La cerimonia di chiusura conclude l’edizione dei record e della rinascita. Azzurri 24 volte sul podio.
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Il 12 settembre del 1920 calava il sipario sui Giochi della VII Olimpiade. Anversa e il Belgio, non solo organizzarono una manifestazione a tempo di record, ma riuscirono, nei trenta giorni di gare, a far dimenticare, almeno in parte, i terrificanti flash-back della Grande Guerra. La decisione del CIO di puntare sulla città fiamminga, non fu semplicemente una scelta simbolica, ma l’occasione per onorare gli oltre cento atleti che pagarono con la vita le atrocità di quel conflitto assurdo.
I Giochi premiarono gli Stati Uniti, che con 95 medaglie (41 ori, 27 argenti e 27 bronzi) conquistarono la leadership, davanti alla Svezia con 64 (19, 20, 25) e alla Gran Bretagna con 43 (15, 15, 13). L’Italia si classificò al settimo posto del medagliere con 13 ori, 5 argenti e 6 bronzi.
Lo schermidore livornese Nedo Nadi conquistò ben cinque titoli, diventando, di fatto, il grande protagonista dell’Olimpiade. Vinse nel fioretto individuale e a squadre (con Aldo, Baldo Baldi, Oreste Puliti, Rodolfo Terlizzi, Tommaso Costantino, Abelardo Olivier e Pietro Speciale); nella sciabola individuale e a squadre (in coabitazione con Baldo Baldi, Aldo Nadi, Oreste Puliti, Dino Urbani, Federico Cesarano, Francesco Gargano e da Giorgio Santelli) e nella spada a squadre (assieme ad Aldo Nadi, Andrea Marazzi, Dino Urbani, Abelardo Olivier, Giovanni Canova, Tommaso Costantino, Paolo Thaon de Revel, Antonio Allocchio e Tullio Bozza). Non si iscrisse, però, alla prova di spada individuale, forse per rispetto all’editto del padre, che la definì “un’arma priva di disciplina”. Il dominio della scherma azzurra fu completato dall’argento del fratello Aldo nella sciabola individuale.
Dagli sport equestri, poi, arrivarono altre cinque medaglie. L’oro e l’argento di Tommaso Lequio di Assaba ed Alessandro Valerio nel concorso individuale di salto ad ostacoli, cui si aggiunse il bronzo di Ettore Caffaratti, Giulio Cacciandra, Carlo Asinari ed Alessandro Alvisi nella prova a squadre. Caffaratti, inoltre, vinse il bronzo nel concorso completo individuale e l’argento nella prova a squadre insieme a Garibaldi Spighi, Cacciandra ed Asinari.
Indimenticabile, quindi, la doppietta d’oro di Ugo Frigerio nei 3000 e 10.000 mt. di marcia. Durante la premiazione del fanciullo d’oro, alla presenza di Re Alberto di Belgio, la banda che doveva eseguire l’inno italiano pare - così narra la leggenda - avesse perso lo spartito della “Marcia Reale”. Per togliersi dall’impaccio, il direttore chiese ai componenti della banda si suonare “O sole mio” da tutti conosciuta a memoria ed immediatamente l’esecuzione venne seguita a gran voce dagli spettatori dello Stadio Olimpico. L’atletica leggera si aggiudicò anche due bronzi con Valerio Arri nella maratona ed Ernesto Ambrosini nei 3000 mt. siepi.
Grandi soddisfazioni pure per il canottaggio, con lo splendido oro conquistato da Ercole Olgeni, Giovanni Scatturin e dal giovanissimo timoniere Guido De Filip, a cui si aggiunse l’argento di Erminio Dones e Pietro Annoni nel due di coppia, sconfitti dal formidabile duo statunitense composto da John Kelly (padre di Grace, principessa di Monaco) e dal cugino Paul Costello.
L’Italia confermò il suo strapotere anche nella ginnastica, con il successo di Giorgio Zampori sia nel concorso generale individuale, che in quello a squadre con Giuseppe Domenichelli, Carlo Fregosi, Francesco Loi, Luigi Maiocco, Lorenzo Mangiante, Paolo Salvi, Angelo Zorzi, Fernando Bonatti, Luigi Cambiaso, Carlo e Luigi Costigliolo, Roberto Ferrari, Romualdo Ghiglione, Ezio Roselli, da Giovan Battista Tubino, Luigi Contessi, Ambrogio Levati, Ferdinando Mandrini, Antonio Marovelli, dal modenese Arnaldo Andreoli, Ettore Bellotto, Vittorio Lucchetti e Michele Mastromarino.
Le sorprese, invece, arrivarono dal sollevamento pesi, con l’incredibile vittoria del burbero dal cuore d’oro, Filippo Emanuele Bottino, nella categoria massimi; oltre all’argento dell’altro genovese, Pietro Bianchi, nei medi. Soddisfazioni altresì per il ciclismo, oro nell’inseguimento a squadre sui 4000 mt., con il quartetto formato da Primo Magnani, Ruggero Ferrario, Arnaldo Carli e da Franco Giorgetti. Il bottino azzurro fu rimpinguato dai bronzi di Edoardo Garzena nel pugilato pesi piuma e di Giuseppe Tonani nel tiro alla fune.
