La freccia del Sud alza l’indice al cielo: è la vittoria di Pietro Mennea
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
“Recupera, recupera, recupera, recupera, recupera. Ha vinto, ha vinto. Straordinaria impresa di Mennea!”. Come non ricordare, con le parole indimenticabili di Paolo Rosi, l’epilogo di una delle più grandi prestazioni dell’atletica leggera. Un successo diventato storia, che ancor oggi rimane scolpito non solo nella memoria di chi poté assistere alla prima Olimpiade in mondovisione, ma anche in quella di tutti coloro che nel corso degli anni hanno potuto rivedere quelle immagini epiche.
Questa è la storia di una delle più grandi imprese dello sport italiano, ma soprattutto è la storia di un atleta che con perseveranza e voglia di vincere, tra grandi sacrifici ed allenamenti durissimi, ha toccato il cielo con un dito, con quel suo indice diventato leggenda.
Pietro Mennea iniziò la sua carriera sportiva con l’Avis Barletta, seguito dal prof. Franco Mascolo, prima di approdare a Formia, nel 1971, dove, con Carlo Vittori, costruirà un legame indissolubile. Nello stesso anno fece il suo debutto internazionale agli Europei di Helsinki, conquistando una medaglia di bronzo nella staffetta 4x100 mt., ma soprattutto il sesto posto nei 200 mt., la disciplina che lo renderà grande tra i grandi. La sua prima Olimpiade, delle cinque disputate (che rappresentano un record per un velocista, con quattro finali consecutive dal 1972 al 1984), è quella di Monaco. Il 20enne barlettano vinse il bronzo dietro al fortissimo sovietico Valerij Borzov - che si era aggiudicato anche i 100 mt. - e allo statunitense Larry Black.
Il primo grande successo, quindi, lo conquista nel 1974 agli Europei di Roma, titolo che confermerà quattro anni dopo a Praga nel 1978. Alla vigilia della sua seconda Olimpiade, nel 1976 a Montreal, dopo alcuni risultati non altezza delle sue aspettative, decise di non partecipare, ma la spinta dell’opinione pubblica lo convinse a cambiare idea. Fu una delusione: quarto posto ad undici centesimi dal podio. Il titolo olimpico andò al giamaicano Don Quarrie, che precedette gli statunitensi Millard Hampton e Dwayne Evans. Tre anni dopo, però, la grande svolta.
Mennea partecipa alle Universiadi di Città del Messico del 1979, in quanto iscritto alla Facoltà di Scienze Politiche e centra la finale senza troppi patemi. Non solo vince il titolo nei 200 mt., ma compie un capolavoro stabilendo il nuovo record mondiale sulla distanza con il tempo di 19’72”. Una prestazione incredibile, che resisterà per 16 anni e 324 giorni, fino ai Trials americani del 1996, quando Michael Johnson fermò il cronometro a 19’66”. Mennea non si accorse di quanto aveva fatto, seppur avesse staccato di oltre cinquanta centesimi il polacco Leszek Dunecki e il britannico Ainsley Bennett. Solo dopo realizzò quanto aveva compiuto: “Un ragazzo del Sud, senza pista, oggi è riuscito a fare il record del mondo”.
Un atleta che dopo ogni successo pensava alla gara successiva, allenandosi anche otto-nove ore al giorno. Alla sua terza Olimpiade, invece, raggiunse il culmine di una carriera cui mancava solo il sigillo olimpico. Il suo carattere e il peso della tensione che lo vedeva tra i favoriti, ad un certo punto rischiarono di mandarlo in cortocircuito. “Il suo vero nemico - come diceva Vittori - era se stesso”. Il 25 luglio 1980 venne eliminato a sorpresa nella semifinale dei 100 mt. Un colpo durissimo, che la stampa ebbe modo di criticare. Il suo grande avversario, lo scozzese Alan Wells, vinse la medaglia d’oro.
A quel punto Mennea mise in dubbio la sua partecipazione ai 200 mt., ma Vittori lo spronò, cercando di liberarlo da quella responsabilità che lo sovrastava. La prova dei 200 mt. si svolse in due giornate. Nella prima i 63 partecipanti affrontarono le batterie eliminatorie e successivamente i quarti di finale. Mennea s’impose in entrambe superando rispettivamente l’ungherese Ferenc Kiss e il sovietico Nikolay Sidorov. Il giorno seguente, nelle semifinali che qualificavano gli otto candidati alle medaglie, Mennea con il tempo di 20’70” sopravanzò il campione uscente Quarrie. Di lì la grande attesa. Arrivò la sera in quell’interminabile giornata, mentre gli atleti, intorno alle ore 20, iniziavano ad avvicinarsi ai blocchi di partenza. La temperatura era di 23 gradi, con assenza di vento e con un’umidità superiore al 50%.
