CONI e Fastweb insieme per sostenere l’Italia Team ai Giochi Olimpici di Tokyo
- LA PARTNERSHIP
Il Comitato Olimpico Nazionale Italiano e Fastweb annunciano l’accordo che vede la società di telecomunicazioni essere Main Partner del CONI e dell’Italia Team ai Giochi della XXXII Olimpiade, che si terranno a Tokyo, in Giappone, dal 23 luglio all'8 agosto 2021. (Foto Mezzelani GMT Sport)
Attraverso la partnership, Fastweb seguirà e sosterrà gli atleti italiani e le loro imprese sportive nelle varie discipline. Un’articolata campagna di comunicazione che accompagnerà l’Italia Team e tutti gli italiani verso l’appuntamento Olimpico di Tokyo 2020 racconterà la comunanza tra i valori dell’azienda e quelli dello sport olimpico.
Pioniera nello sviluppo di reti in fibra e sempre in prima linea nella digitalizzazione del paese, Fastweb continua oggi a disegnare la sua storia di innovazione con la prossima realizzazione di una rete 5G mobile e FWA (Fixed Wireless Access) per contribuire a rendere il Paese vincente e competitivo.
Un legame, quello tra Fastweb e lo sport, che è stato sempre forte e fondato su una condivisione di valori e visione. Velocità e performance sono da sempre obiettivi che la società condivide con lo sport italiano, che ha sostenuto e promosso puntando su atleti simbolo delle discipline più sfidanti: da Valentino Rossi e le Frecce Tricolori nel passato, fino ad oggi con Filippo Tortu, primatista nazionale dei 100 metri piani, annoverato tra i migliori velocisti al mondo, le Farfalle, la squadra nazionale di ginnastica ritmica che da oltre 15 anni primeggia in tutte le competizioni, e Simona Quadrella, giovane stella del nuoto azzurro, primatista italiana e campionessa mondiale in carica dei 1500 stile libero e vicecampionessa negli 800, oltre che vincitrice di tre ori ai recenti Europei di Glasgow del 2019.
Protagonisti che rappresentano la passione e il futuro dell’eccellenza sportiva italiana e che Fastweb sostiene ed accompagna nel percorso verso il sogno olimpico. Un investimento nello sport che vuole dare un sostegno concreto ai nostri giovani sportivi e alla promozione del Sistema Italia a livello nazionale e internazionale.
"La partnership con il CONI esprime il sostegno di Fastweb ai valori universali che lo sport rappresenta. Il coraggio, il gioco di squadra, la dedizione sono principi che ritroviamo nello sport e che rispecchiano i valori dell’azienda: Care, Coraggio, Sostenibilità”, ha dichiarato Alberto Calcagno, Amministratore Delegato di Fastweb. “Siamo pertanto orgogliosi di accompagnare la squadra di atleti italiani verso il sogno delle Olimpiadi di Tokyo e di sostenerli nel percorso di preparazione alle sfide olimpiche".
“Siamo orgogliosi di legare il nome e la tradizione del CONI a una grande azienda, in costante crescita, come Fastweb” – ha sottolineato il Presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, Giovanni Malagò. “Parliamo di due realtà che si sono trovate subito in sintonia e hanno saputo sviluppare un progetto costruito sulla base di idee originali e ambiziose, attraverso la condivisione di valori che ci accomunano. Siamo fieri anche della scelta dei testimonial Alessia Maurelli, Simona Quadarella e Filippo Tortu, atleti eccezionali che sanno esprimere le caratteristiche migliori del nostro movimento. Avvertiamo la vicinanza di Fastweb e la sua partecipazione attiva al percorso che caratterizza la nostra attività, con la speranza che questo connubio sinergico ci accompagni a lungo, verso il raggiungimento di traguardi sempre più ambiziosi”.
CONI e Fastweb insieme per sostenere l’Italia Team ai Giochi Olimpici di Tokyo
Mamma Caterina da Scampia ordina e Pino Maddaloni esegue. Vent’anni dopo il judo torna d’oro
- 20 anni fa i Giochi Olimpici a Sydney
Una settimana fenomenale quella del judo ai Giochi della XXVII Olimpiade.La squadra italiana non solo si presentò con una delle spedizioni più numerose di sempre (con nove judoka in gara), ma riuscì nell’impresa di conquistare ben quattro medaglie. Tre bronzi nelle categorie -66, -70 e -78 con Girolamo Giovinazzo, Ylenia Scapin ed Emanuela Pierantozzi, ma soprattutto l’oro con Pino Maddaloni nei -73. Quel 18 settembre del 2000, non fu semplicemente una giornata indimenticabile per lo sport italiano, ma una storia ricca di emozioni.
Maddaloni si appassionò al judo già in tenera età, quando il tatami non era solo un campo di gara, ma una quotidiana frequentazione dovuta alla passione di papà Gianni, fondatore e tecnico di riferimento dello Star Judo Club di Scampia. Il primo successo arrivò a dodici anni, ai Giochi della Gioventù, cui seguirono ben tredici titoli italiani a livello giovanile. Nel 1997 si aggiudicò il tricolore ad Ostia, mentre, nel 1998, conquistò il titolo europeo ad Oviedo, che fece suo anche l’anno successivo Bratislava. Si allenava tra il centro federale di Ostia - seguito dal C.T. Vittoriano Romanacci - e la palestra di Scampia, dove i consigli paterni non mancavano mai.