Diversi i personaggi che si misero in luce nel corso dei Giochi belgi. Nel mezzofondo lungo s’intravide la luce della stella finlandese Paavo Nurmi, oro nei 10.000 mt. e nelle prove di corsa campestre individuale e a squadre, ma che si dovette accontentare dell’argento nei 5000 mt. alle spalle del francese Joseph Guillemot. Nel nuoto, quindi, l’hawaiano Duke Kahanamoku, otto anni dopo Stoccolma, rivinse i 100 mt. stile libero, migliorando di tre secondi il suo record. La finale fu ripetuta per il reclamo dell’australiano William Herald, che si era visto tagliare la strada dallo statunitense Norman Ross. Kahanamoku vinse ancora, senza record, cinque giorni dopo e fu anche l’ultima volta che si nuotò senza corsie. Le gare di nuoto si disputarono allo Stade Nautique, in un canale fangoso. “Maestà, abbiamo nuotato nella mola, non nell’acqua”, disse alla regina la campionessa statunitense Ethelda Bleibtrey, mentre riceveva i complimenti per i suoi tre ori vinti nei 100, 300 e nella staffetta 4x100 mt. stile libero.
Straordinaria anche la storia della tuffatrice statunitense Aileen Riggin, che partecipò ai Giochi quasi per scommessa: aveva da poco compiuto quattordici anni e pesava solo 32 kg. Nata a Newport, Rhode Island, fu primatista di longevità. Nei tuffi da un metro sconfisse la compagna di squadra Helen Wainwright e restò la più giovane vincitrice olimpica fino a Berlino 1936, quando l’altra teenager a stelle e strisce, Marjorie Gestrung, conquistò l’oro nel trampolino da tre metri, tre mesi prima di compiere quattordici anni.
L’Olimpiade si chiuse senza il fatidico “Arrivederci a….”, Parigi, che venne assegnata nel 1921, accontentando la richiesta di Pierre de Coubertin, alla sua ultima presidenza in seno al Comitato Olimpico. Di Anversa, però, si ricorderà quella forza propulsiva di valori positivi, che diedero luogo ai Giochi della rinascita.
Partecipanti: Nazioni: 29 - Atleti: 2626 (2561 Uomini; 65 Donne) - Italiani: 172 (171 Uomini; 1 Donna)
Medaglie Azzurre: 13 Oro – 5 Argento - 6 Bronzo
Due azzurri sul podio nel salto ostacoli: vince Tommaso Lequio di Assaba secondo Alessandro Valerio
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Nel giorno della cerimonia di chiusura dei Giochi della VII Olimpiade, i cavalieri italiani furono i grandi protagonisti del concorso di salto ad ostacoli. Tommaso Lequio di Assaba ed Alessandro Valerio si aggiudicarono rispettivamente l’oro e l’argento nella prova individuale, rimpinguando il bottino di medaglie degli sport equestri.
Ettore Caffaratti aveva vinto il bronzo nel concorso completo individuale e l’argento nella prova a squadre assieme a Garibaldi Spighi, Giulio Cacciandra e Carlo Asinari, cui seguì l’altro bronzo nel salto ad ostacoli a squadre sempre con Caffaratti, Cacciandra, Asinari ed Alessandro Alvisi. Per la scuola equestre italiana fu l’apoteosi: cinque medaglie nelle sette prove in programma.
Tommaso Lequio, era figlio del generale Clemente, che assunse il cognome onorifico di Assaba, grazie ad un’impresa nella campagna di Libia, dove sconfisse i berberi condotti da Suleiman al Baruni. In gioventù si arruolò nel Regio Esercito e fu assegnato all’Arma di Cavalleria, distinguendosi nella Prima Guerra Mondiale in forza al 6° Reparto, tanto da essere decorato con la medaglia di bronzo al valor militare. L’Italia aveva vinto la sua prima medaglia d’oro a Parigi nel 1900, con Gian Giorgio Trissino - ex aequo con il francese Dominique Gardères - nel salto in alto con 1,85 mt., anche se poi gli sport equestri uscirono dal programma olimpico fino a Stoccolma 1912, quando ritornarono con una formula moderna ed evoluta.
La gara si disputò allo Stadio Olimpico, in un’unica manche, in cui si sfidarono venticinque cavalieri in rappresentanza di sei paesi. L’Italia schierò sei binomi: Tommaso Lequio di Assaba su Trebecco, Alessandro Valerio su Cento, Santorre de Rossi di Santa Rosa su Neruccio, Garibaldi Spighi su Virginia, Ruggero Umbertalli su Proton ed Emilio Benini su Passero. Il tenente Lequio di Assaba, tra i più giovani con i suoi quasi 27 anni, non era tra i favoriti della vigilia, ruolo che spettava ad Umbertalli, che l’anno prima si era imposto ai Giochi Interalleati (una sorta di Olimpiade riservata agli atleti militari degli Stati usciti vincitori dal conflitto mondiale), il test più attendibile per valutare le credenziali dei cavalieri in gara ad Anversa.
Lo svedese Carl Gustaf Lewenhaupt fu l’unico concorrente in gara ad aver partecipato alla prova olimpica di quattro anni prima nel suo Paese, rappresentante della scuola scandinava ricca di tradizione e talento, che proprio ai Giochi di Anversa si aggiudicò quattro prove su sette. I cavalieri dovevano effettuare un percorso costituito da dodici barriere con altezza massima di 1,40 mt. su una lunghezza di circa 1000 mt. Lequio di Assaba, considerato un maestro di stile, sbaragliò gli avversari e con due sole penalità conquistò il titolo olimpico. Una gioia immensa, che fece il paio con l’argento di Alessandro Valerio, maggiore del Reggimento Artiglieria a Cavallo, che chiuse con tre penalità. Bronzo, quindi, per il capitano Lewenhaupt, con quattro penalità.
Più indietro, invece, gli altri azzurri: settimo De Rossi di Santa Rosa, decimo Spighi, diciassettesimo Umbertalli e diciannovesimo Benini. Il cavaliere cuneese, tra i più grandi di sempre, non solo sarà ricordato per essere stato il primo italiano a vincere nel salto ad ostacoli, ma anche nella veste di presidente della Federazione Italiana Sport Equestri, che guidò dal 1960 fino alla sua scomparsa avvenuta il 17 dicembre del 1965.