A pochi attimi dalla partenza i cubani Silvio Leonard ed Osvaldo Lara, i polacchi Woronin e Dunecki, il tedesco orientale Hoff e il giamaicano Quarrie erano alla ricerca della massima concentrazione. Mennea, cui la sorte non regalò nulla, partiva dall’ottava corsia, quella di solito riservata alle lepri, ma soprattutto senza punti di riferimento. Wells, invece, era in settima. L’azzurro era tiratissimo, il suo corpo avvolto da un fascio di nervi. Si posizionò ai blocchi, mentre un giudice di gara, con giacca gialla e guanti neri, gli sussurrò qualcosa. La tensione era alle stelle. Il colpo dello starter decretò la partenza. All’imbocco della curva Mennea e Wells erano appaiati, ma poi lo scozzese allungò e sembrò quasi imprendibile; mentre Leonard e Quarrie avevano almeno due metri di vantaggio. Nel rettilineo l’azzurro sembrava cedere, ma proprio in quel momento di difficoltà, quando tutto sembrava perduto, iniziò una progressione incredibile.
Una reazione rabbiosa, che lo portò a recuperare metro dopo metro, fino a vincere con due centesimi di vantaggio sul grande rivale britannico e con dieci su Quarrie che precedette Leonard. Pietro Il Grande conquistò Mosca, ma soprattutto il cuore degli sportivi, con una rimonta incredibile, quella della resistenza alla velocità, la sua grande dote. E quell’indice al cielo in segno di vittoria si trasformò in oro, come il ricordo di un campione inimitabile, unico e straordinariamente vero. La nostra Freccia del Sud.
Federico Roman vince l’ultima medaglia azzurra nel completo individuale
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
Il boicottaggio dei Giochi Olimpici di Mosca 1980 aveva colpito in maniera significativa lo sport italiano, che dopo un compromesso con il Governo, decise di partecipare gareggiando sotto l’egida del CIO. Una delle discipline più penalizzate, per l’assenza degli atleti militari, fu indubbiamente quella degli Sport Equestri. In quegli anni, la nostra equitazione viveva un momento particolarmente felice, in virtù della tradizione della scuola militare, che aveva portato alla ribalta grandi cavalieri che diedero lustro al nostro Paese con i loro successi. Senza il supporto delle Forze armatae tutto si fece più difficile.
Si giunse, quindi, ad una sorta di mediazione, con la partecipazione autonoma della squadra, che oltre a non avere nessun supporto logistico, venne privata della presenza del tecnico Lucio Manzin. A quel punto, la squadra del concorso completo, si ritrovò in una situazione paradossale, non solo c’era da organizzare una spedizione del tutto anomala, ma da riorganizzare ex-novo. Federico Roman, montando Rossinan, reclutò una squadra che fece perno sul fratello minore Mauro, in sella a Dourakine 4, sulle amazzoni Anna Casagrande, su Daleye, Marina Sciocchetti, su Rohan de Lechereo, che a loro spese, misero in piedi una trasferta rocambolesca che divenne poi leggendaria.
Il cavaliere triestino (figlio di un sottufficiale, come i fratelli D’Inzeo), non solo giocò un ruolo di primo piano nella vicenda (quale leader indiscusso della squadra), ma scelse tre compagni di squadra che si erano formati alle Querce di Casorate Sempione, proprio nel centro ippico del padre. Una vera e propria scommessa. Roman si era formato nella brughiera lombarda, sotto la guida del padre Antonio, già istruttore di cavalleria e presso il Circolo Equestre Federale di Rocca di Papa. A Montreal 1976 era arrivato ad un passo dal podio, classificandosi al quarto posto nella prova a squadre e nono nell’individuale, per cui, i Giochi moscoviti, rappresentavano una nuova grande sfida per conquistare la tanto agognata medaglia olimpica.
