Cala il sipario sull’edizione ferita dal boicottaggio. Azzurri quinti nel medagliere
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
Come per la Cerimonia di apertura i rintocchi dell’orologio della Torre Spasskaja del Cremlino, diedero inizio alla cerimonia di chiusura dei Giochi della XXII Olimpiade la sera del 3 agosto del 1980, Un’edizione ferita dal boicottaggio dei 65 paesi del blocco occidentale e che sarà ricordata come una delle pagine più buie della storia sportiva. Il mondo olimpico già ferito dall’assalto dei fedayn al villaggio degli atleti di Monaco 1972 e dall’assenza di paesi africani a Montreal 1976, subì un altro durissimo colpo, seppure, dal punto di vista sportivo, il livello tecnico ed agonistico fu di prim’ordine.
L’atletica leggera mise in scena, nel mezzo fondo, una delle rivalità più appassionanti in assoluto: quella tra i britannici Sebastian Coe e Steve Ovett. I due grandi favoriti degli 800 mt. e dei 1500 mt. conquistarono entrambi il titolo, ma sorprendentemente nella specialità cui l’uno era favorito sull’altro. Il tedesco orientale, Waldemar Cierpinski, invece, si aggiudicò per la seconda volta consecutiva la maratona, eguagliando il mitico Abebe Bikila; mentre, l’etiope Miruts Yifter, ebbe la meglio sia sui 5.000 che sui 10.000 mt.
Nel nuoto femminile, invece, si registrò il dominio assoluto della Germania Est, che “colonizzò” il gradino più alto del podio con undici medaglie su tredici. L’Unione Sovietica, padrona di casa, fece incetta di titoli. Emblematiche le otto medaglie di Aleksandr Ditjatin nella ginnastica e il doppio successo di Vladimir Salnikov nei 400 mt., nonché nei 1500 mt. stile libero, dove stabilì il nuovo record mondiale, nuotando per la prima volta sotto i quindici minuti.
Nel pugilato, di contro, Pyotr Zeyev, dovette inchinarsi al grandissimo cubano Teófilo Stevenson, al suo terzo titolo olimpico consecutivo. Il medagliere finale vide il dominio dell’URSS con 80 ori, contro i 47 della Germania dell’Est. L’Italia chiuse al quinto posto con 15 medaglie (8 ori, 3 argenti e 4 bronzi), menomata dall’assenza degli atleti appartenenti ai gruppi sportivi militari.
Nell’atletica leggera il primo urlo di gioia fu di Maurizio Damilano nella 20 km. di marcia, cui seguirono i successi indimenticabili di Pietro Mennea nei 200 mt. e di Sara Simeoni nel salto in alto femminile. Il primo oro azzurro, tuttavia, fu ad appannaggio di Luciano Giovannetti nella fossa olimpica. Quasi inaspettato, poi, il trionfo di Federico Roman negli sport equestri, in particolare nella prova del concorso completo individuale, soprattutto per la tribolata vigilia che lo costrinse ad una preparazione quasi improvvisata.
Claudio Pollio ed Ezio Gamba, inoltre, a distanza di ventiquattr’ore l’uno dall’altro, conquistarono rispettivamente i titoli di lotta libera 48 kg. e di judo 71 kg. con due prestazioni eccelse. Infine, Patrizio Oliva, al termine di tre memorabili riprese, si laureò campione nei super leggeri di pugilato, aggiudicandosi anche la Coppa Val Barker, quale miglior pugile della manifestazione. Le soddisfazioni non mancarono anche nella pallacanestro con lo storico argento conquistato da Marco Bonamico, Roberto Brunamonti, Fabrizio Della Fiori, Pietro Generali, Enrico Gilardi, Pierluigi Marzorati, Dino Meneghin, Romeo Sacchetti, Marco Solfrini, Michael Sylvester, Renzo Vecchiato e Renato Villalta. L’Italbasket perse la finale con la Jugoslavia, ma riuscì nella storica impresa di superare in semifinale i padroni di casa dell’Unione Sovietica per 86 a 77.
Piazza d’onore anche per la squadra di sciabola maschile composta da Michele Maffei, Mario Aldo Montano, Ferdinando Meglio, Giovanni Scalzo e Marco Romano, al pari di quella del concorso completo a squadre negli sport equestri, con Federico Roman, il fratello Mauro, Anna Casagrande e Marina Sciocchetti. Il bottino azzurro fu reso ancor più cospicuo dai bronzi della staffetta 4x400 mt. formata da Pietro Mennea, Stefano Malinverni, Mauro Zuliani e Roberto Tozzi; dal tiro con l’arco con Giancarlo Ferrari, dai tuffi con Franco Cagnotto e dalla vela classe star con Giorgio Gorla ed Alfio Peraboni.
L’Olimpiade di Mosca, purtroppo, sarà anche ricordata per alcuni favoritismi a beneficio degli atleti di casa. La grande Nadia Comaneci fu privata dell’oro nella classifica generale individuale di ginnastica a causa della decisione controversa dei giudici che premiarono la sovietica Yelena Davydova tra le proteste persino del pubblico locale. Furono anche dei Giochi innovativi, che saranno ricordati, tra l’altro, anche per l'introduzione della teleselezione telefonica, che rappresentò un vantaggio per la stampa internazionale, oltre ad un’apertura verso l’Occidente.
