Mondiali ad Amburgo: domani la prova individuale, domenica la Mixed Relay. Convocati 5 azzurri
- TRIATHLON
Ci siamo, riparte la stagione internazionale. Il grande triathlon torna sulla ribalta internazionale: due giorni di gare ad Amburgo, due titoli mondiali da assegnare.
Domani è in programma la World Triathlon Series, unica tappa del circuito mondiale della stagione 2020 - funestata dal Coronavirus - che assegnerà la corona iridata individuale su distanza sprint mentre domenica 6 settembre sarà la volta dei Mondiali Mixed Relay, con le nazionali di tutto il mondo pronte a darsi battaglia per il titolo a staffetta.
Per quanto riguarda i colori italiani, nella prova individuale saranno in gara Alessandro Fabian (Trif Dream), Davide Uccellari (G.S. Fiamme Azzurre) e Verena Steinhauser (G.S. Fiamme Oro). Ai nastri di partenza nella Mixed Relay, la formazione azzurra sarà composta oltre che dalla Steinhauser, da Beatrice Mallozzi (G.S. Fiamme Azzurre), Delian Stateff (G.S. Fiamme Azzurre) e a uno dei due uomini definito dopo la gara individuale. Lo staff che supporterà gli azzurri sarà composto da Joel Filliol (Olympic Performance Director), Fabio Rastelli (Performance Manager Squadra Nazionale), Andrea D'Aquino (Tecnico Squadra Nazionale) e Josè Miota (Fisioterapista).
Le gare non si svolgeranno nella consueta cornice del centro cittadino di Amburgo, con la zona nevralgica dell'evento situata ai piedi del municipio, ma si disputeranno nell'area del lago Stadtpark, nella zona nord della città
"Riprendere l'attività agonistica con il Campionato del Mondo assegnato su una gara secca non è per niente facile, ma questo periodo complicato ha stimolato più che mai la capacità di adattamento in ciascuno dei nostri atleti - dice Joel Filliol, Olympic Performance Director della FITRI - L'obiettivo principale in questa occasione sarà quello di esprimersi sin da subito ai massimi livelli, sia individualmente sia come squadra, nonostante tutti i nostri atleti siano reduci da un lungo periodo senza gare". (Foto Fitri)
La tappa di World Triathlon Series di Amburgo valida come Campionato del Mondo e il Mondiale Mixed Relay di sabato 5 e domenica 6 settembre saranno trasmessi in diretta su Rai Sport.
Vittoria indimenticabile di Livio Berruti: primo olimpionico europeo sui 200 metri
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Sabato 3 settembre 1960 sarà ricordato come un pomeriggio leggendario. Ai Giochi della XVII Olimpiade, Livio Berruti entrò nella storia: per la prima volta un atleta non nordamericano vinse i 200 metri olimpici. La gara, infatti, introdotta nel 1900 a Parigi, era stata appannaggio per dieci volte da atleti statunitensi e due volte da canadesi.Poi l’impresa di strappare il titolo olimpico al continente americano riuscirà solo al sovietico Valery Borzov (Monaco 1972), a Pietro Mennea (Mosca 1980), al greco Kostas Kenteris (Sidney 2000).
Il ventunenne studente di chimica fece letteralmente impazzire lo Stadio Olimpico che, gremito in ogni ordine di posto, fu tutto ai suoi piedi per celebrare quel risultato eccezionale. E pensare che in gioventù avrebbe voluto tanto diventare un tennista, ma poi, al ginnasio, il professor Melchiorre Bracco, lo indirizzò prima verso i salti e poi, nel 1956, dopo una sfida vinta con Saverio D’Urso, il miglior velocista della scuola, iniziò il suo percorso nella velocità.
A soli diciotto anni, nel 1957, a quasi vent’anni di distanza, eguagliò il record italiano nei 100 metri (10”4) stabilito nel 1938 da Orazio Mariani. Da quell’anno fece suoi i titoli italiani, sia nei 100 che nei 200 metri, ininterrottamente fino al 1962. Un vero e proprio crescendo di risultati. Nel 1959 a Malmoe eguagliò il record italiano nei 200 metri con il tempo di 20”8, per poi migliorarlo di un decimo all’Arena Civica di Milano. A Duisburg, invece, non solo superò nei 100 metri il fortissimo tedesco Armin Hary (che proprio a Roma si aggiudicherà l’oro), ma ebbe la meglio sul primatista europeo dei 200 metri, il francese Abdoulaye Sèye. Nello stesso anno fu l’unico a sconfiggere lo statunitense Ray Norton, uno dei più forti velocisti dell’epoca.