Il concorso completo prevedeva tre prove spalmate in altrettante giornate di gara. Il debutto avvenne il 25 luglio con la prova di dressage. Federico Roman chiuse al settimo posto con 54,40 penalità, mentre la testa della classifica fu ad appannaggio del trio polacco formato da Wierzchowiecki, Daniluk e Szlapka. A seguire i sovietici Yuri Salnikov e Valery Volkov, rispettivamente quarto e sesto. Nella seconda giornata, invece, si disputò la prova di cross country, nella quale Roman sbaragliò la concorrenza con sole 49,20 penalità, precedendo i sovietici Aleksandr Blinov (56,40) e Salnikov (93,60). Fu una prova molto selettiva che falcidiò diversi concorrenti, lasciando in gara i più forti. L’azzurro al termine delle due prove balzò al comando della classifica generale con 103,60 penalità, davanti ai due sovietici Blinov (120,80) e Salnikov (146,60).
Alla vigilia dell’ultima e decisiva prova, che prevedeva il salto ad ostacoli, Roman aveva accumulato un vantaggio tale per cui poteva permettersi anche di sbagliare tre ostacoli sui dodici previsti. Il 27 luglio Roman non si fece sopraffare dall’emozione e portò a termine la prova commettendo un solo errore - il terzo elemento della doppia gabbia - che gli valse comunque il titolo olimpico. Il cavaliere italiano poté così esultare con il suo Rossinan, a sedici anni dall’ultimo trionfo italiano firmato da Mauro Checcoli a Tokyo. Una medaglia storica, che a distanza di quarant’anni, rimane l’ultimo successo azzurro nel concorso completo individuale.
Ma non solo, quel giorno resterà scolpito nella memoria anche per l’impresa nella prova a squadre, nella quale, lo stesso Federico, il fratello Mauro, Marina Sciocchetti ed Anna Casagrande si aggiudicarono la medaglia d’argento preceduti solo dai padroni di casa dell’Unione Sovietica. Una doppia impresa che non solo esaltò le loro doti tecniche, ma ne premiò la caparbietà, lungo un percorso accidentato, che giorno dopo giorno forgiò la loro unione, fino a farla diventare una memorabile impresa sportiva.
Sara si sveglia e sale più in alto di tutte cantando De Gregori
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
Viva l’Italia” cantava Francesco De Gregori nel 1979. Un brano indimenticabile, che divenne una sorta di colonna sonora, l’anno successivo, per festeggiare una grande impresa dello sport italiano. Mosca, 26 luglio 1980, finale del salto in alto femminile. La polacca Urszula Kielan sbaglia la misura di 1,97 mt. e l’indimenticato telecronista RAI, Paolo Rosi, dopo una breve esitazione, esulta: “Oro, medaglia d’oro, Sara Simeoni!”.
Una giornata memorabile, che consegnò agli annali il secondo titolo olimpico azzurro al femminile nell’atletica leggera, quarantaquattro anni dopo l’impresa di Ondina Valla a Berlino sugli 80 metri ad ostacoli. La 27enne saltatrice di Rivoli Veronese aveva coronato il suo sogno iniziato a Monaco 1972. Otto anni prima, il presidente del CONI, Giulio Onesti, malgrado la Simeoni avesse saltato “solo” 1,80 mt. nel corso della stagione, chiese di convocarla affinché facesse esperienza. Ebbe ragione: sesto posto e personale migliorato di cinque centimetri.
Quattro anni dopo, il primo podio olimpico a Montreal dietro l’avversaria di sempre, la tedesca dell’est Rosemarie Ackermann. Una crescita costante, frutto di duro lavoro e grandi sacrifici. Nel 1978, quindi, la grande svolta. Il 4 agosto, a Brescia, nel corso di una riunione di atletica tra le nazionali di Italia e Polonia, salta 2,01 mt. stabilendo il nuovo record del mondo. Un risultato eccezionale, il muro dei due metri era stato abbattuto. Qualche settimana più tardi dimostrò ancora una volta tutta la sua classe conquistando il titolo europeo a Praga, eguagliando il suo record.
Mancava, però, ancora qualcosa, per entrare nell’olimpo e Mosca era il palcoscenico ideale per provare la grande impresa. La vigilia non fu delle migliori, fino all’ultimo regnò l’incertezza sulla partecipazione, ma poi, con una formula ad hoc, senza atleti militari, la spedizione azzurra prese parte ai Giochi della XXII Olimpiade. Per la Simeoni cambiava poco, le avversarie più forti erano comunque presenti e la sfida era apertissima. La prova di salto in alto si svolse in due giorni. Il 25 luglio si disputarono le qualificazioni. Delle venti partecipanti, dodici superarono la misura richiesta a 1,88 mt., approdando così alla giornata successiva decisiva per le medaglie.