I vincitori della 54ª edizione del Concorso Letterario
- CONI
La Commissione per l’assegnazione del Premio della 54^ edizione del Concorso Letterario, presieduta da Marino Bartoletti e composta da Paola Pigni, Valerio Bianchini, Piero Mei, Roberto Perrone, Roberto Rosseti e Paolo Francia.si è riunita al CONI e, dopo un approfondito esame delle opere presentate, ha attribuito i seguenti premi:
Sezione Saggistica
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Premio |
Autore |
Titolo |
Casa Editrice |
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1° (euro 3.000) |
Auro Bulbarelli, Giampiero Petrucci |
Coppi per sempre |
Gribaudo |
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2° (euro 2.000) |
Nicola Roggero |
Premier League |
Rizzoli |
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Segnalazioni particolari |
Stefano Pivato |
Storia sociale della bicicletta |
Società editrice il Mulino |
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Segnalazioni particolari |
Paolo Mazzoleni, Giorgio Burreddu e Alessandra Giardini |
La mia regola 18 |
Edizioni Slam Absolutely Free |
Sezione Narrativa
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Premio |
Autore |
Titolo |
Casa Editrice |
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1° (euro 3.000) |
Carlo Felice Chiesa |
Bologna 1925. Fu vera gloria |
Minerva |
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2° (euro 2.000) |
Lucio Schiuma |
La vittoria più grande |
Fondazione polito |
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Segnalazioni particolari |
Angelo O. Meloni |
Santi, poeti e commissari tecnici |
Miraggi |
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Segnalazioni particolari |
Daniele Poto |
Lo sport Tradito. 37 storie in cui non ha vinto il migliore |
Gruppo Abele |
Sezione Tecnica
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Premio |
Autore |
Titolo |
Casa Editrice |
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1° (euro 3.000) |
Luca Bifulco e Mario Tirino |
Sport e scienze sociali. Fenomeni sportivi tra consumi, media e processi globali |
Rogas |
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2° (euro 1.000) ex aequo |
Luca Russo |
Biomeccanica. Principi di biomeccanica e applicazione delle video analisi al movimento umano |
ATS |
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2° (euro 1.000) ex aequo |
Daniele Masala |
Genesi e regolamenti dello sport |
Soc ed. Universo |
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Segnalazioni particolari |
Andrea Capobianco |
Basket 3x3 i valori educativi, la tecnica. La tattica, la strategia e le emozioni |
Calzetti Mariucci |
Chiude l’edizione dal volto umano inizia l’era dei diritti TV. Italia terza nel medagliere
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Lo scenario incantevole della Città Eterna aveva fatto breccia nel cuore degli appassionati, trasformando i Giochi della XVII Olimpiade in un racconto indimenticabile. Alcune delle gare disputate a Roma entrarono a pieno titolo nella storia dello sport, sia per le prestazioni eccelse, sia per il carisma di taluni campioni che contribuirono al grande successo della manifestazione. Diciotto giorni memorabili, che volgevano al termine, con quel soffio di malinconia che permeò l’aria di quell’11 settembre del 1960. Alle 18.45, allo Stadio Olimpico, iniziò la cerimonia di chiusura, preceduta di qualche ora dall’ultima gara in programma negli sport equestri, il salto ad ostacoli a squadre.
Molti dei protagonisti avevano già fatto ritorno nei rispettivi Paesi, ma l’atmosfera magica non distolse lo sguardo del pubblico dagli atleti, che sfilarono uno accanto all’altro. I portabandiera formarono un arco al centro del campo, mentre il presidente del CIO, Avery Brundage, dichiarava chiusi i Giochi di Roma. In tribuna erano presenti diverse personalità, tra cui le Regine di Grecia e d’Olanda, mentre non c’era il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Sulle note dell’inno olimpico - suonato dall’Accademia di Santa Cecilia - la fiamma del braciere si spegneva lentamente, mentre la bandiera a cinque cerchi veniva ammainata.
Al calar della sera, con il buio che si era impadronito del Foro Italico, decine di migliaia di spettatori, spontaneamente, illuminarono la notte accendendo torce improvvisate con la carta dei giornali, che alla vista della scritta Arrivederci a Tokyo” - apparsa sul tabellone luminoso - non nascosero la loro commozione. Il sipario era calato, ma i ricordi erano ancora vivi.
Per l’Italia non fu solo un successo organizzativo, ma anche sportivo, con lo storico terzo posto nel medagliere (13 ori, 10 argenti e 13 bronzi), alle spalle dell’Unione Sovietica (43, 29, 31) e degli Stati Uniti (34, 21, 16). La squadra azzurra dominò nel pugilato con Nino Benvenuti nei pesi welter, Francesco Musso nei piuma e Franco De Piccoli nei massimi. A completare il successo della scuola italiana contribuirono gli argenti di Primo Zamparini nei gallo, Sandro Lopopolo nei leggeri e Carmelo Bossi nei medi leggeri.
Il ciclismo, poi, mancò di poco l’en plein, con cinque titoli sui sei disponibili. Sante Gaiardoni si aggiudicò prima il chilometro da fermo e poi la prova di velocità su pista (unico ciclista ad aver compiuto questa impresa), cui si aggiunsero i successi di Luigi Arienti, Franco Testa, Mario Vallotto e Mario Vigna nella prova d’inseguimento sui quattro chilometri e quella di Giuseppe Beghetto e Sergio Bianchetto nel tandem. Nelle gare su strada, invece, Livio Trapè vinse l’argento, battuto allo sprint dal sovietico Viktor Kapitonov; mentre, nella prova a cronometro a squadre, si aggiudicò il titolo insieme ad Antonio Bailetti, Ottavio Cogliati e Giacomo Fornoni.