Alla vigilia dell’Olimpiade, però, insieme all’allenatore delle Fiamme Oro, Aristide Facchini, decise di gareggiare solo nei 200 metri. Una scelta che si dimostrerà azzeccata. Il 2 settembre, i 62 partecipanti si sfidarono in dodici batterie, che qualificarono i primi due classificati, cui vennero aggiunti i tre migliori tempi. Berruti vinse la settima batteria con 21”0, davanti al rappresentante delle Bahamas, Thomas A. Robinson, che chiuse in 21”4. Si qualificò anche l’altro azzurro Salvatore Giannone, che terminò al secondo posto nella dodicesima batteria; mentre, l’altro compagno di squadra, Armando Sardi, fu eliminato.
Nei quarti di finale, poi, Berruti s’impose nella seconda batteria - delle quattro previste, che qualificavano i primi tre atleti - in 20”8, precedendo il polacco Marian Foik e il francese Paul Genevay. Giannone, purtroppo, giunse settimo nella sua batteria e fu eliminato.
L’indomani, nelle semifinali che qualificavano i primi tre delle due batterie in programma, Berruti si trovò un parterre di avversari formidabili. Il velocista torinese, infatti, ebbe la sfortuna di doversi confrontare con tre primatisti del mondo: gli statunitensi Ray Norton e Stone Johnson e il britannico Peter Radford. Ma non solo, in finale si trovò anche il campione uscente, Bobby Joe Morrow, oltre al francese Genevay.
Il C.T. Giorgio Oberweger, che prima della gara andava sempre da Berruti, non si presentò, forse per non dargli la brutta notizia che sarebbe stata una batteria al limite della missione impossibile. L’azzurro, quindi, scoprì il nome degli avversari un momento prima della partenza. Non si scompose, convinto del suo stato di forma e corse i duecento metri più importanti della sua vita con una determinazione incredibile, distanziando di due decimi Norton e di tre Johnson.
Ad un certo punto il boato della folla, Berruti aveva eguagliato il record del mondo con uno strepitoso 20”5, che non solo gli aveva permesso di sovvertire il pronostico, ma lo proiettava tra i favoriti per le medaglie. Nell’altra batteria si qualificarono il francese Sèye (20”8), il polacco Foik (21”0 e lo statunitense Lester Carney (21”1). Neanche il tempo per recuperare le energie, che circa due ore dopo, alle 18.00, era in programma la finale. Mentre tutti si allenavano, l’azzurro se ne andò negli spogliatoi, al fresco, con una bottiglia di aranciata, per riposarsi. Prima della partenza fece gli auguri ai suoi avversari, come se fosse ai blocchi di partenza quasi per caso. Una mossa che li spiazzò.
Fu protagonista di una partenza perfetta, con un cambio di falcata dopo la curva, con l’occhio al traguardo e le orecchie protese al sopraggiungere dei passi degli avversari. Berruti vinse ancora con uno straordinario 20”5, precedendo di un decimo Carney e di due Sèye, stramazzando poi a terra dopo l’arrivo. Non succedeva dal 1928 che gli Stati Uniti si lasciassero sfuggire i 100 e i 200 metri, mentre, per la prima volta, entrambe le gare furono vinte da atleti europei. Gianni Brera scrisse: “I muscoli deflagrano come in frenesia, ma il gesto è di un’eleganza incredibile, mai vista”. Quello stile indimenticabile di Livio Berruti.
Fantastico Settebello chiude il torneo imbattuto e festeggia tutta la notte
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Giornata memorabile per lo sport italiano. Livio Berruti vinse la medaglia d’oro nei 200 metri, mentre, a tarda sera, il Settebello azzurro si aggiudicò il titolo olimpico nella pallanuoto. Due successi pesantissimi, che portarono a sette il computo delle medaglie d’oro. La pallanuoto azzurra, reduce dalla medaglia di legno dei Giochi di Melbourne del 1956, non partiva con i favori del pronostico, che erano tutti per l’Ungheria, già campione nel 1952 e nel 1956.