Il grande giorno era arrivato. Scrosci di pioggia avevano bagnato il prato dello stadio Lenin, la pedana era umida, la zona della gara un andirivieni che minava la concentrazione delle atlete e per l’azzurra fu un momento terribile. Non era in grado di trovare la carica giusta e nel giro di pochi minuti fu assalita da una crisi di panico. Una tragica mezz’ora, nel corso della quale la paura di vincere le faceva tremare le gambe. Fece un salto di prova, ma fu un disastro. Nel frattempo, dalle tribune, il marito allenatore, Erminio Azzaro, le gridò: “Sara svegliati!”. Di lì a poco, la ragione prese il sopravvento, proprio in coincidenza con l’inizio della gara e tutto cambiò.
Le favorite entrarono in gioco a 1,80 mt. Ad un certo punto, un po’ a sorpresa, la Simeoni rinunciò a 1,88 mt., chiedendo la misura successiva a 1,91 mt., che superò in scioltezza insieme alla Kielan e alla Ackermann. Successivamente l’asticella salì a 1,94 mt., ma anche la tensione iniziò a farsi sentire. Era il momento clou. La Ackermann uscì clamorosamente, la campionessa in carica dovette arrendersi tra lo stupore. La Simeoni e la Kielan, invece, volarono senza problemi già al primo tentativo; mentre, l’altra tedesca dell’est, Jutta Kirst, strappò la misura al secondo. La gara si decise a 1,97 mt. Le tre contendenti sbagliarono il primo tentativo, mentre, nel successivo, solo l’azzurra riuscì a superare l’asticella. Era in testa, ma doveva attendere i salti delle sue avversarie. La Kirst sbagliò, mentre la Kielan si giocò l’ultima possibilità. La Simeoni attese con grande trepidazione seduta su un asciugamano rosso. La polacca sbagliò e Sara con un balzo incredibile scattò in piedi alzando le braccia al cielo.
Aveva coronato il suo sogno olimpico, ma prima di festeggiare fece una carezza all’avversaria, sciogliendo quella tensione che divenne gioia. Sul podio del boicottaggio l’Inno di Mameli era proibito, ma l’azzurra intonò “Viva l’Italia”, la colonna sonora di una giornata memorabile.
European Tour, impresa Paratore! Suo il British Masters, 1°successo azzurro in un torneo post ripartenza
- GOLF
Il golf azzuro si prende la vetrina internazionale. L'azzurro colora l’European Tour, grazie alla grande impresa compiuta da Renato Paratore, capace di vincere con 266 colpi (65 66 66 69, -18) il Betfred British Masters, primo di una serie di sei tornei denominati “UK Swing”, tutti a porte chiuse, con cui è ripartito l’European Tour dopo lo stop a marzo per la pandemia.
Quarantaquattro anni dopo il fiorentino Baldovino Dassù (1976) un golfista italiano torna quindi a primeggiare in questo torneo.
Sul percorso del Close House GC (par 71), a Newcastle-upon-Tyne in Inghilterra, Paratore, 23enne romano, ha ottenuto il secondo titolo sul circuito, dopo il successo nel Nordea Masters del 2017, lasciando a tre colpi il danese Rasmus Hojgaard (269, -15) e a quattro il sudafricano Justin Harding (270, -14). Si tratta del primo successo tricolore in un torneo post ripartenza, oltre che in quello del massimo circuito continentale del green maschile.
Secondo dopo il turno iniziale, Paratore ha preso il comando nel secondo giro e ha fronteggiato con molta calma e sicurezza gli attacchi degli avversari, dimostrando una padronanza del gioco in tutte le parti del campo. Ha concluso con un parziale di 69 (-2) colpi, frutto di quattro birdie e di due bogey, tenendo conto che sulle prime 62 buche non ha segnato bogey. Si sono classificati al 38° posto con 281 (69 72 69 71, -3) Andrea Pavan e al 60° con 285 (71 70 66 78, +1) Guido Migliozzi.
L’irresistibile progressione di Maurizio Damilano nella 20 km di marcia vale l'oro e il record olimpico
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
La magnificenza di Mosca, la cui bellezza ai tempi della Guerra Fredda era solo un racconto di immagini accuratamente selezionate, si trasformò, il 24 luglio 1980, in un palcoscenico con recita a soggetto in cui emerse la classe e la tecnica di Maurizio Damilano. Il 23enne di Scarnafigi si laureò campione olimpico nella 20 chilometri di marcia al termine di una gara ricca di colpi di scena e che tenne con il fiato sospeso gli appassionati fino all’ingresso nello stadio Lenin.