Nel suo discorso conclusivo, l’allora presidente del CIO, Lord Michael Morris Killanin, chiuse con la raccomandazione, verso i giovani del mondo, “di tornare quattro anni dopo a Los Angeles”. Un’esortazione che non si realizzò, mentre la mascotte Misha volava in cielo sulle note di “Addio, Mosca”.
Partecipanti: Nazioni: 80 - Atleti: 5179 (4064 Uomini; 1115 Donne) - Italiani: 167 (128 Uomini; 39 Donne)
Medaglie Azzurre: 8 Oro – 3 Argento - 4 Bronzo
Il sogno di Patrizio Oliva diventa realtà nel giorno più tragico per l’Italia
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
Un sogno realizzato ed una promessa mantenuta, in una delle giornate più buie della storia della Repubblica italiana. Era pomeriggio, a Mosca, il 2 agosto del 1980, quando Patrizio Oliva conquistò la medaglia d’oro nel pugilato categoria superleggeri. Un piccolo sorriso di gioia regalato agli italiani, scioccati dalla violenta esplosione che alle 10.25 del mattino aveva sventrato la stazione dei treni di Bologna causando 85 morti e oltre 200 feriti. Un Paese sull’orlo del baratro, che aveva trovato nel 21enne napoletano una sorta di ancora di salvezza in un mix di emozioni contrastanti.
Quel pugile sognatore, che quattro anni prima, al termine della finale olimpica tra Ray Leonard e il cubano Andrés Aldama, dentro di sé iniziava a coltivare l’ambizione di essere sul ring a cinque cerchi, ha sempre avuto una carriera piena di sacrifici, iniziata ad undici anni grazie al fratello Mario, pugile dilettante, nella palestra Fulgor ai Quartieri Spagnoli, sotto la guida di Geppino Silvestri. Dal 1976 al 1978 si aggiudicò prima il titolo italiano dilettanti nei pesi piuma e poi, per due volte consecutive, quello dei leggeri, oltre al titolo europeo juniores.
Nel 1979, però, fu protagonista di una sconfitta immeritata e clamorosa, nella finale per il titolo europeo di Colonia. Al termine di un match di alto livello, con il quotato sovietico Serik Konakbayev, fu penalizzato dal verdetto dei giudici che premiarono il suo avversario tra i fischi del pubblico. I Giochi moscoviti, quindi, rappresentavano la sua grande occasione di riscatto dopo quella tremenda delusione.
La squadra italiana, guidata dal neo commissario tecnico Franco Falcinelli e composta da Oliva, Russolillo, Gravina e Damiani, era partita con la voglia di poter ben figurare davanti ad avversari di grande levatura. La vigilia non fu delle migliori, con gli azzurri che rischiarono di tornare in Italia senza aver potuto salire sul ring. Una mattina, al termine della colazione, furono colti di sorpresa e chiamati per le prove pre-peso, dove nessuno rientrò nei limiti. Falcinelli, allora, provò la carta della sauna con la tuta di lana addosso, ma lo stratagemma non bastò e l’Italia fu esclusa.
Erano i tempi della Guerra Fredda e del boicottaggio del blocco occidentale, per cui il CIO non se la sentì di perdere un’altra squadra e diede una seconda possibilità agli azzurri. Russolillo e Gravina uscirono al primo turno, mentre Damiani si arrese ai quarti di finale. Per Oliva, invece, era giunto il momento di tirare fuori dal cassetto quel sogno fatto ad occhi aperti davanti alla tv, mentre Leonard conquistava il titolo nella sua stessa categoria.
Nei primi due turni, con un doppio KO, eliminò rispettivamente il beniniano Aurelien Agnan e il siriano Farez Halaby. Durissimo, di contro, il match dei quarti di finale con lo jugoslavo Ace Rusevski, già bronzo a Montreal, che Oliva vinse ai punti per 3-2. Smaltite le tossine, in semifinale superò senza patemi, con un netto 5-0, il britannico Anthony Willis, conquistando così la sospirata finale. Una sfida complicata, proprio con Konakbayev, grande favorito davanti al pubblico di casa, ma che rappresentava per Oliva la grande rivincita per il titolo europeo sfuggito l’anno prima.
L’azzurro si aggiudicò la prima ripresa. Nella seconda, viceversa, il pugile di origine kazaka reagì mettendo alle corde Oliva, che sembrò smarrire la carica iniziale. La veemenza dell’avversario sembrò fargli perdere la consueta lucidità. A Napoli, nel frattempo, nel quartiere di Poggioreale, il padre Rocco e i fratelli, cercavano di esorcizzare quel momento di difficoltà. Dall’angolo Falcinelli gli gridò: “Fallo per Ciro!”. Era un modo per scuoterlo, cercando di toccare le corde giuste. Nella terza e decisiva ripresa, Oliva con una boxe non nella sua indole, ma frutto di grande irrazionalità, disorientò Konakbayev, che sembrò andare in confusione. L’avversario accusò il colpo, non riuscì a reagire, spiazzato dalla tattica del pugile partenopeo.