Jugoslavia ed Unione Sovietica, poi, sembravano più attrezzate, rispetto alla squadra italiana, che dovette fare i conti con alcune defezioni, in un’epoca in cui gli atleti si dividevano tra nuoto e pallanuoto. Fritz Dennerlein e Paolo Pucci optarono per le discipline natatorie, mentre, Enzo Cavazzoni e Maurizio D’Achille, si trasferirono all’estero per lavoro. Gianni Lonzi, invece, rischiò di non partecipare a causa dei postumi di un incidente stradale. Il Commissario Tecnico, l’ungherese Andrés “Bandy” Zolyomy, decise di affidarsi ad una squadra la cui età media era di poco superiore ai vent’anni, ma che sembrava non essere all’altezza dei colossi dell’Est Europa. Convocò i campani Amedeo Ambron, Giuseppe D’Altrui, Luigi Mannelli e Rosario Parmegiani; i fiorentini Danilo Bardi, Gianni Lonzi e Brunello Spinelli; i laziali Salvatore Gionta e Giancarlo Guerrini; i liguri Franco Lavoratori ed Eraldo Pizzo ed il bolognese Dante Rossi.
Il tredicesimo torneo olimpico di pallanuoto si disputò dal 25 agosto al 3 settembre del 1960, quasi interamente allo Stadio del Nuoto del Foro Italico, ad eccezione di alcune partite della prima fase che ebbero luogo alla Piscina delle Rose. Sedici i paesi iscritti, per un totale di 151 atleti convocati: Stati Uniti e Belgio erano alla loro decima partecipazione, contrariamente al Sud Africa, che scendeva nella vasca olimpica per la seconda volta. La prima fase prevedeva quattro gironi da quattro squadre, con le prime due di ognuno che si qualificavano per la fase successiva.
L’Italia fu inserita nel primo girone con Giappone, Repubblica Araba Unita e Romania. Gli azzurri fecero il loro esordio con la Romania, qualche ora dopo la cerimonia di inaugurazione dei Giochi della XVII Olimpiade. Vinsero di misura per 4-3, con i goal nel primo tempo di Parmegiani e Pizzo, cui seguirono quelli di Lavoratori e Bardi, quest’ultimo decisivo per il successo finale, dopo che i rumeni avevano pareggiato (3-3) con il secondo goal personale di Zahan.
Il giorno successivo s’imposero nettamente sul Giappone, con un perentorio 8-1, grazie alla tripletta di Mannelli, le doppiette di Guerrini e Parmegiani e la rete di Ambron. Nell’ultima giornata della prima fase, l’Italia superò per 9-4 la Repubblica Araba Unita, con la tripletta di Pizzo, le doppiette di Lavoratori e Gionta e le reti di Mannelli e Guerrini. L’Italia vinse così il suo girone con sei punti, davanti alla Romania con quattro.
Nella seconda fase, che iniziò il 30 agosto, le otto squadre promosse vennero divise in due gironi da quattro squadre, con la sola eccezione che i team che si erano incontrati nella prima fase non potevano sfidarsi nella seconda, ma faceva fede il risultato già acquisito. Si qualificavano le prime due per girone. Il primo gruppo era formato da Italia e Romania, provenienti dal primo gruppo e dalla Squadra Unificata Tedesca e dall’Unione Sovietica, provenienti dal secondo gruppo. Italia ed Unione Sovietica, già vincitrici rispettivamente su Romania e Squadra Unificata Tedesca, partirono conseguentemente con due punti in classifica.
Nella prima sfida gli azzurri superarono i tedeschi con un secco 3-0 (marcatori Parmegiani e due volte Pizzo), raggiungendo in vetta alla classifica l’Unione Sovietica che aveva sconfitto per 3-2 la Romania. Il giorno successivo, il Settebello superò con un goal per tempo (Pizzo e D’Altrui) l’Unione Sovietica, che insieme agli azzurri si qualificò al girone decisivo per l’assegnazione delle medaglie. Nell’altro girone, invece, si qualificarono Jugoslavia ed Ungheria. Come nella fase precedente valevano i punti acquisiti negli incontri già disputati, per cui Italia e Jugoslavia partirono con due punti in classifica.
Il 2 settembre l’Italia affrontò la Jugoslavia. Gli azzurri passarono subito in vantaggio al 1’ con Parmegiani, mentre all’8’ del secondo tempo gli slavi pareggiarono su rigore con Žužej. Un minuto dopo, però, fu ancora una volta Parmegiani a regalare la vittoria agli azzurri che conservarono la testa della classifica. In precedenza, invece, Ungheria ed Unione Sovietica avevano pareggiato per 3-3. Il giorno dopo, nell’ultima sfida dei Giochi di Roma, alle 22.50 scesero in vasca Italia ed Ungheria. Al 2’ l’Ungheria si portò in vantaggio con Feikai e due minuti dopo raddoppiò con Dömötör, tra lo sconcerto del pubblico che gremiva l’impianto. L’Italia reagì e al 6’ accorciò le distanze con Bardi, mentre un minuto dopo trovò il pareggio con Lavoratori, che insaccò alla sinistra del portiere ungherese. Alla fine del primo tempo fu ancora Dömötör a portare avanti l’Ungheria.