L’azzurro si presentò ai Giochi Olimpici reduce dal sesto posto ai Campionati Europei di Praga del 1978, ma soprattutto dopo la cocente delusione patita nella Coppa del Mondo di Lugano del 1979, quando, a 300 metri dal traguardo, ad un passo dal successo, venne squalificato. A Mosca si presentò come outsider, ma con la consapevolezza di poter lottare almeno per una medaglia. Il grande favorito era il messicano Daniel Bautista, campione olimpico a Montreal 1976.
La gara programmata per il pomeriggio ebbe come protagonista assoluto il meteo, che in controtendenza con il clima moscovita, rappresentò un’autentica variabile: caldo e afa incisero e non poco sull’andamento della gara. Al via si presentarono 34 atleti in rappresentanza di 20 paesi, 25 terminarono la gara, dei 9 che non la conclusero 7 furono squalificati.b L’Italia era rappresentata dai gemelli Maurizio e Giorgio Damilano, allenati dall’altro fratello Sandro.
La prima parte di gara fu controllata dai messicani Bautista e Domingo Colin. Dal quindicesimo chilometro, invece, si trasformò in un vero e proprio thrilling, con colpi di scena a ripetizione. Colin venne squalificato, così come l’altro favorito, lo svedese Bo Gustafsson. A quel punto, Baustista provò l'allungo, mentre il sovietico Anatoly Solomin cercò di rimanergli in scia. Maurizio Damilano, grazie ai consigli a bordo strada di Pino Dordoni (olimpionico ad Helsinki 1952 nella 50 km. di marcia), preferì non cambiare ritmo nel tentativo di riprendere i fuggitivi, ma cercò il recupero in progressione. Quando mancavano poco più di due chilometri arrivò la svolta.
Bautista conduceva con quindici secondi di vantaggio, mentre Solomin precedeva di circa 30-40 metri Damilano. A sorpresa, il giudice capo, il polacco Kirkor, alzò la bandiera rossa e squalificò Bautista. Incredibile, il grande favorito era fuori dai Giochi e per Damilano si aprirono nuovi scenari. Solomin aveva un vantaggio di almeno 20 metri, ma Damilano, tra i vialetti stretti del parco dello stadio, non si diede per vinto gettando il cuore oltre l’ostacolo. Ad un certo punto il russo si bloccò all’improvviso, non per un problema fisico, tutt’altro, ancora una volta si alzò la bandiera rossa che decretò il suo fine gara.
A quel punto Damilano s’involò verso lo Stadio Lenin, con il cuore in gola, ma soprattutto con il maledetto ricordo di un anno prima quando vide svanire i sogni di gloria a pochi metri dl traguardo. Non si voltò, non volle dare l’impressione di essere affaticato, lo sguardo al cielo verso lo schermo, dove si materializzò la sagoma dell’altro sovietico Pyotr Pochenchukma, ma ormai era fatta, la vittoria in pugno, pochi metri e l’impresa diventò realtà. Medaglia d’oro con il tempo di 1h23’35”5 e record olimpico! Le emozioni, però, non finirono. Una volta tagliato il traguardo rimase in attesa dell’arrivo del gemello Giorgio, che si classificherà undicesimo. Un abbraccio che rimarrà scolpito nella memoria dello sport italiano.
L'Italia Team a 365 giorni dai Giochi: "torniamo a sognare per l'Italia, per lo sport"
- TOKYO 2020
365 giorni per tornare a vivere il sogno olimpico, 365 giorni per tornare a far vincere l’Italia. A un anno dall’inizio dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020 e alla vigilia di quella che, se non ci fosse stata la pandemia da Covid 19, sarebbe stata domani la cerimonia di apertura dell’Olimpiade giapponese, l’Italia Team fa squadra e, con un nuovo video, si lancia in questa sfida soltanto rimandata ma viva nel desiderio degli atleti azzurri.
“Torniamo a sognare. Per l’Italia. Per lo sport” dicono i campioni della Squadra Olimpica Italiana, mentre scorrono le immagini dei loro allenamenti quotidiani, degli attimi che precedono il gesto tecnico, delle sfide vinte e di quelle raccolte in questo anno segnato dall’emergenza da coronavirus, proiettandosi verso quelle da vivere insieme il prossimo anno in Giappone.
“Non ho mai smesso di credere, non ho mai pensato fosse finita, non smetterò di correre, ho trattenuto il respiro aspettando il mio momento. Adesso ripartiamo ancora più determinati, la gloria è a un soffio di vento, difenderemo con più grinta, combatteremo con più forza, ci tufferemo ancora più coordinati, fino a quel giorno. Tokyo, 23 luglio 2021”.