Al gong l’Arena moscovita si ammutolì, qualcosa non era andato per il verso giusto e solo il verdetto dei giudici poteva - malauguratamente - ribaltare un destino già scritto. L’arbitro tedesco non fece in tempo ad alzargli il braccio, che era già genuflesso sul ring tra le lacrime. Baciò per terra e venne letteralmente sollevato da Falcinelli: era campione olimpico! I giudici non ebbero dubbi, il 4 a 1 fu il suggello di un trionfo iniziato dieci anni prima nella palestra di via Roma, a quindici metri sotto il livello della strada. Il sogno divenne realtà, come la promessa al compianto fratello Ciro. Sparviero ce l’aveva fatta.
Ezio Gamba lascia i Carabinieri per andare a vincere il primo oro del Judo
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
I Giochi della XXII Olimpiade resteranno impressi nella memoria degli appassionati per aver regalato all’Italia la prima medaglia d’oro in assoluto nel judo. Un’arte marziale spettacolare, che fece il suo esordio olimpico a Tokyo nel 1964 e che dopo otto anni di assenza ritornò a Monaco nel 1972.
Il grande protagonista di quella giornata memorabile fu Ezio Gamba, uno dei più grandi interpreti della disciplina, inserito insieme al suo maestro, Franco Capelletti, nella International Judo Hall of Fame. Gamba iniziò a praticare judo quasi per caso: a sette anni si iscrisse alla gloriosa società Forza e Costanza di Brescia per correggere una gracilità fisica. All’inizio venne seguito dal maestro Mario Bernardini, ma nel 1970 diventò allievo proprio di Capelletti, che insieme al maestro Masami Matsushita, rappresentava un punto di riferimento per il judo nazionale.
Nel 1975, l’allora presidente della FILPJ, Augusto Ceracchini, radunò nel Centro di Preparazione Olimpica di Roma una rosa di giovani judoka, tra cui Gamba, Felice Mariani, Angelo Fetto, Sandro Rosati, Mario Diminelli e Mario Vecchi, sotto la guida del maestro giapponese Matsushita. Allenamenti massacranti che Gamba dovette condividere con l’impegno per lo studio, per conseguire il diploma di perito elettrotecnico. I primi risultati iniziarono ad arrivare, così come la convocazione per i Giochi Olimpici di Montreal 1976.
L’allora 17enne bresciano venne eliminato dal sudcoreano Lee Chang-Sun ai quarti di finale, ma fu comunque protagonista di una prova positiva, al pari della squadra azzurra, che con Mariani si aggiudicò il bronzo nei leggeri. Nel quadriennio successivo, una serie di sconfitte in finale tra juniores ed assoluti sembrarono minare la sua capacità di poter conquistare qualche titolo, mentre qualcuno iniziava a pensare che potesse essere un eterno secondo.
Ai Mondiali di Parigi del 1979, però, seppur sconfitto in finale dal giapponese Miro Katsuki, superò in semifinale il britannico Neil Adams, sua bestia nera, ma soprattutto, guadagnò la piazza d’onore interrompendo il dominio degli atleti del Sol Levante che per sei edizioni consecutive avevano egemonizzato la finale iridata.
L’Olimpiade di Mosca, quindi, rappresentò un crocevia fondamentale per la sua carriera. La vigilia, tuttavia, non fu particolarmente serena. Il boicottaggio del blocco occidentale, che alla fine produsse il compromesso della partecipazione di alcuni Paesi, tra cui l’Italia, senza la presenza degli atleti militari, rappresentò per Gamba motivo di grande sofferenza. L’azzurro, infatti, era un effettivo in forza all’Arma dei Carabinieri e chiaramente non avrebbe potuto partecipare ai Giochi moscoviti, un sogno che stava per svanire. Si consultò con il suo maestro e prese la decisione di presentare domanda di congedo. Nel frattempo si allenò da solo, con un gruppo di amici, senza sapere quale potesse essere l’esito finale della domanda.
Una situazione di grande tensione, che si risolse poco prima di volare a Mosca. Una vigilia comunque tormentata, in quanto il maestro Capelletti fu costretto rimanere in Italia, mentre Gamba riuscì ad allenarsi solo grazie alla disponibilità di due judoka di San Marino. Il grande giorno era arrivato ed una volta salito sul tatami l’azzurro trasformò la tensione in una carica agonistica che fece la differenza. Nella prima sfida del gruppo B, vinse nettamente con il kuwaitiano Fahad Al-Farhan, per poi imporsi solo ai punti con il francese Christian Dyot. Nei due match successivi, con un doppio ippon, superò rispettivamente il nordcoreano Kim Byong-Gun e il mongolo Raudangiin Davaadalai.
Un risultato che lo portò a giocarsi la medaglia d’oro con l’avversario di sempre, il britannico Adams, giunto in finale con tutte vittorie prima del limite. Un testa a testa equilibrato per i due quasi coetanei, divisi all’anagrafe da soli trentaquattro giorni di differenza. Sette minuti di grandi emozioni, con l’atteso verdetto dei giudici. Le bandierine bianche si alzarono, proclamando l’azzurro vincitore. Gamba si inginocchiò, ma si rialzò velocemente con le braccia al cielo in segno di esultanza per poi abbracciare l’avversario.