Nel secondo tempo arrivò il pareggio azzurro, ma il goal venne annullato dall’arbitro austriaco Dirnweber, che, poco dopo, assegnò un rigore all’Italia. A trasformarlo ci pensò Parmegiani e il pareggio era d’oro: 3-3! Il Settebello era campione olimpico, dodici anni dopo il successo di Londra. L’Italia dominò la classifica finale con 13 punti - sei vittorie, nessuna sconfitta e miglior difesa in coabitazione con il Sud Africa - davanti all’Unione Sovietica e all’Ungheria, che per differenza reti vinse il bronzo sulla Jugoslavia. Lo Stadio del Nuoto festeggiò sino a notte fonda quell’indimenticabile ed inaspettata impresa, che ancor oggi è impressa nella memoria di tutti gli appassionati.
Il burbero Bottino è il primo azzurro d’oro nel sollevamento pesi
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Il 31 agosto del 1920, ai Giochi della VII Olimpiade, arrivò un inatteso successo per l’Italia, che poté così festeggiare la dodicesima medaglia d’oro. Nel sollevamento pesi, categoria massimi, Filippo Emanuele Bottino si laureò campione olimpico al termine di una gara condotta in maniera magistrale. Il 31enne di Borzoli, un quartiere nella zona occidentale di Genova, superò brillantemente gli avversari, che nulla poterono contro lo strapotere fisico dell’atleta dal quintale d’oro.
Bottino si avvicinò ai pesi all’età di diciotto anni, dopo aver praticato la ginnastica. Gareggiò prima per la S.G. Pro Sestri, poi per la U.S. Sestri Ponente e tra il 1913 e il 1922 vinse sei titoli nazionali nei massimi e cinque nell’assoluto. Il 21 giugno del 1916, sollevò 145 kg., stabilendo il primato italiano di slancio a due braccia detenuto da Enrico Scuri. Lavorava nella Manifattura Tabacchi di Sestri Ponente ed era un tipo burbero, anche se da alcuni era definito il “pretino”, perché si alzava la mattina presto per andare a Messa. Ma i suoi atteggiamenti provocatori, non mancarono neanche ad Anversa.
Nel ritiro azzurro presso la Scuola di Avenue de Belgique, Bottino non aveva mai fatto mistero di una certa antipatia nei confronti degli schermidori, secondo lui troppo aristocratici e “poco uomini”. E così lo fece presente ad Aldo Nadi, che non la prese bene e lo sfidò a duello. Lo schermidore livornese lo sconfisse con un colpo di frustino, mentre il pesista genovese aveva imbracciato una trave di legno. Fortunatamente tutto finì davanti ad un bicchiere di vino.
Il sollevamento pesi, presente già ad Atene nel 1896, ritornò ad Anversa, dopo l’assenza nelle edizioni di Londra del 1908 e di Stoccolma del 1912. La prova, riservata agli atleti sopra gli 82,5 kg., si disputò al Beerschot Stadium, dove si affrontarono sei concorrenti: il lussemburghese Joseph Alzin, i francesi Louis Bernot e Joseph Duchateau, il danese Ejnar Jensen, lo svedese Otto Brunn e Bottino. Assenti a causa delle conseguenze post-belliche, invece, i temibili austriaci e tedeschi.
Vinceva chi al termine di tre sollevamenti - strappo con un braccio, slancio con un braccio, slancio con due braccia - otteneva il maggior numero di chilogrammi. Bottino partì alla grande vincendo lo strappo con un braccio, il sinistro: sollevò 70 kg., stabilendo il record olimpico, ma soprattutto distanziò di 5 kg. Alzin e Bernot. Successivamente, nello slancio con l’altro braccio, sollevò 75 kg., ma fu superato da Brunn, che con 80 kg. stabilì un altro record. Lo svedese, però, nella prima prova aveva sollevato 60 kg., per cui, con un totale di 140 kg., era salito al secondo posto, al pari di Alzin e Bernot.