Per Maddaloni la partecipazione ai Giochi australiani era il coronamento di un sogno. La sera prima della gara chiamò la madre Caterina, che di rimando gli chiese la vittoria: “Porta l’oro o niente”. Parole che lo tormentarono per tutta la sera: “Se sono a Sydney, vuol dire che anch’io posso vincere, anche se il mio viaggio è partito da Scampia ed ho vissuto tra mille difficoltà, più degli altri”. Quella scintilla scoccò e l’indomani, al Convention and Exhibition Centre, accadde qualcosa di grande.
I favoriti erano lo statunitense Jimmy Pedro, campione del mondo nel 1999 e il campione uscente, il giapponese Kenzo Nakamura, già iridato nel 1997. Trentaquattro gli atleti in gara, che si sfidarono in due pool. Il 24enne azzurro delle Fiamme Oro, inserito nella pool B, vinse nettamente il primo incontro con il samoano Travolta Waterhouse, così come quello successivo con il tunisino Hassen Moussa, cui inflisse un ippon in soli cinquanta secondi. Nel terzo e decisivo incontro con il lettone Vsevolod Zelonijs, dopo aver gestito l’iniziale koka di vantaggio, mise a segno uno yuko che lo qualificò alla semifinale.
Nel corso della pausa, tra un match e l’altro, accusò un colpo di sonno, dovuto al fuso orario non ancora smaltito.Il padre Gianni, a quel punto, gli consigliò un pisolino, che lo rimise in forze. Sul tatami lo aspettava il bielorusso Anatoly Laryukov, vice campione europeo nei -71 ad Ostenda nel 1997. L’avvio fu molto complicato a causa di alcune decisioni arbitrali discutibili: fu prima sanzionato con uno shido in quanto troppo passivo e poi con un chui per aver strattonato il pantalone del rivale. Decisioni che avrebbero innervosito chiunque, ma che Maddaloni trasformò in rabbia agonistica.
Quando mancavano quaranta secondi alla fine e le speranze di rimonta erano ridotte al lumicino, il judoka azzurro mise a segno un hippon spettacolare, che ribaltò l’esito della sfida catapultandolo nella finalissima per il titolo olimpico. Un’occasione unica, irripetibile, a cui papà Gianni aveva creduto sin da subito, autofinanziandosi il viaggio per il Nuovo Galles con la vendita dell’amata motocicletta.
Alle 21.30 locali ebbe inizio la finale che lo opponeva al diciottenne brasiliano Tiago Camilo, che aveva sconfitto sia Pedro che Nakamura. L’inizio fu molto tattico, con Camilo che venne punito con uno shido, mentre Maddaloni ottenne un koka. Quando il cronometro segnava 1’35” al termine dell’incontro, l’azzurro si superò ancora una volta, mettendo a segno un hippon che lo consacrò nella storia del judo, vent’anni dopo il successo di Ezio Gamba a Mosca.
Il Principe Alberto di Monaco premiò quello scugnizzo dal sorriso contagioso, che emanava gioia da tutti i pori, ma che sul podio scoppiò in un pianto a dirotto, ripensando a tutti quei sacrifici fatti per conquistare l’oro di Scampia.
La squadra di spada si conferma al primo posto. E’ l’oro dell’ultimo minuto
- 20 anni fa i Giochi Olimpici a Sydney
Una giornata incredibile quel 18 settembre del 2000, dalle mille emozioni, con una doppia rimonta che valse all’Italspada il secondo titolo olimpico consecutivo. Gli spadisti azzurri affrontarono la prova a squadre reduci dalla cocente delusione patita nell’individuale, che li aveva visti ben lontani dalla zona medaglie. Il torneo a squadre rappresentava una sorta di rivincita, ma soprattutto c’era da difendere il titolo conquistato quattro anni prima ad Atlanta. Il Commissario Tecnico Andrea Candiani aveva puntato su un quartetto variegato, formato dai campioni olimpici uscenti Angelo Mazzoni e Maurizio Randazzo e dagli esordienti Paolo Milanoli ed Alfredo Rota.
Il milanese Mazzoni, alla sua sesta Olimpiade, era il leader indiscusso con i suoi 39 anni; mentre, il siciliano Randazzo, formatosi nel C.S. Casale, sotto la guida dello zio Pasquale Ippolito, di anni ne aveva trentasei. C’era poi Milanoli, un novarese eccentrico, che in pedana sapeva dare spettacolo, contrariamente al milanese Rota, dal carattere diametralmente opposto, che faceva della freddezza la sua arma migliore. Undici i paesi in gara all’Exhibition Centre di Sydney, che si affrontarono in sfide ad eliminazione diretta.
Nel turno preliminare, Ungheria, Australia e Bielorussia eliminarono rispettivamente Estonia, Cina ed Austria. L’Italia, invece, entrò in gara nei quarti di finale, opposta ai padroni di casa. La sorte era stata benevola nei confronti degli azzurri, che si ritrovarono in una parte del tabellone più agevole rispetto a quella occupata dalle squadre più forti: Francia, Ungheria e Cuba. Gli azzurri, senza troppi patemi, sconfissero per 45 a 34 l’Australia (Gerry Adams, Nick Heffernan, David Nathan) nel match meno equilibrato dei quarti. Francia, Cuba e Corea del Sud, invece, se la cavarono per una sola stoccata con Ungheria, Germania e Bielorussia.
