico rispettivamente a Londra e a Stoccolma; mentre, l’Italia, si era dovuta accontentare del quarto posto nel 1908, senza poi gareggiare nel 1912.
La squadra azzurra era composta dai quattro livornesi Nedo e Aldo Nadi, Andrea Marazzi e Dino Urbani; dai veterani Abelardo Olivier e Giovanni Canova (42 e 40 anni); dagli “stranieri” Tommaso Costantino e Paolo Thaon de Revel, originari di Tunisi e Tolone; dal 29enne bresciano di Paitone, Antonio Allocchio e dal napoletano Tullio Bozza. La splendida cornice dei giardini di Palazzo Egmont, in stile tardo barocco, faceva da palcoscenico al torneo. Undici i paesi iscritti alla gara, suddivisi in due gironi - uno da cinque e uno da sei - con i primi tre classificati di ogni poule che si qualificavano per la finale.
Gli azzurri rischiarono l’eliminazione, preferendo schierare le seconde linee per far respirare i fratelli Nadi reduci dalle prove di fioretto. Tirarono soprattutto Allocchio, Canova, Marazzi e Bozza. Partirono forte con le vittorie sui campioni uscenti del Belgio (8-4), sulla Danimarca (10-5) e contro i Paesi Bassi, al termine di una sfida equilibratissima chiusa per 7-6. Seguirono il pari con la Svezia (6-6) e la sconfitta bruciante con il Portogallo (7-8). Il girone fu vinto dal Belgio (4 vittorie e 1 sconfitta), davanti al Portogallo e all’Italia (3 vittorie, 1 sconfitta e 1 pari). Nell’altro, invece, s’impose la Francia (4/0), su Svizzera (3/1) e Stati Uniti (2/2).
Nella finale a sei, dove l’Italia non sembrava godere dei favori del pronostico, scesero in pedana Nedo e Aldo Nadi, oltre a Costantino, Olivier, Urbani e Thaon de Revel. E tutto cambiò.
Nel primo match ci fu la vittoria risicata sulla Svizzera (8-7), cui seguì la netta rivincita sul Portogallo (12-3) e il successo sulla temibile Francia (9-7). Decisiva, quindi, la sfida con i padroni di casa del Belgio, guidati dal capitano Victor Boin, che aveva letto il giuramento degli atleti nel corso della cerimonia d’apertura. Gli azzurri con un secco 10-6 misero una serie ipoteca sul titolo. Restava da disputare, quindi, l’ultimo incontro con gli Stati Uniti, reduci da quattro sconfitte in altrettante sfide. Fu un match lampo, che si concluse con una stoccata capolavoro rifilata da un Nedo Nadi febbricitante ad Arthur Lyon.
Lo spadista statunitense, riconoscendo il gran gesto tecnico, depose l’arma ed omaggiò il “re di spade” issandolo sulle spalle. L’Italia vinse 1-0 e conquistò il suo primo titolo olimpico della storia, un trionfo che i giornali dell’epoca celebrarono con il “superbo” Nedo”, “il nervoso e guizzante” Aldo e “il calmo, veloce e corretto” Olivier. E pensare che il padre Giuseppe, bandì ai fratelli Nadi la spada, che definì una “prostituzione della scherma”. Nedo ed Aldo furono costretti a tirare in segreto, ma quella disobbedienza trasformò in oro quell’indimenticabile giornata di una squadra diventata leggendaria.
Ugo Frigerio centra il primo successo olimpico dell’Atletica italiana nella 10 km di marcia
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
E’ il marciatore fanciullo che voleva diventare uomo. Il 18 agosto del 1920, Ugo Frigerio, al termine di una gara straordinaria, conquistò il titolo olimpico della marcia sulla distanza dei 10 km. A meno di un mese dal suo diciannovesimo compleanno, l’atleta milanese vinse il primo oro nella storia dell’atletica italiana. Otto anni prima a Stoccolma, invece, Ferdinando Altimani, nella stessa gara, si era aggiudicato la medaglia di bronzo, preceduto dal canadese George Goulding e dal britannico Ernie Webb mentre nel 1908 a Londra Emilio Lunghi aveva conquistato l’argento negli 800 metri.