Bottino, quindi, nell’ultima prova, lo slancio con due braccia, doveva difendere i 5 kg. di vantaggio. E non deluse ancora una volta. Sollevò 120 kg., così come Alzin, stabilendo un altro primato olimpico. Vinse l’oro con 265 kg., davanti al lussemburghese Alzin (260 kg.) e al francese Bernot (255 kg.). Quel burbero dal cuore d’oro, fu il primo italiano a conquistare il titolo dei massimi nel sollevamento pesi.
Gaiardoni vince ancora nella velocità poi festeggia a Via Veneto
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Che giornata incredibile quel 29 agosto del 1960. Ai Giochi della XVII Olimpiade il ciclismo azzurro sembrava non avere rivali, una squadra perfetta in grado di polverizzare gli avversari. Reduce dai trionfi nella 100 chilometri a squadre, nel chilometro da fermo, nel tandem e nell'inseguimento a squadre, il team azzurro era pronto ad affrontare le semifinali e le finali della prova di velocità su pista. Al Velodromo dell’EUR il grande sogno era quello di vedere Sante Gaiardoni e Valentino Gasparella incrociare le loro ruote nella finale per il titolo olimpico.
I due pistard azzurri, infatti, si erano qualificati, seppur con percorsi diversi, per le sfide decisive che avrebbero assegnato le medaglie. Una gara massacrante per i trenta partecipanti, iniziata il 26 agosto con la disputa di due turni preliminari e dei relativi ripescaggi. Per Gaiardoni quella giornata non fu semplicemente infinita, ma indimenticabile: superò al primo turno l’indiano Clyde Rimple, conquistò il titolo olimpico nel chilometro da fermo e quindi, si qualificò per i quarti di finale della velocità, a spese del sovietico Imants Bodnieks e del tedesco Günter Kaslowski.
Più tortuoso, invece, il cammino di Gasparella. Al primo turno s’impose nella sua serie contro lo spagnolo José Errandonea e l’irlandese Martin McKay; mentre, al secondo turno, si classificò terzo e fu costretto ai ripescaggi. Nei due turni supplementari, tuttavia, s’impose superando nella finale per la qualificazione il colombiano Mario Vanegas.
Gli azzurri erano due atleti titolati, anche se Gaiardoni aveva subito per anni una sorta di sudditanza nei confronti di Gasparella, che alla fine degli Anni Cinquanta era il campione indiscusso e a Roma godeva dei favori del pronostico. Il 25enne di Isola Vicentina, non solo aveva vinto l’oro nell’inseguimento a squadre ai Giochi di Melbourne 1956, ma per due anni consecutivi aveva tolto a Gaiardoni la possibilità di conquistare i titoli iridati nella velocità ai Mondiali di Parigi del 1958 e di Amsterdam del 1959. Due sconfitte brucianti, che sembravano aver minato psicologicamente il campione di Villafranca di Verona, che però, due settimane prima dell’inizio dei Giochi di Roma, riuscì finalmente a coronare il suo inseguimento al titolo iridato, superando in finale a Lipsia il belga Leo Sterckx.
La sfida tra i due pistard veneti, pertanto, prometteva spettacolo. Il 27 agosto fu la volta dei quarti di finale, che Gaiardoni e Gasparella superarono brillantemente, in due sole manche, superando rispettivamente il brasiliano Anésio Argenton e il francese Antoine Pellegrina. Nelle altre due sfide il belga Sterckx superò il britannico Lloyd Binch e l’australiano Ronald Baensch ebbe la meglio sul tedesco August Rieke. Si arrivò così al grande giorno.
Nella prima semifinale Gasparella fu sconfitto a sorpresa - in tre manches - da Sterckx e così tutta la pressione gravò sulle spalle di Gaiardoni. Il ventunenne azzurro non deluse e superò Baensch al termine di tre manche: vinse la prima, cadde nella seconda, mettendo a repentaglio la sua gara - procurandosi fortunatamente solo alcune escoriazioni - e volò nella terza conquistando la sua seconda finale olimpica nel giro di quattro giorni. L’impianto era una bolgia, il pubblico non tratteneva l’emozione e l’attesa era grande per il remake della sfida iridata di un paio di settimane prima proprio tra Gaiardoni e Sterckx.