Straordinario ed inaspettato, quindi, il successo del Settebello azzurro, che con Amedeo Ambron, Giuseppe D’Altrui, Luigi Mannelli, Rosario Parmegiani, Danilo Bardi, Gianni Lonzi, Brunello Spinelli, Salvatore Gionta, Giancarlo Guerrini, Franco Lavoratori, Eraldo Pizzo e Dante Rossi conquistò il secondo titolo olimpico nella pallanuoto dopo Londra 1948. Grande vetrina anche per l’equitazione, che con i fratelli D’Inzeo, Raimondo e Piero, si aggiudicò l’oro e l’argento nel salto ad ostacoli individuale, cui fece seguito la medaglia di bronzo nella prova a squadre assieme ad Antonio Oppes. La scherma, alle prese con un cambio generazionale, conquistò due successi nella spada: Giuseppe Delfino nella prova individuale e in quella a squadre con Alberto Pellegrino, Carlo Pavesi, Edoardo Mangiarotti, Fiorenzo Marini e Gianluigi Saccaro. Nel fioretto a squadre, di contro, gli azzurri Edoardo Mangiarotti, Alberto Pellegrino, Luigi Carpaneda, Mario Curletto ed Aldo Aureggi furono sconfitti in finale dall’Unione Sovietica e si dovettero accontentare dell’argento.
Straordinario, quanto incredibile, il trionfo di Livio Berruti, capace di eguagliare per ben due volte il record del mondo nei 200 metri.
Il bottino di trentasei medaglie fu poi completato dagli argenti di Aldo Dezi e Francesco La Macchia nella canoa C2 1000 mt.; da Tullio Baraglia, Renato Bosatta, Giancarlo Crosta e Giuseppe Galante nel canottaggio quattro senza; da Giovanni Carminucci nelle parallele della ginnastica; da Galliano Rossini ne piattello del tiro a volo; nonché dai bronzi di Giuseppina Leone nei 100 mt. donne; da Abdon Pamich nella 50 km. di marcia; da Romano Sgheiz, Ivo Stefanoni, Franco Trincavelli, Fulvio Balatti e Giovanni Zucchi nel canottaggio quattro con; da Valentino Gasparella nel ciclismo velocità su pista; da Franco Menichelli nella ginnastica corpo libero e nel concorso generale a squadre con Giovanni Carminucci, Pasquale Carminucci, Gianfranco Marzolla, Orlando Polmonari e Angelo Vicardi; da Giulio Saraudi nel pugilato medio massimi; da Wladimiro Calarese nella sciabola individuale e nella prova a squadre con Roberto Ferrari, Giampaolo Calanchini, Pier Luigi Chicca e Mario Ravagnan; da Irene Camber, Antonella Ragno, Velleda Cesari, Bruna Colombetti e Claudia Pasini nel fioretto a squadre femminile; da Sebastiano Mannironi nel sollevamento pesi; da Antonio Ciciliano, Antonio Cosentino e Giulio De Stefano nella vela classe Dragoni.
Nel corso dei Giochi romani furono migliorati 32 primati olimpici e 7 record mondiali nell’atletica leggera. Nella velocità, dopo trent’anni di egemonia a stelle e strisce, il primatista mondiale, il tedesco Armin Hary, si aggiudicò il titolo nei 100 mt., mentre, Berruti, vinse nei 200 mt. Splendida, ancora, la finale dei 400 mt., con il tedesco Carl Kaufmann e lo statunitense Otis Davis appaiati all’arrivo con il record mondiale di 44”9. Al fotofinish, però, la spuntò Davis, che corse gli ultimi 100 mt. in 10”8. In campo femminile, tuttavia, la grande protagonista fu Wilma Rudolph, la Regina della Olimpiade romana.
La gazzella nera, che corse con un piccolo apparecchio ortopedico ai piedi, retaggio di una poliomielite infantile, s’impose nei 100, nei 200 e nella staffetta 4x100 mt., facendo letteralmente impazzire il pubblico. Epico, poi, il successo dello sconosciuto Abebe Bikila. L’atleta etiope vinse la prima maratona olimpica disputata di notte, trionfando a piedi scalzi sotto l’Arco di Costantino, con il primato olimpico di 2h15’16”2. Un flash-back memorabile, ricordato con una targa commemorativa in via San Gregorio, dove tagliò lo storico traguardo.
Il Palazzo dello Sport dell’EUR consacrò un altro grande campione: Cassius Marcellus Clay, oro nei medio massimi di pugilato. Il 18enne di Lousville qualche anno dopo avrebbe rivoluzionato il mondo della boxe diventando uno dei campioni più amati e criticati del panorama internazionale. Nel nuoto dominarono Australia e Stati Uniti con quattro ori per parte, con l’unica eccezione dei 200 mt. rana femminili che videro imporsi la britannica Anita Lonsbrough. La grande stella fu la statunitense Chris Von Saltza, che vinse nei 400 mt. stile libero e nelle staffette 4x100 mt. stile libero e mista.
Sette in totale i record mondiali stabiliti nelle prove natatorie. Nella ginnastica l’Unione Sovietica la fece da padrona: Boris Sachlin conquistò 4 ori, 2 argenti e un bronzo, un risultato storico, così come la performance della sua connazionale, Larisa Latynina, che si aggiudicò due ori e salì sul podio in tutte le specialità. Roma sarà ricordata anche per due prime volte: il cronometraggio affidato alla Federazione Italiana Cronometristi e la copertura televisiva.Solo in quell’occasione le misurazioni non furono affidate all’Omega SA, ma alla F.I.Cr., che si affidò ad 82 cronometristi, tra cui il futuro scrittore Luciano De Crescenzo.