In semifinale, di contro, la sfida con i coreani fu un’autentica battaglia. La Corea del Sud aveva nelle sue fila Lee Sang-Gi, bronzo due giorni prima nella prova individuale; Yang Noe-Seong, vincitore qualche mese prima della prestigiosa prova di Coppa del Mondo di Heindenheim e Lee Sang-Yeop, secondo sempre in coppa a Stoccolma. L’inizio fu disastroso, con Mazzoni che perse tutti i suoi assalti (4-13), mentre Rota e Milanoli cercarono di limitare i danni, contenendo lo svantaggio. Nell’ultima frazione, poi, Rota doveva compiere un miracolo, rimontare un 35-40, al limite dell’impossibile. Il 25enne carabiniere fece qualcosa di sensazionale, rimontando stoccata dopo stoccata, fino al 43 pari.
Ma le emozioni non erano finite, il minuto supplementare avrebbe deciso l’esito della sfida. La priorità, però, era a favore della Corea del Sud, che poteva accontentarsi dello scadere del tempo per vincere l’incontro; mentre, l’Italia, era obbligata a mettere la stoccata. A nove secondi dalla fine, con una stoccata da brivido, Rota toccò Lee Sang-Yeop regalando all’Italia la seconda finale olimpica consecutiva.
Gli avversari da battere erano i francesi, che in semifinale si era imposti agevolmente per 45 a 36 su Cuba. I transalpini erano una squadra fortissima, composta da Eric Srecki, oro individuale a Barcellona nel 1992 e a squadre a Seul 1988; Hugues Obry, sconfitto due giorni prima nella finale per l’oro dal russo Kolobkov e da Jean-François Di Martino. Candiani decise di sostituire Mazzoni con Randazzo.
La Francia partì subito forte e nei primi due assalti si portò in vantaggio di quattro lunghezze, con Rota e Randazzo che non riuscirono a contenere la tecnica di Srecki ed Obry. Milanoli, invece, tenne vivi gli azzurri, infliggendo un parziale di 7-4 a Di Martino. Gli assalti proseguirono con i francesi sempre avanti di due lunghezze. Nell’ultima frazione, quindi, si affrontarono Rota ed Obry, una mini finale che valeva il titolo. L’azzurro risalì nuovamente la china, impattando sul 38-38, ma ancora una volta il tempo finì, con i due contendenti costretti all’overtime.
La priorità era azzurra, ma quando mancavano venti secondi allo scadere del tempo, Rota colpì al ginocchio Obry, mettendo a segno la stoccata decisiva. Un finale al cardiopalma, che si concluse con l’urlo liberatorio dello spadista azzurro sovrastato dall’abbraccio dei compagni.
Cerimonia allo stadio dell’Acqua Acetosa: nasce una nuova dimensione dello sport
- 60 anni fa i Giochi Paralimpici a Roma
Roma brillava ancora di luce propria quando era passata una sola settimana dalla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi che cambiarono il mondo. La Capitale era in continuo fermento e quell’atmosfera magica non sembrava intenzionata a lasciare una città ancora in festa, che piano piano cercava di ritornare alla normalità dopo due settimane di emozioni intense. Lo sport, però, decise che quell'idillio non doveva interrompersi, così, il 18 settembre del 1960, si svolse la cerimonia di apertura dei I Giochi Paralimpici.
Un altro evento di portata internazionale che dava lustro al nostro Paese e che fu fortissimamente voluto dal professor Antonio Maglio. Le Paralimpiadi italiane, però, in origine furono denominate IX Giochi Internazionali per Paraplegici, nati grazie al genio di Ludwig Guttmann, un medico tedesco di famiglia ebrea ortodossa, costretto ad emigrare in Gran Bretagna nel 1939 per fuggire alle persecuzioni del regime nazista. Nel 1944 il neurochirurgo aprì un padiglione per la cura delle lesioni della spina dorsale all’ospedale di Stoke Mandeville, nato quattro anni prima come Emergency Medical Services per i reduci dal fronte con danni alla colonna vertebrale. Un autentico rivoluzionario che riaccese la vita di molte di quelle persone, attraverso l’uso dello sport come strumento di riabilitazione fisica dei pazienti, ma soprattutto come terapia mentale.
Il 29 luglio del 1948, nello stesso giorno della cerimonia di apertura dei Giochi della XIV Olimpiade di Londra, Guttmann decise di organizzare un meeting sportivo tra reduci affetti da lesioni spinali. Nella piccola cittadina di quasi mille anime, a cinquanta miglia dalla capitale britannica, si disputò, quindi, la prima edizione degli Stoke Mandeville Games, con l’intento, già al tempo, da parte del suo ideatore, di fare dei Giochi per i disabili un evento parallelo ai Giochi Olimpici: “Sogno il giorno in cui i Giochi di Stoke Mandeville diventeranno un evento internazionale e la fama mondiale delle donne e degli uomini con disabilità sarà pari a quella degli atleti olimpici”.
Nel 1956 diventò un evento internazionale che cominciò a godere di grande fama. Nello stesso anno, durante l’Olimpiade di Melbourne, il CIO assegnò la Coppa Fearnley - premio dedicato a chi distingueva per meriti eccezionali in nome dell’olimpismo - proprio all’organizzazione di quei Giochi. Nel 1958 Guttmann conobbe ad un congresso di neurochirurghi il professor Antonio Maglio, primario del Centro Paraplegici di Ostia “Villa Marina”, sovvenzionato dall’Istituto Nazionale Assistenza Invalidi sul Lavoro (INAIL), che in Italia era un punto di riferimento analogo a quello britannico.