Nella prima manche l’azzurro s’impose con uno scatto bruciante a 300 metri dal traguardo, senza lasciare scampo all’avversario. Nella seconda, invece, la tattica la fece da padrona. Nella prima fase, con la tensione alle stelle, i due protagonisti sembravano studiarsi, con lo sguardo rivolto l’uno all’altro. Gaiardoni provò l’allungo, ma il belga lo superò involandosi verso il traguardo. A quel punto, l’azzurro lo raggiunse all’ultima curva e con una progressione impressionante lo superò tra le ovazioni del pubblico.
Un meraviglioso trionfo, condito dal bronzo di Gasparella, che si concluse a notte fonda in via Veneto, con gli amici Maurizio Arena e Walter Chiari, al grido: “Gaiardo! Gaiardo! Gaiardo!”.
Quattro assi dell’inseguimento in pista piegano anche la squadra tedesca
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
L’Italia del ciclismo ai Giochi della XVII Olimpiade sembrava una corazzata imbattibile, in uno stato di forma straordinario e magicamente concentrata sull’evento sportivo più importante per la storia del nostro Paese. E così, il 29 agosto del 1960, non tradì le attese e conquistò la quarta medaglia d’oro nell’inseguimento a squadre sui 4000 metri, dopo i successi nella 100 chilometri a squadre, nel chilometro da fermo e nel tandem.
Il quartetto azzurro formato dai lombardi Luigi Arienti e Marino Vigna e dai veneti Franco Testa e Mario Vallotto, salì sul gradino più alto del podio al termine di una gara dominata fin dall’inizio. E pensare che i commentatori dell’epoca davano la Germania e l’Olanda tra le favorite, con la Francia come outsider. L’Italia, seppure fosse una superpotenza nella specialità - con un bottino eccezionale di sei ori e due argenti, ininterrottamente da Anversa 1920 a Melbourne 1956 - non partiva con i favori del pronostico.
La prova fu suddivisa in due giornate: nella prima si disputarono le batterie e i quarti di finale, mentre, nella seconda, le semifinali e le finali. Il 27 agosto le diciannove squadre partecipanti affrontarono il primo turno: si qualificavano i team con i migliori otto tempi. Nella settima batteria gli azzurri superarono la Germania - che comunque si qualificò - con il tempo di 4’38”41, miglior prestazione assoluta. Passarono il turno anche l’Argentina, la Cecoslovacchia, l’Unione Sovietica, i Paesi Bassi, la Danimarca e la Francia, Nei quarti di finale, quindi, il quartetto azzurro vinse nettamente sull’Argentina (Trillo, Contreras, Acosta, Brotto), con oltre nove secondi di vantaggio; mentre, Francia, Germania ed Unione Sovietica superarono rispettivamente Cecoslovacchia, Danimarca e Paesi Bassi.
Due giorni dopo fu la volta delle semifinali. Nella prima la Germania ebbe la meglio sulla Francia, mentre; nella seconda, l’Italia vinse la sfida con l’Unione Sovietica (Moskvin, Romanov, Kolumbet, Belgardt). Fino a metà gara i due quartetti tennero gli stessi ritmi, poi, pian piano, gli azzurri decisero di accelerare, senza concedere nessuna chance agli avversari, tagliando il traguardo con oltre quattro secondi di vantaggio e stabilendo il nuovo record olimpico con 4’28”88.
In finale ritrovarono la Germania (Köhler, Gröning, Klieme, Barleben), che voleva prendersi la rivincita dopo la sconfitta subita al primo turno. L’avvio fu complicato, ma metro dopo metro, gli azzurri recuperarono ritmo e progressione ed ancora una volta i tedeschi dovettero arrendersi alla superiorità dei padroni di casa. Arienti, Testa, Vallotto e Vigna conquistarono l’oro con il tempo 4’30”90, ma soprattutto regalarono all’Italia il terzo titolo olimpico consecutivo nella specialità, mentre, l’Unione Sovietica, si aggiudicò la medaglia di bronzo superando di misura la Francia (Delattre, Suire, Claud, Nédélec).
Quel giorno resterà impresso nella memoria degli oltre diciassettemila spettatori del Velodromo Olimpico per la fantastica prova di forza del favoloso quartetto azzurro.
Storico oro nel canottaggio: una vittoria al bacio nel due con
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Il 29 agosto del 1920, ai Giochi della VII Olimpiade, i fotografi immortalarono il bacio tra Ercole Olgeni e Giovanni Scatturin, un’immagine diventata l’icona di uno storico successo. I due azzurri, insieme al timoniere Guido De Filip, avevano infatti conquistato la prima medaglia d’oro olimpica italiana nel canottaggio, una gioia immensa che diede libero sfogo a quell’esultanza che rese ancor più epica quella vittoria.