La televisione coprì buona parte del programma di gare, con 106 ore di trasmissione da parte della RAI. Il Comitato Organizzatore e in particolare il presidente del CONI, Giulio Onesti, ebbero il merito di stipulare i contratti televisivi, vendendo i diritti alla CBS per 660.000 dollari e all’Eurovisione per 540.000 dollari. Una grande innovazione, quella dei Giochi della felicità, che resteranno scolpiti per sempre nella memoria del nostro Paese.
Partecipanti: 83 Nazioni - 5338 Atleti (4727 Uomini; 611 Donne) - Italiani 280 (246 Uomini; 34 Donne)
Medaglie Azzurre : 13 Oro – 10 Argento – 13 Bronzo
Comunicato stampa
- CONI
La Giunta Nazionale del CONI, riunita oggi al Foro Italico in via informale, ha condiviso all’unanimità un testo redatto in base alla delega ricevuta dal Consiglio Nazionale dello scorso 5 agosto, che aveva dato mandato all’organo dell’Ente di elaborare una proposta per tutelare le oggettive necessità del movimento, respingendo in ogni sua componente (FSN, DSA, EPS, AB, Rappresentanti territoriali, Atleti, Tecnici e membri CIO) - nelle forme e nei contenuti - alcuni articoli e passaggi dei testi dei decreti attuativi della legge delega relativa allo sport italiano.
Il documento odierno, espressione delle istanze del movimento, è stato successivamente portato all’attenzione dei Presidenti federali, che ne hanno analizzato i vari punti approvandone in modo unanime la finalità e le rivendicazioni avanzate. Il testo, comprensivo di alcune integrazioni recepite dopo aver sentito anche le altre componenti, verrà portato in approvazione nella prossima riunione formale del Consiglio Nazionale.te. Il testo, comprensivo di alcune integrazioni recepite dopo aver sentito anche le altre componenti, verrà portato in approvazione nel Consiglio Nazionale che si terrà il 17 settembre al Foro Italico.
Dominio azzurro nella spada: per la terza vota consecutiva la squadra vince l’oro
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Quell’ultimo acuto di un’Olimpiade indimenticabile. Il 9 settembre del 1960 la scherma azzurra vinse il titolo nella spada a squadre, regalando all’Italia la tredicesima medaglia d’oro. Sei i protagonisti di quell’impresa: i lombardi Edoardo Mangiarotti, Carlo Pavesi e Gianluigi Saccaro; il torinese Giuseppe Delfino e gli “stranieri” Fiorenzo Marini ed Alberto Pellegrino, nati rispettivamente a Vienna e Tunisi. Una squadra talentuosa e determinata, ma soprattutto figlia di una scuola, quella italiana, che da molti anni dominava nel panorama internazionale.
Tra il 1920 ad Anversa e i Giochi della XVII Olimpiade di Roma, gli spadisti azzurri fecero incetta di medaglie, conquistando sei ori, due argenti e un bronzo. Edoardo Mangiarotti, Delfino e Pavesi si aggiudicarono ben tre titoli consecutivi, tra Helsinki 1952 e Roma 1960, mentre, Pellegrino, bissò il titolo di Melbourne 1956. L’Italia era quindi la grande favorita nella prova a squadre di spada in programma al Palazzo dei Congressi.
Le avversarie da battere erano l’Ungheria, la Svizzera, l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna, guidata dallo scozzese Allan Jay, che nella finale della prova individuale perse solo allo spareggio con Delfino. Le venticinque squadre partecipanti furono divise in sette gironi da tre team l’uno: le due migliori, sulla base della percentuale vittorie/sconfitte ed assalti vinti/persi, si qualificavano direttamente per i quarti di finale. Le altre prime due classificate di ogni gruppo, invece, disputavano gli ottavi di finale. L’Italia era inserita nel gruppo uno, insieme a Portogallo e Stati Uniti.
Nella prima sfida gli spadisti azzurri sconfissero per 9-7 i portoghesi, al termine di un match molto equilibrato, risolto da Saccaro (3), Marini (3), Mangiarotti (2) e Pavesi (1), che ebbero la meglio su José de Albuquerque (3), Manuel Borrego (2), José Ferreira (2) e José Fernandes (0). Più agevole, poi, l’incontro con gli Stati Uniti (Henry Kolowrat, David Micahnik, Ralph Spinella Roland Wommack), vinto con un secco 9-2, grazie ai punti conquistati da Delfino (3), Saccaro (2), Mangiarotti (2) e Pavesi (2). Gli statunitensi, quindi, superarono per 10-6 i lusitani.
L’Italia non solo vinse il proprio girone con due vittorie, ma si qualificò direttamente ai quarti di finale insieme all’Ungheria. Le altre quattordici squadre, di contro, si affrontarono in match ad eliminazione diretta che promossero al turno successivo la Svezia (9-4 al Belgio), l’Unione Sovietica (9-0 al Giappone), la Germania (9-5 alla Finlandia), il Lussemburgo (9-8 al supplementare sulla Polonia), la Gran Bretagna (9-5 agli Stati Uniti) e la Svizzera (9-8 all’overtime con la Francia). Nei quarti l’Italia superò per 9-3 la Svezia (Göran Abrahamsson, Hans Lagerwall, Berndt-Otto Rehbinder, Orvar Lindwall), con i punti conquistati da Pellegrino (3), Pavesi (3), Delfino (2) e Mangiarotti (1). Nelle altre sfide Unione Sovietica, Ungheria e Gran Bretagna vinsero senza troppi patemi su Germania, Lussemburgo e Svizzera.