Quel bambino gracile era diventato uomo. Il cammino olimpico di Gamba continuerà a Los Angeles, quattro anni dopo, dove conquisterà l’argento. Ma il destino lo rivuole a Mosca. Dal 2009 allena la nazionale di Judo russa che a Londra 2012 conquista le prime medaglie d’oro nella disciplina. Quel bambino gracile era diventato uomo. Il cammino olimpico di Gamba continuerà a Los Angeles, quattro anni dopo, dove conquisterà l’argento. Ma il destino lo rivuole a Mosca. Dal 2009 allena la nazionale di Judo russa che a Londra 2012 conquista le prime medaglie d’oro nella disciplina.
La FISA rivede il sistema di qualificazione, Varese confermata sede della Regata Europa
- TOKYO 2020
La FISA, la federazione internazionale di canottaggio, ha comunicato che l'evoluzione della situazione dovuta alla pandemia di Covid-19 ha comportato una revisione necessaria delle rimanenti opportunità di qualificazione per i Giochi Olimpici e Paralimpici di Tokyo 2020, posticipati al 2021, nonché dei relativi sistemi di qualificazione.
Per quanto riguarda l’Europa, è stato confermato che la Regata Europea di Qualificazione Olimpica e Paralimpica, originariamente prevista per aprile 2020, si svolgerà a Varese dal 5 al 7 aprile 2021, mentre è in discussione la possibilità di svolgere un training camp pre-regata.
La Regata Finale di Qualificazione Olimpica, inizialmente prevista per maggio 2020, si disputerà, invece, a Lucerna (Svizzera) dal 16 al 18 maggio 2021.
I numeri danno ragione a Claudio Pollio, unico oro olimpico nella lotta libera
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
Passione, sacrificio e sofferenza, ma non solo, numeri e ancora numeri, per raccontare una delle pagine più rocambolesche dello sport italiano. Nel libro dei ricordi non può mancare, infatti, la straordinaria impresa di Claudio Pollio, che il 29 luglio del 1980 conquistò la medaglia d’oro nella lotta libera, categoria minimosca sotto i 48 kg. Un racconto che inizia a Secondigliano, dove un padre, appassionato, avvia i suoi cinque figli alla pratica sportiva. Uno di loro, Claudio, si innamorò della ginnastica artistica, ma purtroppo, a causa della mancanza di strutture adatte, dovette abbandonare quella passione a malincuore.
La grande vitalità, però, lo portò quasi per caso alla lotta libera, una meravigliosa avventura cui ha dedicato gran parte della sua vita. Si iscrisse, a sedici anni, al Gruppo Vigili del Fuoco di Padula, dove fu seguito da Luigi Marigliano, che sin dai primi passi ne intuì le grandi potenzialità. Nel 1975 abbandonò gli studi di perito industriale per trasferirsi al centro federale di lotta a Savona, sotto la guida di Vincenzo Grassi. E' l'anno della svolta.
A soli diciassette anni si classificò secondo ai Giochi del Mediterraneo di Algeri, dove esplose tutto il suo talento. L’anno successivo vinse gli Europei juniores e il torneo preolimpico “Gherardelli”, conquistando il pass per l’Olimpiade di Montreal dove uscì al secondo turno eliminatorio. Una grande esperienza, dove cercò di imparare il più possibile dai suoi avversari. Negli anni successivi fu protagonista di un ulteriore salto di qualità con la vittoria ai Giochi del Mediterraneo del 1979 a Spalato e il quinto posto ai Mondiali di San Diego.
Momenti di grande gioia, ma anche di grande sofferenza. Dovette superare i postumi di un’epatite virale che lo costrinse a disertare la palestra per un anno. Ma non solo, il grande sacrificio di dover sempre rientrare nel peso forma, era diventato quasi un incubo. Ma la voglia di girare il mondo, partendo dalla sua amata Secondigliano, ebbe ancora una volta il sopravvento sul calvario del peso.
A Mosca, malgrado il boicottaggio, erano presenti i lottatori più forti: i padroni di casa dell’URSS, i temibilissimi bulgari, gli iracheni, i siriani, gli ungheresi e quasi tutti gli asiatici. L'azzurro, preparato dall’allora commissario tecnico Vittoriano Romanacci, in cuor suo puntava al bronzo. Il 27 luglio, all’esordio, fece subito un figurone sconfiggendo per 8-4 il fortissimo polacco Jan Falandys (bronzo mondiale e vicecampione europeo in carica). Ebbe poi la meglio sul mongolo Gombyn Khishigbaatar per 17-10.
Il giorno successivo, invece, fu sconfitto nettamente dall’indiano Singh, che lo colse di sorpresa. Fu chiamato all’improvviso, senza potersi riscaldare, ma non riuscì mai ad entrare nel match e fu tradito dal nervosismo. La sfida decisiva, però, fu con il coreano Jang Se-Hong. Fu un inizio complicato, con Pollio sotto 0-3, ma soprattutto alla mercé di avversario tecnicamente fortissimo. Al termine del primo tempo la situazione volgeva al peggio, ma alla ripresa Pollio iniziò a rimontare. Ad un certo punto Jang prese il braccio dell’azzurro e lo fece volare sopra di sé, con il conseguente rischio di farlo cadere di schiena per poi mettere a segno la mossa decisiva. Pollio, incredibilmente, da ex ginnasta, ricadde davanti e prendendogli le gambe dal basso, lo mise al tappeto. Il coreano perse fiducia, accusò la rimonta, prese tre penalità per passività e fu squalificato.