L’equipaggio era formato dal trio veneziano composto dal veterano Olgeni, 37 anni, otto medaglie continentali, di cui tre ori; il compagno di club nella Reale Società Canottieri Bucintoro, Giovanni Scatturin, di dieci anni più giovane e il minuscolo timoniere De Filip, che con i suoi 15 anni e 342 giorni, stabilì un temporaneo record di precocità tra i campioni olimpici. La specialità del “due con” tornò ad essere disciplina olimpica nel canottaggio ad Anversa, dopo essere stata disputata una prima volta nel 1900 a Parigi. Continuò a far parte del programma olimpico fino a Barcellona 1992 consacrando alla storia tra gli altri i fratelli Carmine e Giuseppe Abbagnale che, con Giuseppe Di Capua timoniere, vinsero due ori (1984 e1988) e un argento (1992) olimpici oltre a 7 titoli mondiali nella specialità.
I favori del pronostico erano per i francesi, anche se la coppia Giran/Plé, che aveva vinto gli Europei disputati a Macon qualche settimana prima, partecipò alla gara del “due di coppia”, lasciando il “due con” ai compagni Gabriel Poix e Maurice Bouton e al timoniere Ernest Barberolle, che avevano vinto la Coppa Interalleati nel 1919. Quattro gli equipaggi partecipanti che si affrontarono nelle due giornate d gare.
Il 28 agosto si disputarono le batterie. Nella prima, l’Italia, con il tempo di 8’10”, superò nettamente i padroni di casa del Belgio (George Van Den Bossche, Oscar Van Den Bossche, Guillaume Visser), che tagliarono il traguardo con 15 secondi di distacco. Nelle altre due, invece, la Francia e la Svizzera corsero da sole, separatamente, concludendo le rispettive batterie in 9’15 e 8’50”, due prove cronometriche assolutamente indicative vista la mancanza di avversari.
Il giorno dopo, però, nella finale per il titolo nulla era scontato. La Svizzera (Edouard Candeveau, Alfred Felber, Paul Piaget) partì in testa, vogando a 44 colpi al minuto, mentre, l’Italia, mai doma, si riportò sotto ai settecento metri. A quel punto la Francia si fece avanti con decisione, ma l’equipaggio azzurro, con uno sprint vigoroso, superò gli avversari conquistando così il suo primo titolo olimpico. Una volta superato il traguardo, Olgeni si buttò indietro tenendo con la mano destra il remo e cingendo con la sinistra il collo di Scatturin. Un abbraccio gioioso che sfociò in quel bacio indimenticabile, uno scatto che resterà per sempre una pietra miliare nell’iconografia dello sport italiano.
Euro 2020: Italia ancora protagonista a Plouay, Longo Borghini d'argento nella prova in linea
- CICLISMO
Italia ancora sul podio ai Campionati Europei di ciclismo in corso a Plouay, in Francia. Dopo i successi nella prova in linea maschile di Giacomo Nizzolo e, tra le Under 23, di Elisa Balsamo, oggi è arrivato l’argento di Elisa Longo Borghini.
L'azzurra (foto FCI), bronzo olimpico a Rio 2016, ha superato il traguardo dietro all'olandese Annemiek van Vleuten, mettendosi alle spalle la polacca Katarzyna Niewiadoma.
Il tandem non teme avversari: Beghetto e Bianchetto scrivono la storia
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
L’Italia continuò la sua marcia trionfale anche nella seconda giornata dei Giochi della XVII Olimpiade. L’aria di Roma era un vero e proprio toccasana per la squadra di ciclismo, che dopo i successi del quartetto Bailetti, Cogliati, Fornoni e Trapè nella 100 chilometri a squadre e quello di Sante Gaiardoni nel chilometro da fermo, trionfò anche nella prova di tandem con la coppia formata da Giuseppe Beghetto e Sergio Bianchetto.