Maglio non solo aveva letto gli scritti di Guttmann, ma ne condivideva le metodologie e così gli propose di ospitare a Roma gli International Stoke Mandeville Games in abbinata con i Giochi della XVII Olimpiade. L’idea era quella di utilizzare alcuni degli stessi impianti olimpici. Guttmann nel 1959 invitò Maglio in Gran Bretagna, così una rappresentativa azzurra si recò nella contea di Buckinghamshire, dove Franco Rossi vinse l’oro nel pentathlon. Una volta avuto il benestare del presidente del CIO, Avery Brundage, la nona edizione degli ISMG poté così svolgersi a Roma. Il legame con i Giochi ebbe allora un valore ufficioso, non ufficiale, in quanto nei rapporti tra CONI e CIO non si accennò alla manifestazione.
La figura di Antonio Maglio non fu solo decisiva per l’organizzazione dell’evento, ma la sua opera di medico resterà per sempre negli annali della storia medica e sportiva italiana. Aveva speso parte della sua vita a riportare i paraplegici ad una vita normale e a supportarlo in quello sforzo era stato l’INAIL, istituto per cui lavorava e dove i suoi progetti avevano trovato nei vertici dell’ente una fondamentale sensibilità ricettiva. E così, esattamente, sessant’anni fa, il Ministro della Sanità, Camillo Giardina, aprì ufficialmente i Giochi Paralimpici di Roma 1960 allo Stadio dell’Acqua Acetosa, che si disputarono grazie al fondamentale contributo economico dell’INAIL, di concerto con il CONI. Guttmann riassunse con poche, ma significative parole, quell’indimenticabile prima volta: “La stragrande maggioranza dei concorrenti ed accompagnatori ha pienamente compreso il significato dei Giochi di Roma come nuovo modello di reinserimento dei paralizzati nella società, così come nel mondo dello sport”.
Davanti a 5000 spettatori incuriositi sfilarono circa 400 atleti in carrozzina e 250 accompagnatori, in rappresentanza di 23 paesi. La delegazione più numerosa fu quella italiana, composta interamente da atleti del Centro INAIL di Ostia: ex operai, pastori, agricoltori, ancora giovani, resi disabili per gravi infortuni sul lavoro e provenienti da ogni parte d’Italia. Il presidente dell’INAIL, Renato Morelli, nel suo saluto nel corso della cerimonia, ebbe a dire: “Questa è la prima volta che i Giochi si svolgono fuori dalla Gran Bretagna. E il fatto che sia stata scelta Roma, rappresenta il riconoscimento e uno stimolo per l’Italia, che con il suo Centro di Ostia, è all'avanguardia in questo settore della medicina”.
Parteciparono solo atleti con lesioni spinali, mentre l’ingresso di quelli con disabilità visiva avvenne ai Giochi di Heidelberg del 1972; poi a Toronto nel 1976 fecero il loro debutto gli amputati ed infine, ad Atlanta 1996, ci fu la prima apparizione di quelli con disabilità intellettivo-relazionale. Tutti gli atleti furono alloggiati nel Villaggio Olimpico, costruito senza tener conto delle necessità e delle esigenze delle persone disabili, ma grazie all’intervento dei soldati dell’Esercito, che erano impegnati nel trasporto degli atleti in carrozzina, su e giù per le scale, il problema fu risolto.
Otto le discipline in programma, suddivise in 57 gare, disputate in sei giorni: biliardo, scherma, basket, nuoto, atletica leggera, tennis tavolo, tiro con l’arco e freccette. L’Italia dominò le prove di scherma in carrozzina grazie a Franco Rossi, Aurelio Fedone e Giovanni Ferraris che conquistarono ben nove medaglie nella sciabola individuale e a squadre. La squadra azzurra, inoltre, monopolizzò il podio del fioretto femminile con Anna Toso, Anna Maria Galimberti e Maria Scutti.
Enzo Santini stabilì il record paralampico nel nuoto vincendo l’oro nei 50 metri stile libero. Maria Scutti fu una delle grandi protagoniste: gareggiò in ben quattro discipline - atletica leggera, nuoto, tennis tavolo e scherma - aggiudicandosi 15 medaglie. L’Italia si classificò al primo posto nel medagliere con 80 medaglie complessive (29 ori, 28 argenti, 23 bronzi), davanti alla Gran Bretagna con 55 (20, 15, 20) e alla Germania Ovest con 30 (15, 6, 9). Un record tuttora rimasto ineguagliato.
Un momento di grande emozione fu senza dubbio l’udienza con Papa Giovanni XXIII, che spese parole toccanti: “Voi avete dato un grande esempio. Avete mostrato quello che può realizzare un’anima energica, malgrado gli ostacoli in apparenza insormontabili che il corpo vi oppone, lungi da farvi abbattere dalla prova, la dominate e con sommo ottimismo affrontate cimenti apparenti riservati ai soli uomini validi”. Il 25 settembre ebbe luogo la cerimonia di chiusura all’interno del Palazzetto dello Sport, nei pressi del Villaggio Olimpico, alla presenza di Sir Ludwig Guttmann e della moglie del Presidente della Repubblica, Carla Gronchi.
Il 1984, invece, fu l’anno decisivo per il movimento paralimpico. La IAAF fece aperture importanti e, nel corso dei Giochi Olimpici di Los Angeles, nella cornice del Coliseum Stadium, si svolsero gare dimostrative in carrozzina. Il CIO approvò la nuova denominazione “Paralympic Games”, donando ai IX ISMG di Roma 1960 la qualifica di “first edition” certificando che furono le Paralimpiadi che cambiarono il mondo!