Una passione, quella per a marcia, nata quasi per caso. Frigerio, all’età di sedici anni, dopo aver visto alcuni marciatori allenarsi - tra cui proprio lo stesso Altimani - lungo i viali di un parco civico a Milano, si iscrisse all’Unione Sportiva Milanese. Nel 1918, alla sua prima gara, centrò la vittoria; mentre, l’anno successivo, vinse il suo primo titolo italiano che conservò ininterrottamente fino al 1924, per poi riprenderselo nel 1931. Abbandonò prematuramente gli studi, per lavorare come apprendista tipografo, una professione che lo condusse, successivamente, alla Gazzetta dello Sport.
Insieme ad Altimani e a Donato Pavesi, fu uno dei precursori della scuola di marcia, che culminò con lo straordinario successo di Anversa ai Giochi della VII Olimpiade. Il Kielstadion fece da cornice alla due giorni di gare. Il 17 agosto si disputarono le due batterie di qualificazione, con 23 atleti iscritti in rappresentanza di 13 paesi. Nella prima, s’impose nettamente Frigerio che staccò di quasi 24 secondi lo statunitense Joe Pearman. Seguirono l’australiano George Parker, il compagno di squadra Pavesi, il britannico Charlie Gunn e il belga Jean Seghers. Nell’altra batteria, quindi, la vittoria andò al britannico William Hehir, con un tempo decisamente inferiore a quello dell’azzurro: 51’38”8 contro 47’06”4.
Il giorno successivo, in uno stadio quasi deserto, Frigerio, reduce da una batteria di alto livello, da outsider entrò decisamente nel novero dei favoriti. In finale, prima con una tattica attendista e poi con un ritmo soffocante, fece la differenza. Al nono giro raggiunse Pearman e nel successivo lo superò, involandosi in solitaria verso il traguardo con il tempo di 48’06”2 e chiudendo con almeno 250 metri di vantaggio sull’avversario. Una gara strepitosa, di temperamento e dallo stile impeccabile nei movimenti.
All’arrivo, prima dell’abbraccio con il suo allenatore, gridò: “Viva l’Italia!”. Quel leitmotiv che amava urlare al termine di ogni gara e che divenne uno dei suoi tratti distintivi. La medaglia di bronzo fu ad appannaggio di Gunn, mentre Pavesi fu squalificato. Un successo che il campione olimpico di Londra 1908, George Edward Lanner, celebrò con parole di magnificenza: “Come marcia questo bruno italiano, così meraviglioso anche per la sua giovane età. Non ho mai visto nella mia lunga carriera un marciatore dallo stille impeccabile come il suo. E’ un reale godimento vederlo lasciare gli avversari con grande facilità, senza alterare minimamente il proprio stile”.
Il fanciullo di Anversa era diventato uomo.
Nedo Nadi è ancora primo nel fioretto ma deve ringraziare un azzurro Speciale
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Che giornata quel 18 agosto del 1920. Nedo Nadi, reduce dal trionfo nella prova a squadre, conquistò il suo secondo titolo olimpico nella prova individuale di fioretto. Una finale al cardiopalma, che consentì allo schermidore livornese di confermare, otto anni dopo, il successo già ottenuto a Stoccolma.
Avviato alla scherma dal padre Giuseppe, maestro d’armi e fondatore dello storico Circolo Scherma Fides Livorno (in cui si formò con il fratello minore Aldo), vinse il suo primo torneo internazionale nel 1909 a Vienna, con la conquista della Coppa dell’Imperatore. Nel 1912, a sorpresa, fu il grande protagonista dei Giochi Olimpici di Stoccolma, dove si laureò campione olimpico con sette vittorie e nessuna sconfitta, battendo in finale il connazionale Pietro Speciale - di vent’anni più grande di lui - e l’austriaco Richard Verdeber. Divenne così il più giovane schermidore a vincere una medaglia d’oro, che rimase anche l’unica conquistata nella scherma.