In semifinale, di contro, gli azzurri dovettero faticare un po’ di più per avere la meglio sull’Unione Sovietica, guidata dal campione del mondo Bruno Habarovs. Delfino (3), Pellegrino (3), Pavesi (2) e Saccaro (1) s’imposero per 9-6 su Arnold Cernusevic (2), Habarovs (2), Valentin Cernikov (1) e Guram Kostava (1), confermando ancora una volta lo strapotere azzurro. Nell’altra semifinale, di contro, la Gran Bretagna superò di misura i vicecampioni olimpici uscenti dell’Ungheria per 8-7. I sovietici, poi, nella finale per la medaglia di bronzo, non concessero nulla ai magiari superandoli con il punteggio di 9-5.
L’Italia, davanti ad un pubblico trionfante, concesse ben poco alla Gran Bretagna (Allan Jay, Michael Howard, John Pelling, Henry Hoskyns), che dovette arrendersi di fronte alla forza di Delfino (3), Pellegrino (3), Pavesi (2) e Mangiarotti (1). Una vittoria straordinaria, che valse all’Italia il terzo titolo consecutivo, ma soprattutto la consacrazione nell’olimpo della spada, che per mano di quei sei indimenticabili campioni diventò leggenda.
Yeman Crippa firma l'impresa a Ostrava: record italiano sui 5 mila metri, 30 anni dopo Antibo
- ATLETICA
Yeman Crippa entra nella storia dell'atletica azzurra. Serata da leggenda per il 23enne a Ostrava: dopo 30 anni fa cadere il record italiano dei 5000 metri. L’azzurro ha corso in 13:02.26 e migliorato il primato che dal 1990 apparteneva a Totò Antibo (13:05.59). Un record che era nell’aria, fortemente voluto dal talento delle Fiamme Oro, terzo al Golden Spike alle spalle dell’ugandese Jacob Kiplimo (12:48.63) e dell’etiope Selemon Barega (12:49.08), al termine di una gara coraggiosa, tutta all’inseguimento dei migliori. Crippa si appropria del record dei 5000 dopo essersi impadronito anche di quello dei 10.000 ai Mondiali di Doha nella scorsa stagione, conclusi all’ottavo posto. Serata magica per l’azzurro allenato da Massimo Pegoretti, che in carriera ha già vinto il bronzo europeo nei 10.000 a Berlino 2018 e il bronzo agli Eurocross di Lisbona 2019.
I due D’Inzeo lottano per il primato degli ostacoli: vince Raimondo, Piero è secondo
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Il 7 settembre del 1960, non fu semplicemente una giornata indimenticabile per l’equitazione azzurra, ma rappresentò l’esaltazione di uno stile inimitabile, quello impersonificato dai fratelli D’Inzeo. Raimondo e Piero dominarono la prova del salto ostacoli individuale, aggiudicandosi rispettivamente la medaglia d’oro e quella d’argento ai Giochi della XVII Olimpiade di Roma. Si appassionarono agli sport equestri per via del padre, Costante, un maresciallo di cavalleria dell’Esercito, genitore molto severo, tra i fondatori della gloriosa Società Ippica Romana.
Piero era un concentrato di tecnica, mentre, Raimondo, era più impetuoso ed irrequieto. Raimondo montò per la prima volta in sella a sette anni, diventando poi ufficiale di cavalleria dell’Arma dei Carabinieri, a differenza del fratello maggiore, ufficiale di cavalleria dell’Esercito. Nei mesi che precedettero i Giochi di Roma, il tenente colonnello Raimondo D’Inzeo, dovette alternare gli allenamenti ad interventi di odine pubblico a cui il suo reparto era comandato a causa delle violente manifestazioni contro il Governo Tambroni. Una situazione non certo facile per chi doveva puntare alla gara olimpica.
I due “Fratelli d’Italia” fecero il loro esordio ai Giochi di Londra del 1948, gareggiando ininterrottamente fino al 1976, per ben otto edizioni consecutive, un record assoluto detenuto in coabitazione con la canoista Josefa Idem, che, però, disputò le prime due Olimpiadi sotto la bandiera tedesca. Raimondo D’Inzeo si classificò al sesto posto nel concorso completo individuale ai Giochi di Helsinki del 1952, mentre, quattro anni dopo a Stoccolma (dove si disputarono le prove di equitazione della edizione olimpica di Melbourne 1956, a causa delle norme troppo restrittive sull’importazione dei cavalli in vigore in Australia) vinse la medaglia d’argento nel salto ostacoli a squadre - con il fratello Piero e Salvatore Oppes - e nell’individuale, dove fu sconfitto dal fortissimo tedesco Hans Günter Winkler.
L’anno prima, ai Mondiali di Aquisgrana, proprio il campione uscente Winkler, gli aveva impedito di vincere il suo primo titolo iridato, che arrivò, però, nel 1956, sempre ad Acquisgrana, in sella a Merano. Il cavaliere di Poggio Mirteto, si ripeterà poi nel 1960, a Venezia, con Gowran Girl. A Roma, nello straordinario scenario di Piazza Di Siena, dove i D’Inzeo erano di casa (Raimondo vinse l’omonimo Concorso ippico internazionale nel 1956 e nel 1957, mentre Piero nel 1958), si sfidarono 60 cavalieri in rappresentanza di 23 paesi.
Raimondo, in sella a Posillipo, era tra i favoriti, con i tedeschi Winkler e Fritz Thiedemann, rispettivamente su Halla e Metheor. L’Ovale di Villa Borghese, era uno dei percorsi più difficili in campo internazionale, con quattordici ostacoli e diciassette barriere, estremamente selettivi, specie per la riviera e la doppia gabbia, che provocarono il ritiro di quasi la metà dei cavalieri partecipanti. Nelle prime ore del mattino si disputò la prima manche, che vide come protagonista assoluto Raimondo D’Inzeo, autore di un percorso netto. Solo l’argentino Naldo Dasso, con 4,00 penalità, riuscì ad impensierirlo.