Una vittoria pazzesca, ma soprattutto in condizioni menomate: una spalla fuori posto, legamenti del ginocchio usurati e una costola incrinata. Ma all’Olimpiade il dolore sparisce, mentre l’adrenalina sale. Nell’ultima giornata, decisiva per l’assegnazione delle medaglie, la tensione iniziò a salire al CSKA Sports Complex di Mosca. Pollio incontrò il campione del mondo in carica, il sovietico Sergej Kornilayev. Un avversario che non aveva mai sconfitto nei tre incontri precedenti e che si confermò imbattibile. Il 22enne napoletano, però, limitò i danni, consapevole che nel computo generale i numeri avrebbero potuto fare ancora una volta la differenza.
Un calcolo che sarà decisivo. Nella sfida seguente, Jang, già bronzo, in caso di vittoria con Kornilayev si sarebbe aggiudicato l’argento. Il pronostico era tutto a favore dell’atleta di casa, ma il coreano, con un colpo di genio, schienò l’avversario e si aggiudicò la piazza d’onore. E i numeri, ancora una volta, entrarono in scena, regalando all’Italia la medaglia d’oro più sorprendente. Claudio Pollio si laureò campione olimpico in base alla classifica avulsa a parità di vittorie nel triangolare finale. Una vittoria che resterà l’ultimo successo italiano nella specialità, quello dei numeri perfetti per una medaglia perfetta.
World Athletics, dal 1° settembre riprende qualificazione olimpica per maratona e marcia
- TOKYO 2020
World Athletics, la federazione internazionale di atletica, interromperà la sospensione del sistema di qualificazione olimpica di Tokyo 2020 per gli eventi della maratona e della marcia a partire dal 1 ° settembre, anticipando così il termine del 30 novembre precedentemente fissato.
La decisione è dovuta al timore che non ci siano abbastanza opportunità di eventi valevoli prima che il periodo di qualificazione finisca il 31 maggio 2021.
Il periodo di sospensione era stato introdotto originariamente dal 6 aprile al 30 novembre 2020 a causa della pandemia globale di Covid 19 e rimane comunque in vigore per tutti gli altri eventi di atletica leggera.
Gli atleti potranno registrare gli standard di ammissione alle qualifiche olimpiche dal 1 ° settembre al 30 novembre, ma solo in gare pre-identificate, pubblicizzate e autorizzate che si terranno su corsi certificati World Athletics, con test antidroga in gara.
L'accumulo di punti per le classifiche mondiali e la qualificazione automatica tramite maratone Gold o Platinum rimane invece sospeso fino al 30 novembre 2020.
Il presidente dell'atletica mondiale Sebastian Coe, motivando la scelta, ha spiegato che gli atleti di maratona e marcia potrebbero avere opportunità molto limitate nel 2021 per far segnare i tempi di qualifica a causa dell'incerto svolgimento di eventi di partecipazione di massa.
"La maggior parte delle più importanti maratone sono già state cancellate o rinviate per il resto di quest'anno e l'evoluzione della pandemia rende difficile prevedere se quelle previste per la prima metà del prossimo anno si potranno disputare", ha detto Coe.
“Questa situazione, unita al fatto che gli atleti di maratona e marcia possono produrre solo un numero molto limitato di prestazioni di alta qualità all'anno, restringerebbe davvero la finestra delle qualifiche. Siamo stati inoltre assicurati dall'Athletics Integrity Unit che il sistema antidoping è in grado di garantire la correttezza delle gare su strada durante questo periodo e di assicurare rigidi controlli per tutti gli atleti".
Il 5 agosto riunioni di Giunta e Consiglio Nazionale
- CONI
La 1103ª riunione della Giunta Nazionale del CONI si terrà mercoledì 5 agosto 2020 a Roma, presso il Foro Italico, con inizio alle ore 10.
Questo l'ordine del giorno:
1) Verbale riunione del 2 luglio 2020
2) Comunicazioni del Presidente
3) 276° Consiglio Nazionale CONI
4) Attività Olimpica e Alto Livello
5) Attività Federazioni Sportive Nazionali – Discipline Sportive Associate – Enti di Promozione Sportiva – Attività Antidoping
6) Affari Amministrativi
7) Varie e proposte dei membri della Giunta Nazionale
Il 276° Consiglio Nazionale del CONI si riunirà mercoledì 5 agosto, con inizio alle 15.00, a Roma - presso il Foro Italico - per discutere il seguente ordine del giorno:
1) Approvazione verbale riunione del 2 luglio 2020
2) Comunicazioni del Presidente
3) Attività FSN-DSA-EPS
4) Varie
L'accesso al Salone d'Onore, garantito nel rispetto delle vigenti disposizioni governative chiamate a fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID 19, non sarà consentito ai non aventi diritto a partecipare al Consiglio Nazionale.