Il tandem azzurro era un duo che si parlava a colpi di pedali, sia per le origini padovane - l’uno di Tombolo e l’altro di Torre di Padova - sia per la comune età, classe 1939. Due coetanei che amavano la bicicletta, ma che fecero enormi sacrifici per inseguire la loro passione: Beghetto si alzava alle tre del mattino per andare ad allenarsi e poi, alle sette, con il padre, andava a lavorare come carpentiere meccanico; Bianchetto, invece, faceva il guardiano di vacche. La preparazione si svolse per venti giorni alle Frattocchie, un istituto di suore fuori Roma. A quel tempo, i pistard italiani erano tra i più forti al mondo e così, il C.T. Guido Costa, decise di non schierare Gaiardoni, preservandolo per la prova di velocità.Al titolare Bianchetto, quindi, affiancò proprio il suo compagno di squadra della Ciclisti Padovani, nonché fresco primatista del mondo sul chilometro da fermo, Beghetto.
La gara si disputò in due giornate: il 26 agosto il primo turno, i recuperi e i quarti di finale; mentre, il giorno successivo, le semifinali e le finali per le medaglie. Al via erano iscritte ventiquattro coppie in rappresentanza di dodici Paesi. Le sfide erano al meglio delle tre manches: quattro giri di pista ognuna, per un percorso di due chilometri. Gli azzurri non partirono con i favori del pronostico, che, di contro, erano sulle spalle dei campioni uscenti dell’Australia - con Ian Browne, campione olimpico a Melbourne 1956, in coppia con Geoff Smith - e dei Paesi Bassi.
Valori tecnici che saltarono già al primo turno, con la doppia sconfitta di Australia ed Olanda, rispettivamente con Germania ed Unione Sovietica e che costrinse le due grandi favorite ai ripescaggi. Uno spareggio drammatico che premiò gli orange a spese degli aussies. Gli azzurri, al contrario, furono esentati dal primo turno ed entrarono in gara nei quarti di finale, dove superarono in due sole manches gli statunitensi Jack Hartman e David Sharp. Il giorno successivo, in semifinale, si trovarono di fronte la forte coppia olandese composta da Marinus Cornelis Paul e Mees Gerritsen, che aveva superato a fatica la Francia in tre manches.
Gli olandesi, però, nel tentativo di infilare gli azzurri all’interno, a causa di un contatto caddero rovinosamente e dovettero arrendersi in due manche. Nell’altra sfida, poi, i tedeschi Jürgen Simon e Lothar Stäber sconfissero i sovietici Boris Vasilyev e Vladimir Leonov. Il bronzo andò ai sovietici, che non disputarono la finalina, a causa del forfait dei Paesi Bassi impossibilitati a gareggiare per i postumi della caduta patita nella sfida con gli azzurri.
La finalissima per il titolo, in un Velodromo Olimpico stipato in ogni ordine di posto, metteva quindi di fronte l’Italia e la Germania. Beghetto e Bianchetto prima di scendere in pista avevano studiato gli avversari, individuando alcuni dettagli della loro strategia. Nella prima manche decisero quindi di portarsi subito in testa e con uno snervante “zig zag” bloccarono sul nascere ogni tentativo di rimonta tagliando il traguardo con il tempo di 10”7. Nella seconda, contrariamente, Beghetto e Bianchetto fecero credere ai tedeschi di essere ancora nella fase di studio, ma ad un giro e mezzo dalla conclusione, con un colpo ad effetto, partirono in volata dalla parte alta del velodromo - fino a sfiorare i 90 km/h - lasciando di stucco Simon e Stäber, che dovettero così arrendersi davanti ai nuovi campioni olimpici.
Dodici anni dopo il successo di Terruzzi e Perona a Londra, il titolo del tandem ritornò prepotentemente in Italia, grazie a quei due ventunenni dalla simbiosi perfetta che scrissero la storia di quell’indimenticabile 27 agosto 1960.
Che bella l'Italbici! Nizzolo domina anche in Europa, Balsamo vince il titolo continentale tra le Under 23
- CICLISMO
La prova in linea agli Europei di ciclismo è una questione prettamente italiana. Per il terzo anno consecutivo, dopo Matteo Trentin ed Elia Viviani, è azzurro il primo ciclista al traguardo della competizione continentale.
Ad aggiudicarsi l’edizione 2020 dei Campionati in corso a Plouay, in Francia, è stato uno straordinario Giacomo Nizzolo, vincitore del titolo in volata. Il brianzolo (foto FCI), fresco campione italiano, ha anticipato all'arrivo il francese Arnaud Demare e il tedesco Pascal Ackermann.
La giornata si era aperta questa mattina con un altro titolo continentale azzurro vinto, nella categoria Under 23, dalla fuoriclasse piemontese Elisa Balsamo che ha battuto in volata l’olandese Uneken, poi argento e la danese Jorgensen.
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