Foto: INAIL
Comunicato stampa
- CONI
Il Consiglio Nazionale del CONI si è riunito questa mattina al Foro Italico, in via informale, per proseguire l’analisi relativa ai contenuti dei decreti attuativi della legge delega afferente al riordino dell’ordinamento sportivo italiano. Nel corso della riunione, che ha visto la partecipazione di ogni componente (FSN, DSA, EPS, AB, Rappresentanti territoriali, Atleti, Tecnici e membri CIO), è stata presentata la versione - ulteriormente integrata - del documento impostato la scorsa settimana e chiamato a rappresentare e a tutelare le istanze generali del movimento.
Il testo, suscettibile di ulteriori revisioni fino alla prossima riunione formale del Consiglio Nazionale, ha trovato piena condivisione da parte dei presenti, confermando la totale unità d’intenti da parte del mondo sportivo a difesa dei princìpi cardine che caratterizzano un modello organizzativo universalmente apprezzato.
Primo storico oro di Domenico Fioravanti nei 100 rana, l’Italnuoto comincia a sognare
- 20 anni fa i Giochi Olimpici a Sydney
Il XX secolo si stava per concludere e per il nuoto azzurro i Giochi della XXVII Olimpiade rappresentavano l’ultima occasione per conquistare la prima e tanto agognata medaglia d’oro. Negli sport acquatici, fino a quel momento, le migliori soddisfazioni erano giunte dalla pallanuoto (Londra 1948, Roma 1960 e Barcellona 1992) e da Klaus Dibiasi nei tuffi (Città del Messico 1968, Monaco 1972 e Montreal 1976) riusciti a salire sul gradino più alto del podio olimpico. A Sydney, però, la spedizione azzurra sembrava avere tutte le carte in regola per centrare l’obiettivo, con alcuni atleti di punta tra cui Lorenzo Vismara, Emiliano Brembilla e Massimiliano Rosolino nello stile libero, il dorsista Emanuele Merisi, i ranisti Domenico Fioravanti e Davide Rummolo e l’emergente Alessio Boggiato nelle gare miste.
Il giorno dopo la cerimonia d’apertura, il programma prevedeva la disputa dei 100 mt. rana. Tra i sessantacinque partecipanti, l’Italia schierava lo specialista Domenico Fioravanti. Il 23enne di Trecate, cresciuto nella Libertas Nuoto Novara con Paolo Sartori, nel 1998 si aggiudicò nove titoli italiani (tra individuali e staffette), classificandosi al quinto posto ai Mondiali di Perth nei 100 mt. rana. Nel 1999 vinse il suo primo titolo continentale ad Istanbul, che confermò nel giugno dell’anno successivo ad Helsinki, a qualche mese dall’Olimpiade.
Fondamentale, comunque, il sodalizio con Alberto Castagnetti, che aveva intravisto nel nuotatore piemontese uno straordinario potenziale. Il tecnico veronese fu estremamente esigente con il suo allievo, da cui pretendeva sempre il massimo impegno nel corso degli allenamenti, che seppur innovativi, erano massacranti, anche, se a volte, l’impegno sembrava venir meno. Castagnetti, tuttavia, lo convinse delle sue enormi potenzialità, che nel 1999 lo portarono a chiudere la stagione al terzo posto delle graduatorie di fine anno, seppure i Giochi australiani fossero il vero grande obiettivo.
Un percorso di crescita programmato, che doveva culminare con le gare australiane. Nove le batterie in programma al primo turno, che qualificavano le migliori sedici prestazioni cronometriche. Fioravanti vinse l’ottava batteria con il tempo di 1’01”32”, davanti al ceco Daniel Malek (1’01”56), ma soprattutto allo statunitense Ed Moses (1’01”59), secondo miglior specialista di ogni epoca a quei tempi. Successivamente, a distanza di qualche ora, si svolsero le semifinali. Fioravanti s’impose nella seconda semifinale in 1’00”84, precedendo ancora Moses (1’01”22), il giapponese Kosuke Kitajima (1’01”31) e il sudafricano Brett Petersen (1’01”42). Nella prima, invece, si erano qualificati il russo Roman Sludnov in 1’01”15, Malek, il canadese Morgan Knabe e lo svizzero Remo Lütolf.
Il giorno successivo, quindi, arrivò la tanto attesa finale. La tensione era altissima, Fioravanti partiva in quarta corsia (quella destinata ai migliori) e doveva fare i conti con Moses, ma soprattutto con Sludnov, che due mesi prima aveva stabilito il nuovo record del mondo in 1’00”36. In avvio, Moses, specialista nella mezza distanza, si portò subito in testa, virando ai 50 mt. in 28”37, rispetto al 28”91 di Fioravanti, che toccò in quinta posizione, poco dietro i suoi avversari. Nella seconda parte di gara l’azzurro attaccò in progressione, con una frequenza incredibile: prima raggiunse Moses ai 75 mt. e poi lo superò con il tempo finale di 1’00”46 (contro l’1’00”73 dello statunitense), nuovo record olimpico, a soli 10/100 dal primato del russo Sludnov, che si dovette accontentare del bronzo.
L’Italnuoto salì così per la seconda volta sul podio (a distanza di dodici anni dal bronzo di Stefano Battistelli nei 400 mt. misti a Seul 1988), ma finalmente sul gradino più alto, con il primo titolo olimpico della storia firmato da Domenico Fioravanti. L’azzurro non solo stabilì in successione tre record italiani in altrettante prove disputate, ma dimostrò una grande superiorità, frutto di una tecnica senza eguali. Quel pomeriggio del 17 settembre del 2000, dalle tribune dell’International Acquatic Centre - nella zona occupata dai tifosi italiani - si alzò a gran voce il grido ”Fiore, Fiore!”. Lui sul podio ricambiò con un sorriso e con il tricolore stretto al collo. Fu l’istantanea di un’impresa diventata memorabile.