Piero D’Inzeo, in sella a The Rock, chiuse con 8,00 penalità, posizionandosi al terzo posto, al pari del francese Max Fresson su Grand Veneur. Più staccati, con 12,00 penalità, gli statunitensi George Morris e Hugh Wiley, l’altro francese Bernard de Fombelle e l’ungherese István Suti. La seconda manche, decisiva per l’assegnazione delle medaglie, iniziò alle 14.00. L’ordine di partenza era inverso rispetto alla classifica della prima manche.
Piero D’Inzeo concluse la sua prova con 8,00 penalità, per un totale di 16,00, che gli valse la testa della classifica provvisoria, davanti al britannico David Broome (23,00) e a Morris (24,00). C’era grande attesa, quindi, per le prove di Dasso e Raimondo D’Inzeo. L’argentino, su Final, fu protagonista di una gara disastrosa, che gli costò 24,00 penalità, che sommate alle 4,00 iniziali, lo relegarono al settimo posto.
A Piazza di Siena scese un gran silenzio, Raimondo D’Inzeo stava per iniziare la sua prova. Il 35enne azzurro, per vincere l’oro, doveva amministrare il vantaggio nei confronti del fratello Piero. Non forzò e chiuse con 12,00 penalità, conquistando il titolo olimpico tra l’ovazione del pubblico che salutò l’impresa dei “fratelli invincibili”. Non solo un trionfo sportivo, ma uno stile di vita che ammaliò Elisabetta II. La Regina, secondo le cronache di quegli anni, amava spesso ricordare quei due italiani simbolo di successo e di portamento. Due grandi campioni, ma soprattutto due straordinari Signori dello sport azzurro.
Giuseppe Delfino vince l’oro nella spada, finisce le ferie e torna al lavoro
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Una medaglia leggendaria, che per quasi cinquant'anni ha rappresentato una pagina indelebile per la storia dello sport olimpico italiano. Il 6 settembre del 1960, ai Giochi della XVII Olimpiade, Giuseppe Delfino conquistò all’ultimo respiro l’oro nella spada individuale, confermando la grandezza della scuola italiana, che dal 1932 non era mai scesa dal gradino più alto del podio.
Lo spadista azzurro iniziò a tirare di scherma alla fine degli Anni Trenta, nella palestra del dopolavoro FIAT di Torino, ma fu poi costretto ad interrompere la sua carriera sportiva a causa della Seconda Guerra Mondiale. Cinque anni dopo il cessate il fuoco, fu convocato in Nazionale in occasione dei Campionati del Mondo del 1950 a Montecarlo, dove conquistò il titolo iridato nella prova a squadre, che poi si aggiudicò dal 1953 al 1955, nel 1957 e nel 1958, oltre al bronzo individuale vinto a Budapest nel 1959. A Roma era senza dubbio tra i favoriti, viste le tre medaglie olimpiche vinte ad Helsinki nel 1952 e a Melbourne nel 1956: due ori a squadre ed un argento individuale.
Quattro anni prima, ai Giochi australiani, dovette arrendersi a Carlo Pavesi, al termine di uno spareggio infinito, che vide protagonista anche Edoardo Mangiarotti, che completò un podio interamente azzurro. Il 38enne torinese lavorava in fabbrica, prima alla Fiat e poi come funzionario alla Michelin e per partecipare ai vari tornei internazionali utilizzava i giorni di ferie.
Al torneo di spada individuale parteciparono 69 atleti in rappresentanza di 32 Paesi. Il 5 settembre si disputarono i primi due turni, mentre, il giorno successivo, i quarti, le semifinali e la finale. Gli avversari da battere erano il sovietico Bruno Habarovs, campione del mondo in carica e il miliardario scozzese, Allan Jay, campione del mondo di fioretto e vicecampione di spada. L’Italia era rappresentata da Delfino, Alberto Pellegrino e da Giovanni Battista Breda.
Nel primo turno gli schermidori furono divisi in dodici gruppi, che qualificavano alla fase successiva i primi tre classificati di ogni poule. Delfino dominò il gruppo cinque, aggiudicandosi cinque vittorie in altrettanti incontri. Pellegrino e Breda, invece, si classificarono entrambi al secondo posto nei gruppi tre e quattro (quattro vittorie e una sconfitta), alle spalle rispettivamente del giapponese Kuzuhiko Tabuchi e dell’ungherese István Kausz. Nel secondo turno (sei gruppi, che qualificavano i primi quattro spadisti di ogni poule) Delfino si classificò al terzo posto del gruppo tre, dietro al tedesco Dieter Fänger (che lo sconfisse 1-5) e allo svedese Göran Abrahamsson, con uno score di tre vittorie, una sconfitta ed un incontro non disputato. Si qualificarono anche Breda e Pellegrino, che si piazzarono rispettivamente terzo e secondo.
Il giorno successivo, nei quarti di finale, gli azzurri fecero l’en plein: Breda, Pellegrino e Delfino dominarono i rispettivi gironi. Nelle semifinali, di contro, le cose si fecero decisamente più complicate. Delfino, inserito nel gruppo due, venne sconfitto dall’ungherese József Sákovics (2-5) e dal francese Yves Dreyfus (5-6), mentre riuscì a superare il compagno di squadra Breda (5-4), il sovietico Guram Kostava (6-5) e lo svedese Berndt-Otto Rehbinder (6-5). Si classificò al terzo posto, davanti a Breda, che uscì vincitore dallo spareggio per l’ultimo posto utile. Pellegrino, purtroppo, fu eliminato nello spareggio per il quarto posto nell’altro gruppo.