La freccia del Sud alza l’indice al cielo: è la vittoria di Pietro Mennea
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
“Recupera, recupera, recupera, recupera, recupera. Ha vinto, ha vinto. Straordinaria impresa di Mennea!”. Come non ricordare, con le parole indimenticabili di Paolo Rosi, l’epilogo di una delle più grandi prestazioni dell’atletica leggera. Un successo diventato storia, che ancor oggi rimane scolpito non solo nella memoria di chi poté assistere alla prima Olimpiade in mondovisione, ma anche in quella di tutti coloro che nel corso degli anni hanno potuto rivedere quelle immagini epiche.
Questa è la storia di una delle più grandi imprese dello sport italiano, ma soprattutto è la storia di un atleta che con perseveranza e voglia di vincere, tra grandi sacrifici ed allenamenti durissimi, ha toccato il cielo con un dito, con quel suo indice diventato leggenda.
Pietro Mennea iniziò la sua carriera sportiva con l’Avis Barletta, seguito dal prof. Franco Mascolo, prima di approdare a Formia, nel 1971, dove, con Carlo Vittori, costruirà un legame indissolubile. Nello stesso anno fece il suo debutto internazionale agli Europei di Helsinki, conquistando una medaglia di bronzo nella staffetta 4x100 mt., ma soprattutto il sesto posto nei 200 mt., la disciplina che lo renderà grande tra i grandi. La sua prima Olimpiade, delle cinque disputate (che rappresentano un record per un velocista, con quattro finali consecutive dal 1972 al 1984), è quella di Monaco. Il 20enne barlettano vinse il bronzo dietro al fortissimo sovietico Valerij Borzov - che si era aggiudicato anche i 100 mt. - e allo statunitense Larry Black.
Il primo grande successo, quindi, lo conquista nel 1974 agli Europei di Roma, titolo che confermerà quattro anni dopo a Praga nel 1978. Alla vigilia della sua seconda Olimpiade, nel 1976 a Montreal, dopo alcuni risultati non altezza delle sue aspettative, decise di non partecipare, ma la spinta dell’opinione pubblica lo convinse a cambiare idea. Fu una delusione: quarto posto ad undici centesimi dal podio. Il titolo olimpico andò al giamaicano Don Quarrie, che precedette gli statunitensi Millard Hampton e Dwayne Evans. Tre anni dopo, però, la grande svolta.
Mennea partecipa alle Universiadi di Città del Messico del 1979, in quanto iscritto alla Facoltà di Scienze Politiche e centra la finale senza troppi patemi. Non solo vince il titolo nei 200 mt., ma compie un capolavoro stabilendo il nuovo record mondiale sulla distanza con il tempo di 19’72”. Una prestazione incredibile, che resisterà per 16 anni e 324 giorni, fino ai Trials americani del 1996, quando Michael Johnson fermò il cronometro a 19’66”. Mennea non si accorse di quanto aveva fatto, seppur avesse staccato di oltre cinquanta centesimi il polacco Leszek Dunecki e il britannico Ainsley Bennett. Solo dopo realizzò quanto aveva compiuto: “Un ragazzo del Sud, senza pista, oggi è riuscito a fare il record del mondo”.
Un atleta che dopo ogni successo pensava alla gara successiva, allenandosi anche otto-nove ore al giorno. Alla sua terza Olimpiade, invece, raggiunse il culmine di una carriera cui mancava solo il sigillo olimpico. Il suo carattere e il peso della tensione che lo vedeva tra i favoriti, ad un certo punto rischiarono di mandarlo in cortocircuito. “Il suo vero nemico - come diceva Vittori - era se stesso”. Il 25 luglio 1980 venne eliminato a sorpresa nella semifinale dei 100 mt. Un colpo durissimo, che la stampa ebbe modo di criticare. Il suo grande avversario, lo scozzese Alan Wells, vinse la medaglia d’oro.
A quel punto Mennea mise in dubbio la sua partecipazione ai 200 mt., ma Vittori lo spronò, cercando di liberarlo da quella responsabilità che lo sovrastava. La prova dei 200 mt. si svolse in due giornate. Nella prima i 63 partecipanti affrontarono le batterie eliminatorie e successivamente i quarti di finale. Mennea s’impose in entrambe superando rispettivamente l’ungherese Ferenc Kiss e il sovietico Nikolay Sidorov. Il giorno seguente, nelle semifinali che qualificavano gli otto candidati alle medaglie, Mennea con il tempo di 20’70” sopravanzò il campione uscente Quarrie. Di lì la grande attesa. Arrivò la sera in quell’interminabile giornata, mentre gli atleti, intorno alle ore 20, iniziavano ad avvicinarsi ai blocchi di partenza. La temperatura era di 23 gradi, con assenza di vento e con un’umidità superiore al 50%.