Scelti i 30 azzurri per i Mondiali di Imola, parte la caccia ai titoli iridati femminili e maschili
- CICLISMO
Quindici azzurre e quindici azzurri. Le Nazionali italiane di ciclismo iniziano a prendere forma in vista dei Mondiali su strada di Imola 2020. È stata definita oggi la rosa di 30 nomi ufficialmente iscritti alla rassegna iridata che si correrà in Emilia Romagna dal 24 al 27 settembre.
Tra loro Dino Salvoldi e Davide Cassani sceglieranno le sette donne e gli otto uomini che cercheranno di riportare in Italia un titolo mondiale che manca ormai da tempo: rispettivamente dal 2011 e 2008.
Ad ispirare gli azzurri ci sarà l’impresa di Vittorio Adorni, che nel 1968 regalò uno splendido oro proprio nel velodromo di Imola con una fuga di 90 chilometri.
I gruppi selezionati dai tecnici dell’Italbici sono, come nelle migliori tradizioni delle Nazionali di ciclismo, un mix di gioventù ed esperienza.
Accanto a veterani di lungo corso come Nibali, Caruso, Ulissi e Visconti figurano giovani che già nei primi anni di professionismo hanno mostrato indubbie qualità. Per Bagioli, Masnada, Conci, Brambilla, Fabbro e Formolo la convocazione, domenica 27 settembre, significherebbe l’esordio iridato e vorrebbe dire mettere il proprio nome sulla Maglia Azzurra n. 250 ad una prova iridata strada. Sarebbe anche il 15° battesimo di maglia dell’era Cassani da quando il tecnico romagnolo ha assunto la guida della Nazionale nel 2014.
Tra le donne, cercheranno invece di conquistare la prima Maglia Azzurra ai Mondiali strada, sabato 26 settembre, Marta Cavalli, Katia Ragusa, Elena Franchi, Debora Silvestri e Ilaria Sanguineti. Pronte a dare battaglia agli ordini di Savoldi che da quando guida la Nazionale strada (2005) ha portato a casa 4 titoli mondiali.
Per quanto riguarda gli uomini Cassani punta sulla coppia ormai storica Ganna-Affini, insieme in azzurro fin da juniores e già impegnati ai mondiali crono dello scorso anno, quando Filippo conquistò la medaglia di bronzo e Edoardo un 16° posto. Cercheranno di portare all’Italia un titolo che, in 26 edizioni, ci è sempre sfuggito. Salvoldi, invece, si affiderà alla detentrice del record dell’ora femminile Vittoria Bussi e alla giovanissima Vittoria Guazzini.
Torna la Settimana Europea dello Sport, l'iniziativa dell'Unione per promuovere l'attività fisica
- DAL 23 AL 30 SETTEMBRE
Dal 23 al 30 settembre torna la Settimana Europea dello Sport - EWoS 2020: l'iniziativa lanciata nel 2015 dalla Commissione Europea per promuovere lo sport e l'attività fisica in tutto il continente.
Lo sport e l'attività fisica contribuiscono in modo significativo alla salute e benessere dei cittadini europei, tuttavia, il livello di attività fisica in Europa è attualmente stagnante e persino in calo in alcuni Paesi dell'Unione. La Settimana europea dello sport è nata quindi come una risposta congiunta a questa sfida, con i singoli Governi - in Italia il responsabile del progetto è il Dipartimento per lo Sport della Presidenza del Consiglio dei Ministri con il supporto di Sport e Salute Spa e il coinvolgimento di tutti gli Organismi Sportivi - finanziati direttamente dall'UE per la realizzazione delle attività in programma.
Dopo l’edizione da record dello scorso anno, quella del 2020 assume un particolare significato a causa della pandemia da Covid-19 in corso e, date le restrizioni vigenti in tema di eventi in presenza, il progetto si focalizzerà sulla promozione dell’aggregazione sportiva, incentivando workout, allenamenti e flashmob sportivi sull’intero territorio nazionale.
A Roma, nel Parco del Foro Italico, verranno promosse le pratiche sportive spontanee ed individuali e, tra gli eventi in calendario, spicca la #BeActiveNight, ideata nel 2018 e in programma il 26 settembre, in contemporanea in tutti i Paesi dell'Unione.
Il progetto sposa inoltre i Social Development Goals presenti nell’Agenda 2030 dell’ONU, favorendo diverse e specifiche modalità di svolgimento dell’attività fisica e sportiva, considerata elemento centrale per lo sviluppo psicofisico delle persone.
La campagna #BeActive, lanciata ufficialmente lo scorso 23 giugno in occasione dell’International Olympic Day, promuove il messaggio #BeActive durante tutto l'anno e culminerà proprio nel corso della Settimana Europea dello Sport.
Festa di colori all’apertura del terzo millennio. Cathy Freeman accende la fiamma dei Giochi “green style”
- 20 anni fa i Giochi Olimpici a Sydney
Dal passato alla ricerca della riconciliazione avviata nel presente, che vedeva nella convivenza pacifica tra i popoli, quel futuro pieno di speranza alle soglie del Terzo Millennio. Un messaggio forte, alto, che riecheggiò quel 15 settembre del 2000 nel corso della cerimonia d’apertura dei Giochi della XXVII Olimpiade. Una meravigliosa festa di colori, che ripercorse l’epopea australiana, attraverso il sogno acquatico dell’allora tredicenne Niki Wabster, che si dispiegò tra l’incontro con il popolo aborigeno, la dura colonizzazione e la costruzione della civiltà.