Nel girone finale, che assegnava le medaglie, c’erano i francesi Dreyfus ed Armand Mouyal, l’ungherese Sákovics, il belga Roger Achten e i favoriti Jay e Habarovs, oltre ai due azzurri. Delfino vinse facile per 5-2 con il compagno di squadra Breda e con il campione del mondo Habarovs. Gli altri incontri, invece, andarono sempre oltre il limite di tempo: due vittorie rispettivamente per 6-5 e 7-6 con Mouyal ed Achten, cui si aggiunsero altrettante sconfitte, seppur di misura (5-6), con Sákovics e Dreyfus. Decisiva, quindi, la sfida con il mancino britannico Allan Jay, cui sarebbe bastata la vittoria per aggiudicarsi l’oro.
L’azzurro vinse per 6-5, mentre Jay perse anche l’ultima sfida del girone con Habarovs (2-5) e fu costretto allo spareggio. Delfino, prima della sfida decisiva, secondo quanto narra la leggenda, si accese una sigaretta e sorseggiò un whisky. In pedana cambiò tattica, meno attendista e più votata all’attacco, senza concedere tregua all’avversario. Trionfò per 5-2, conquistando quel titolo così tanto inseguito e che quattro anni prima si era visto sfuggire in quell’indimenticabile spareggio tutto azzurro. Il Palazzo dei Congressi era tutto in piedi per festeggiarlo, mentre in prima fila c’era la signora Carla moglie del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi.
La festa, però, durò poco, Delfino dovette rientrare in azienda, in quanto i giorni di ferie erano esauriti. Lasciò Roma da vincitore, con quell’immensa nobiltà d’animo, che quarantotto anni dopo - a Pechino nel 2008 - Matteo Tagliariol onorò riportando in Italia quel titolo tanto ambito.
Serata di medaglie per la boxe: il bersagliere Musso (Piuma) è in cima al podio
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Il 5 settembre del 1960, dopo undici giorni di sfide intensissime, il torneo di pugilato entrò nel vivo con l’assegnazione dei titoli delle dieci categorie previste dal programma olimpico. Si prospettava, quindi, una grande serata di boxe al Palazzo dello Sport di Roma, definita, da molti, l’evento clou dei Giochi della XVII Olimpiade, tanto che il costo del biglietto arrivò fino a 6.000 lire, ben al di sopra della media degli altri appuntamenti agonistici.
La squadra azzurra fu indubbiamente la più forte della nostra storia olimpica, con ben sei pugili finalisti: Primo Zamparini nei pesi gallo, Francesco Musso nei piuma, Sandro Lopopolo nei leggeri, Nino Benvenuti nei welter, Carmelo Bossi nei welter pesanti e Francesco De Piccoli nei massimi. Gli altri erano americani (3), sovietici (3), polacchi (4) ed uno ciascuno per Cecoslovacchia, Ghana, Sud Africa ed Ungheria. Per l’Italia, purtroppo, ci fu subito una delusione. Nel secondo match, Zamparini fu sconfitto dal sovietico Oleg Grigoryev e si dovette accontentare della medaglia d’argento; mentre, ad inizio serata, l’ungherese Gyula Torok conquistò il titolo dei pesi mosca superando il sovietico Sergey Sivko.
A seguire fu la volta della finale dei pesi piuma (fino a 57 kg.), che vedevano di fronte l’azzurro Francesco Musso e il polacco Jerzy Adamski. Il pugile di Acqui Terme, ma nato in Francia, a Port-Saint-Louis-Du-Rhône, si ritrovò in finale in una categoria che lo vide campione italiano nel 1958 a Terni, prima di passare ai pesi leggeri. Il bersagliere piemontese, infatti, vinse i Mondiali Militari di Bologna sempre nel 1958 e successivamente nel 1960 a Wiesbaden, oltre al titolo italiano di Torino nell’anno olimpico.
In quella categoria, però, militava anche Lopopolo, così, in vista dei Giochi di Roma, il Commissario Tecnico, Natalino Rea, decise di far scendere di categoria Musso, per riportarlo nei pesi piuma. Il torneo ebbe inizio il 26 agosto con la disputa dei sedicesimi di finale, cui erano iscritti 31 partecipanti. Nel primo match Musso ebbe la meglio sullo jugoslavo Miloslav Paunović per 4 -1, mentre, cinque giorni dopo, nei quarti di finale, superò nettamente (5-0) il coreano Song Sun-Cheon.
Il 2 settembre, invece, nei quarti di finale, fu protagonista di un incontro durissimo, che fece suo, di misura (3-2), contro il sovietico Boris Nikonorov, un avversario ostico che l’azzurro superò con tecnica e talento. Il giorno successivo, di contro, non ebbe poi problemi con il finlandese Jorma Limmonen, che liquidò con un secco 5-0. Il suo sogno olimpico era quindi giunto a destinazione, tre riprese interminabili per entrare nella storia.
Un combattimento epico, non solo in un palazzetto stracolmo di spettatori, ma anche davanti a tutta l’Italia incollata al televisore. Nel corso del match Musso sferrò un sinistro diretto al volto di Adamski, guadagnandosi un vantaggio che sembrò essere decisivo. Ancora equilibrio, prima del definitivo allungo nell’ultima e decisiva ripresa, che lo consacrò campione ai punti: 4-1 (60-58, 58-59, 60-56, 59-58, 60-57). Dopo la vittoria rivolse un ringraziamento verso l’alto, in onore del padre, scomparso due anni prima mentre stava disputando i Campionati Mondiali Militari di Bologna.
Un segno del destino, una sorta di premonizione che lo aveva accompagnato nel corso di quei due anni e che trasformarono quella disperazione in una gioia immensa.
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