A pochi attimi dalla partenza i cubani Silvio Leonard ed Osvaldo Lara, i polacchi Woronin e Dunecki, il tedesco orientale Hoff e il giamaicano Quarrie erano alla ricerca della massima concentrazione. Mennea, cui la sorte non regalò nulla, partiva dall’ottava corsia, quella di solito riservata alle lepri, ma soprattutto senza punti di riferimento. Wells, invece, era in settima. L’azzurro era tiratissimo, il suo corpo avvolto da un fascio di nervi. Si posizionò ai blocchi, mentre un giudice di gara, con giacca gialla e guanti neri, gli sussurrò qualcosa. La tensione era alle stelle. Il colpo dello starter decretò la partenza. All’imbocco della curva Mennea e Wells erano appaiati, ma poi lo scozzese allungò e sembrò quasi imprendibile; mentre Leonard e Quarrie avevano almeno due metri di vantaggio. Nel rettilineo l’azzurro sembrava cedere, ma proprio in quel momento di difficoltà, quando tutto sembrava perduto, iniziò una progressione incredibile.
Una reazione rabbiosa, che lo portò a recuperare metro dopo metro, fino a vincere con due centesimi di vantaggio sul grande rivale britannico e con dieci su Quarrie che precedette Leonard. Pietro Il Grande conquistò Mosca, ma soprattutto il cuore degli sportivi, con una rimonta incredibile, quella della resistenza alla velocità, la sua grande dote. E quell’indice al cielo in segno di vittoria si trasformò in oro, come il ricordo di un campione inimitabile, unico e straordinariamente vero. La nostra Freccia del Sud.
Federico Roman vince l’ultima medaglia azzurra nel completo individuale
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
Il boicottaggio dei Giochi Olimpici di Mosca 1980 aveva colpito in maniera significativa lo sport italiano, che dopo un compromesso con il Governo, decise di partecipare gareggiando sotto l’egida del CIO. Una delle discipline più penalizzate, per l’assenza degli atleti militari, fu indubbiamente quella degli Sport Equestri. In quegli anni, la nostra equitazione viveva un momento particolarmente felice, in virtù della tradizione della scuola militare, che aveva portato alla ribalta grandi cavalieri che diedero lustro al nostro Paese con i loro successi. Senza il supporto delle Forze armatae tutto si fece più difficile.
Si giunse, quindi, ad una sorta di mediazione, con la partecipazione autonoma della squadra, che oltre a non avere nessun supporto logistico, venne privata della presenza del tecnico Lucio Manzin. A quel punto, la squadra del concorso completo, si ritrovò in una situazione paradossale, non solo c’era da organizzare una spedizione del tutto anomala, ma da riorganizzare ex-novo. Federico Roman, montando Rossinan, reclutò una squadra che fece perno sul fratello minore Mauro, in sella a Dourakine 4, sulle amazzoni Anna Casagrande, su Daleye, Marina Sciocchetti, su Rohan de Lechereo, che a loro spese, misero in piedi una trasferta rocambolesca che divenne poi leggendaria.
Il cavaliere triestino (figlio di un sottufficiale, come i fratelli D’Inzeo), non solo giocò un ruolo di primo piano nella vicenda (quale leader indiscusso della squadra), ma scelse tre compagni di squadra che si erano formati alle Querce di Casorate Sempione, proprio nel centro ippico del padre. Una vera e propria scommessa. Roman si era formato nella brughiera lombarda, sotto la guida del padre Antonio, già istruttore di cavalleria e presso il Circolo Equestre Federale di Rocca di Papa. A Montreal 1976 era arrivato ad un passo dal podio, classificandosi al quarto posto nella prova a squadre e nono nell’individuale, per cui, i Giochi moscoviti, rappresentavano una nuova grande sfida per conquistare la tanto agognata medaglia olimpica.
Il concorso completo prevedeva tre prove spalmate in altrettante giornate di gara. Il debutto avvenne il 25 luglio con la prova di dressage. Federico Roman chiuse al settimo posto con 54,40 penalità, mentre la testa della classifica fu ad appannaggio del trio polacco formato da Wierzchowiecki, Daniluk e Szlapka. A seguire i sovietici Yuri Salnikov e Valery Volkov, rispettivamente quarto e sesto. Nella seconda giornata, invece, si disputò la prova di cross country, nella quale Roman sbaragliò la concorrenza con sole 49,20 penalità, precedendo i sovietici Aleksandr Blinov (56,40) e Salnikov (93,60). Fu una prova molto selettiva che falcidiò diversi concorrenti, lasciando in gara i più forti. L’azzurro al termine delle due prove balzò al comando della classifica generale con 103,60 penalità, davanti ai due sovietici Blinov (120,80) e Salnikov (146,60).
Alla vigilia dell’ultima e decisiva prova, che prevedeva il salto ad ostacoli, Roman aveva accumulato un vantaggio tale per cui poteva permettersi anche di sbagliare tre ostacoli sui dodici previsti. Il 27 luglio Roman non si fece sopraffare dall’emozione e portò a termine la prova commettendo un solo errore - il terzo elemento della doppia gabbia - che gli valse comunque il titolo olimpico. Il cavaliere italiano poté così esultare con il suo Rossinan, a sedici anni dall’ultimo trionfo italiano firmato da Mauro Checcoli a Tokyo. Una medaglia storica, che a distanza di quarant’anni, rimane l’ultimo successo azzurro nel concorso completo individuale.