Le premesse erano quelle di una grande festa dello sport, immersa in un’atmosfera speciale, nella nazione con la più alta percentuale di sportivi praticanti al mondo. L’ultima Olimpiade del XX secolo sembrava aver cancellato le amarezze di quattro anni prima ad Atlanta. Gli occhi dei 110.000 spettatori dello Stadium Australia e quelli dei quattro miliardi incollati alla tv, furono rapiti da uno spettacolo unico, una delle cerimonie più affascinanti della storia. La due volte campionessa olimpica di hockey su prato femminile, Rechelle Hawkes, pronunciò il giuramento olimpico, mentre, Sir William Deane, Governatore generale dell’Australia, aprì ufficialmente i Giochi.
La grande attesa, però, era per l’ultimo tedoforo, rimasto nell’anonimato fino a pochi istanti prima di fare il suo ingresso allo stadio. Poi, all’improvviso, il boato della folla, che riconobbe la velocista aborigena Cathy Freeman, simbolo dell’integrazione razziale tra indigeni e il resto della popolazione australiana. La vice campionessa olimpica dei 400 mt. piani, di bianco vestita, emozionata come non mai, salì sul palco ed accese il tripode posizionato sull’acqua, che con un grande effetto scenico si alzò come un’astronave, raggiungendo la parte alta dell’impianto tra lo stupore del pubblico.
Un momento di grande emozione, al pari dell’ingresso delle due Coree, nazioni separate da un’ideologia politica e sempre sull’orlo del conflitto, che sfilarono dietro la stessa bandiera, mano nella mano. Lo sport, con i suoi valori, aveva vinto ancora una volta. Nel corso della cerimonia sfilarono 199 Comitati Olimpici, a cui si aggiunse la rappresentativa di Timor Est, che marciò sotto la bandiera a cinque cerchi per motivi politici. Nel 1999 Timor Est aveva votato la sua indipendenza dall’Indonesia, provocando scontri sanguinosi, risolti soltanto in parte dalle forze di pace delle Nazioni Unite. Eritrea, Micronesia e Palau si presentarono per la prima volta. L’unica delegazione, presente nel 1996, ma assente a Sydney, fu quella afgana, esclusa a causa delle leggi di discriminazione verso le donne in ambito sportivo.
Gli atleti in gara furono 10.651, con ben 4.069 donne, grandi protagoniste della kermesse. Delle trentadue discipline, dunque, ventotto erano aperte alle gare femminili. Prima volta per il trampolino elastico, il taekwondo e i tuffi sincronizzati, così come per il pentathlon, il salto con l’asta, la pallanuoto ed il sollevamento pesi femminili.
La partecipazione italiana, invece, avvenne in un momento storico complicato per il CONI, a causa della mancanza di fondi, logica conseguenza della crisi del Totocalcio. La squadra azzurra si presentò con 361 atleti (244 uomini e 117 donne), capitanati dal portabandiera Carlton Myers, cestista della Fortitudo Bologna, un ragazzo di colore nato a Londra, ma cresciuto a Rimini, prima di esplodere a livello internazionale con la squadra bolognese e diventare campione d’Europa a Parigi con la Nazionale allenata da Boscia Tanjevic.
La designazione di Sydney, a discapito di Berlino, Manchester, Pechino ed Istanbul, avvenne alla 101a Assemblea del CIO il 23 giugno 1993 a Montecarlo. L’organizzazione australiana fu di primissimo livello: il parco olimpico di Homebush fu realizzato bonificando un’area industriale dismessa piena di rifiuti tossici, concentrando la maggior parte degli impianti proprio in quella zona, una città dello sport splendida, con le vie dedicate ai grandi campioni della storia sportiva australiana. Per raggiungere quest’area fu realizzata una nuova linea ferroviaria veloce, completata quasi due anni prima dell’inizio dei Giochi, mentre i biglietti dei mezzi pubblici furono venduti a prezzi modici, in modo da convincere i cittadini a lasciare a casa la macchina.
Il compito degli organizzatori e dei soggetti pubblici competenti si svolse senza particolari ostacoli, in quanto il governo statale aveva approvato una normativa che esentava i progetti connessi con i Giochi dalle normali procedure autorizzative. Un significativo punto di svolta ci fu nel 1993, quando il Comitato promotore presentò le linee guida ambientali per i Giochi (condivise con gli ambientalisti, che ebbero un ruolo attivo), prima di aggiudicarsi il diritto ad ospitarli. Quegli orientamenti non solo servirono come argomento spendibile per convincere i membri del CIO, ma guidarono la gran parte della pianificazione e dell’esecuzione delle opere: un lascito che diede vita ai cosiddetti “Giochi verdi”. Durante la Giornata mondiale dell’ambiente del 2001 le Nazioni Unite conferirono a Sydney il prestigioso premio “Global 500” per l’eccellenza ambientale, l’apoteosi di un’Olimpiade indimenticabile dallo stile green.