La Grande Guerra, però, interruppe la sua grande ascesa. Si arruolò nel Reggimento Cavalleria Alessandria e fu decorato con due medaglie al valore, rischiando anche la corte marziale, per aver fraternizzato con un prigioniero austriaco, che riconobbe per averlo incontrato anni prima sulle pedane della scherma. Al termine del conflitto riprese ad allenarsi con determinazione e già nel 1919 ritornò al successo aggiudicandosi il torneo di fioretto individuale ai Giochi Interalleati di Joinville-Sur-Pont, una specie di Olimpiade riservata agli atleti militari degli Stati usciti vincitori dal primo conflitto mondiale.
I Giochi della VII Olimpiade di Anversa, rappresentavano un obiettivo fondamentale, non solo per l’atleta Nadi, ma anche per il suo ruolo di selezionatore della squadra italiana di scherma. La prova di fioretto individuale si disputò in due giornate. Il 17 agosto, nei giardini di Palazzo Egmont, gli schermidori affrontarono due prove di qualificazione.
Nella prima prova, i concorrenti furono suddivisi in otto gironi, che qualificavano i primi tre classificati di ognuno. Nedo Nadi, inserito nel secondo girone, si qualificò insieme al francese Georges Trombert - sette vittorie e una sconfitta - seguiti dal cecoslovacco Viliam Tvrzský con due sconfitte. Il fratello Aldo, Abelardo Olivier e Federico Cesarano, invece, vinsero rispettivamente il terzo, quarto e quinto girone. Nel turno successivo, quindi, il regolamento prevedeva quattro gironi con sei atleti: i primi tre di ogni poule si sarebbero qualificati per la finale. Nedo Nadi vinse il suo girone con cinque vittorie, davanti all’azzurro Oreste Puliti (4/1) e al francese Roger Ducret (3/2). Buona la prova anche di Aldo Nadi, che nel girone due si qualificò ex-equo con il francese Philippe Cattiau.
Il giorno successivo si disputò la finale a dodici, con ben cinque italiani in gara. Una maratona tesa e sfiancante, che avrebbe premiato la tecnica, ma soprattutto la resistenza alla stanchezza. Gli avversari da battere erano indubbiamente i francesi, che già nella prova a squadre avevano messo a dura prova gli azzurri, in particolare Nedo Nadi, sconfitto da Gaudin. la Francia, che non aveva partecipato alle prove di scherma di Stoccolma (in quanto non condivise alcune regole), ad Anversa era arrivata determinata a conquistare il maggior numero di medaglie per riappropriarsi della sua antica leadership.
L’assenza del “diavolo bianco”, Lucien Gaudin, fermato da un pestone all’alluce destro nella prova a squadre, poteva rappresentare un vantaggio per gli azzurri. Nedo Nadi, di contro, rischiò di non poter bissare il suo secondo oro. Dopo aver sconfitto nettamente Cattiau, perse con l’altro transalpino Ducret, che si portò ad un passo dal trionfo: con un successo, infatti, sarebbe salito sul gradino più alto del podio in virtù della differenza di stoccate. Nedo Nadi chiuse la sua prova con 10 vittorie ed una bruciante sconfitta, che sapeva avrebbe potuto togliergli l’alloro olimpico
Si rintanò nel suo angolo ed iniziò a piangere. A Ducret bastava superare l’azzurro Pietro Speciale - in coda alla classifica - per laurearsi campione. Sembrava una semplice formalità, ma quello che successe ebbe dell’incredibile Il 43enne palermitano non concesse scampo al francese, che non solo perse l’assalto, ma dovette accontentarsi della medaglia di bronzo. Per Nedo Nadi fu un trionfo, con ventidue vittorie e due sole sconfitte si aggiudicò il suo secondo oro. Ma quello fu solo l’inizio
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