Ma non solo, quel giorno resterà scolpito nella memoria anche per l’impresa nella prova a squadre, nella quale, lo stesso Federico, il fratello Mauro, Marina Sciocchetti ed Anna Casagrande si aggiudicarono la medaglia d’argento preceduti solo dai padroni di casa dell’Unione Sovietica. Una doppia impresa che non solo esaltò le loro doti tecniche, ma ne premiò la caparbietà, lungo un percorso accidentato, che giorno dopo giorno forgiò la loro unione, fino a farla diventare una memorabile impresa sportiva.
Sara si sveglia e sale più in alto di tutte cantando De Gregori
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
Viva l’Italia” cantava Francesco De Gregori nel 1979. Un brano indimenticabile, che divenne una sorta di colonna sonora, l’anno successivo, per festeggiare una grande impresa dello sport italiano. Mosca, 26 luglio 1980, finale del salto in alto femminile. La polacca Urszula Kielan sbaglia la misura di 1,97 mt. e l’indimenticato telecronista RAI, Paolo Rosi, dopo una breve esitazione, esulta: “Oro, medaglia d’oro, Sara Simeoni!”.
Una giornata memorabile, che consegnò agli annali il secondo titolo olimpico azzurro al femminile nell’atletica leggera, quarantaquattro anni dopo l’impresa di Ondina Valla a Berlino sugli 80 metri ad ostacoli. La 27enne saltatrice di Rivoli Veronese aveva coronato il suo sogno iniziato a Monaco 1972. Otto anni prima, il presidente del CONI, Giulio Onesti, malgrado la Simeoni avesse saltato “solo” 1,80 mt. nel corso della stagione, chiese di convocarla affinché facesse esperienza. Ebbe ragione: sesto posto e personale migliorato di cinque centimetri.
Quattro anni dopo, il primo podio olimpico a Montreal dietro l’avversaria di sempre, la tedesca dell’est Rosemarie Ackermann. Una crescita costante, frutto di duro lavoro e grandi sacrifici. Nel 1978, quindi, la grande svolta. Il 4 agosto, a Brescia, nel corso di una riunione di atletica tra le nazionali di Italia e Polonia, salta 2,01 mt. stabilendo il nuovo record del mondo. Un risultato eccezionale, il muro dei due metri era stato abbattuto. Qualche settimana più tardi dimostrò ancora una volta tutta la sua classe conquistando il titolo europeo a Praga, eguagliando il suo record.
Mancava, però, ancora qualcosa, per entrare nell’olimpo e Mosca era il palcoscenico ideale per provare la grande impresa. La vigilia non fu delle migliori, fino all’ultimo regnò l’incertezza sulla partecipazione, ma poi, con una formula ad hoc, senza atleti militari, la spedizione azzurra prese parte ai Giochi della XXII Olimpiade. Per la Simeoni cambiava poco, le avversarie più forti erano comunque presenti e la sfida era apertissima. La prova di salto in alto si svolse in due giorni. Il 25 luglio si disputarono le qualificazioni. Delle venti partecipanti, dodici superarono la misura richiesta a 1,88 mt., approdando così alla giornata successiva decisiva per le medaglie.
Il grande giorno era arrivato. Scrosci di pioggia avevano bagnato il prato dello stadio Lenin, la pedana era umida, la zona della gara un andirivieni che minava la concentrazione delle atlete e per l’azzurra fu un momento terribile. Non era in grado di trovare la carica giusta e nel giro di pochi minuti fu assalita da una crisi di panico. Una tragica mezz’ora, nel corso della quale la paura di vincere le faceva tremare le gambe. Fece un salto di prova, ma fu un disastro. Nel frattempo, dalle tribune, il marito allenatore, Erminio Azzaro, le gridò: “Sara svegliati!”. Di lì a poco, la ragione prese il sopravvento, proprio in coincidenza con l’inizio della gara e tutto cambiò.
Le favorite entrarono in gioco a 1,80 mt. Ad un certo punto, un po’ a sorpresa, la Simeoni rinunciò a 1,88 mt., chiedendo la misura successiva a 1,91 mt., che superò in scioltezza insieme alla Kielan e alla Ackermann. Successivamente l’asticella salì a 1,94 mt., ma anche la tensione iniziò a farsi sentire. Era il momento clou. La Ackermann uscì clamorosamente, la campionessa in carica dovette arrendersi tra lo stupore. La Simeoni e la Kielan, invece, volarono senza problemi già al primo tentativo; mentre, l’altra tedesca dell’est, Jutta Kirst, strappò la misura al secondo. La gara si decise a 1,97 mt. Le tre contendenti sbagliarono il primo tentativo, mentre, nel successivo, solo l’azzurra riuscì a superare l’asticella. Era in testa, ma doveva attendere i salti delle sue avversarie. La Kirst sbagliò, mentre la Kielan si giocò l’ultima possibilità. La Simeoni attese con grande trepidazione seduta su un asciugamano rosso. La polacca sbagliò e Sara con un balzo incredibile scattò in piedi alzando le braccia al cielo.
Aveva coronato il suo sogno olimpico, ma prima di festeggiare fece una carezza all’avversaria, sciogliendo quella tensione che divenne gioia. Sul podio del boicottaggio l’Inno di Mameli era proibito, ma l’azzurra intonò “Viva l’Italia”, la colonna sonora di una giornata memorabile.
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