Le medaglie azzurre di Sydney 2000
Giovanni Calabrese, Nicola Sartori Bronzo – Canottaggio: due di coppia
Paolo Vidoz Bronzo – Pugilato: super massimi (+91 kg)
Marco Bracci, Andrea Gardini, Andrea Giani, Pasquale Gravina, Marco Meoni, Samuele Papi, Andrea Sartoretti, Paolo Tofoli, Alessandro Fei, Luigi Mastrangelo, Mirko Corsano, Simone Rosalba Bronzo - Pallavolo
Daniele Crosta, Gabriele Magni, Salvatore Sanzo, Matteo Zennaro Bronzo – Scherma: fioretto a squadre
Domenico Fioravanti Oro – Nuoto; 100 m rana; Oro – 200 m rana
Angelo Mazzoni, Maurizio Randazzo, Paolo Milanoli, Alfredo Rota Oro – Scherma: spada a squadre
Pino Maddaloni Oro – Judo: 73 kg
Antonella Bellutti Oro – Ciclismo: corsa a punti
Valentina Vezzali Oro – Scherma: fioretto
Massimiliano Rosolino Oro – Nuoto: 200 m misti; Argento - 400 sl; Bronzo – 200 m sl
Paola Pezzo Oro - Ciclismo: mountain bike
Giovanna Trillini, diana Bianchedi, valentina Vezzali Oro – Scherma: fioretto a squadre
Agostino Abbagnale, Alessio Sartori, Rossano Galtarossa, Simone Raineri Oro – Canottaggio: quattro di coppia
Alessandra Sensini Oro – Vela: classe mistral
Govanni Pellielo Bronzo - Tiro a Volo: fossa olimpica
Girolamo Giovinazzo Bronzo – Judo: 66 kg
Pierpaolo Ferrazzi Bronzo – Canoa Kayak: K1 slalom
Davide Rummolo Bronzo – Nuoto: 200 m rana
Ylenia Scapin Bronzo – Judo: 70 kg
Giovanna Trillini Bronzo – Scherma: fioretto
Silvio Martinello, Marco Villa Bronzo – Ciclismo: americana
Luca Devoti Argento – Vela: classe finn
Fiona May Argento – Atletica: lungo
Antonio Rossi, Beniamino Bonomi Oro - Canoa Kayak: K2 1000 m
Josefa Idem Oro – Canoa Kayak: K1 500 m
Deborah Gelisio Argento - Tiro a Volo: double trap
Ilario Di Buò, Matteo Bisiani, Michele Frangilli Argento - Tiro con l'arco: a squadre
Valter Molea, Riccardo Dei Rossi, Lorenzo Carboncini, Carlo Mornati Argento – Canottaggio: quattro senza
Elia Luini, Leonardo Pettinari Argento – Canottaggio: due di coppia PL
Nicola Vizzoni Argento – Atletica: martello
Emanuela Pierantozzi Bronzo – Judo: 78 kg
Al via gli Europei in Lettonia, tre coppie azzurre in gara
- BEACH VOLLEY
Da domani martedì 15 settembre a Jurmala (Lettonia), prenderanno il via i Campionati Europei di beach volley, che termineranno domenica 20 con le gare che assegneranno le medaglie.
L'evento clou continentale di beach volley tornerà sulla spiaggia di Majori dopo che la località balneare più famosa della Lettonia aveva già ospitato i Campionati Europei nel 2017, anno in cui a trionfare furono gli azzurri Daniele Lupo e Paolo Nicolai.
Novità dell’ultima ora è il cambio coppia effettuato nel tabellone maschile con Jakob Windisch che affiancherà Adrian Carambula. Il giovane azzurro sostituirà Enrico Rossi che ha dovuto dare forfait a causa di un problema alla spalla. Con loro confermati gli atleti dell’Aeronautica Militare, vice campioni olimpici e tre volte campioni continentali (2014, 2016, e nel 2017 proprio a Jurmala) Daniele Lupo e Paolo Nicolai e nel tabellone femminile Marta Menegatti e Viktoria Orsi Toth.
Le azzurre allenate da Terenzio Feroleto sono inserite nella pool F insieme a Hermannova-Slukova (Repubblica Ceca), Jupiter-Chamereau (Francia) e alle padroni di casa Namike-Brailko (Lettonia).
Nel tabellone maschile Lupo-Nicolai sono stati inseriti, come teste di serie, nella pool E dove se la dovranno vedere con Heidrich-Gerson (Svizzera), Walkenhorst-Winter (Germania), Dziadkou-Piatrushka (Bielorussia).
Infine, Jakob Windisch e Adrian Carambula, sono stati sorteggiati nella pool H con Herrera-Gavira (Spagna), Seidl Rob-Waller (Austria), Krattiger-Breer (Svizzera).
Le pool delle coppie italiane
Pool E maschile
Lupo-Nicolai (Italia)
Heidrich-Gerson (Svizzera)
Walkenhorst-Winter (Germania)
Dziadkou-Piatrushka (Bielorussia)
Pool H maschile
Windisch-Carambula (Italia)
Herrera-Gavira (Spagna)
Seidl Rob-Waller (Austria)
Krattiger-Breer (Svizzera)
Pool F femminile
Hermannova-Slukova (Repubblica Ceca)
Menegatti-Orsi Toth (Italia)
Jupiter-Chamereau (Francia)
Namike-Brailko (Lettonia)
Il Calendario (disponibili al momento solo i primi match)
15 settembre
Pool F femminile
ore 13 Menegatti/Orsi Toth - Jupiter-Chamereau (Francia)
16 settembre
Pool E maschile
ore 12 Nicolai/Lupo – Dziadkou/Piatrushka (Bielorussia)
Pool H maschile
ore 10 Windisch/Carambula – Krattiger/Breer (Svizzera)
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