A prestare il volto a questo nuovo video dell’Italia Team sono stati campioni e campionesse come Frank Chamizo, Gianmarco Tamberi, Mauro Nespoli, Filippo Tortu, Gregorio Paltrinieri, Giuseppe Vicino, Federica Pellegrini, Paola Egonu, Ivan Zaytsev, Alessia Maurelli e le Farfalle della ginnastica e, tra i tanti, gli azzurri della vela, della scherma, del ciclismo, del nuoto, dei tuffi, del beach volley e della pallavolo. Un messaggio di squadra, quella olimpica italiana, a 365 giorni dal sogno. Con un obiettivo soltanto rimandato: far sventolare in alto il Tricolore sul podio a cinque cerchi di Tokyo.
One year to go: evento in Giappone e campagna social CIO a un anno dai Giochi
- TOKYO 2020
Una kermesse simbolica nel giorno del “-1" anno ai Giochi Olimpici Estivi. Il Comitato Organizzatore di Tokyo 2020 ha deciso di salutare la speciale ricorrenza del countdown con una breve celebrazione all'Olympic Stadium della capitale giapponese, nella venue e all’orario (le 20 nipponiche) destinati a scandire – proprio tra 12 mesi, il 23 luglio del 2021 - la cerimonia di apertura dell’evento a cinque cerchi, rinviato quest’anno a causa della pandemia legata al virus COVID-19. L’evento – trasmesso in diretta streaming sul sito del CONI grazie ad Olympic Channel – si è svolto senza pubblico: presente solo una delegazione degli organi di informazione.
Nell’occasione è stato lanciato un video all’insegna dell’hashtag #StrongerTogether lanciato dal CIO, che include messaggi di gratitudine e di sostegno per chiunque sostenga l’importanza della manifestazione, esprimendo supporto agli atleti impegnati nel loro percorso di avvicinamento ai Giochi. È stata la giovane nuotatrice giapponese Ikee Rikako a farsi portavoce del pensiero collettivo, mentre veniva proiettata la lanterna con la fiamma olimpica, in uno scenario impreziosito da alcuni slogan eloquenti - tra cui “Together we can all win” -, come segno di speranza e di coesione in vista dell’attesa edizione dei Giochi. La ricorrenza è stata celebrata anche via social, sul canale Instagram del CIO @Olympics, grazie alle ginnaste giapponesi Mai Murakami e Kohei Uchimura, all’americana Simone Biles e al nuotatatore statunitense Nathan Adrian.
CONI e GP2Sport insieme nel formare la dual career degli atleti
- FIRMATO PROTOCOLLO
Il CONI e la Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport insieme per formare gli atleti sulla dual career. Il protocollo è stato siglato oggi al Foro Italico dal Presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, Giovanni Malagò e da quello della Fondazione GP2Sport, Daniele Pasquini, alla presenza della Presidente della Commissione Nazionale Atleti CONI, Raffaella Masciadri e di Mara Santangelo, membro del Comitato Direttivo della Commissione.
Grazie all’intesa, firmata questa mattina nella Sala delle Fiaccole, il CONI, attraverso la propria Commissione Nazionale Atleti, e GP2Sport avviano una collaborazione finalizzata alla realizzazione di processi di sensibilizzazione e formazione degli atleti sui temi della dual career del movimento olimpico nell’ambito della formazione e iniziative promosse da entrambi, attraverso forme e modalità congiuntamente individuate.
Riconoscendo il ruolo e il valore insostituibile affidato allo sport nella formazione delle giovani generazioni affinché crescano come cittadini maturi e consapevoli dei propri diritti e doveri, CONI e GP2Sport, interlocutore tra il sistema universitario del mondo ecclesiale, promuoveranno la costituzione di una rete di collaborazione con altri soggetti impegnati nel mondo dello sport e organizzeranno momenti di condivisione con gli atleti, le Federazioni Sportive Nazionali, le Associazioni Sportive o altri soggetti anche con la partecipazione di esperti e testimonial. Grazie a questo accordo, sport e studio faranno ancor di più squadra e nasceranno e si rafforzeranno percorsi formativi che offriranno agli atleti contenuti e competenze di tipo laico, educativo, umanistico e culturale da utilizzare nella vita, anche al termine dell’attività agonistica.
Giovannetti è il primo azzurro a vincere l’oro. Sale il tricolore ma è un errore
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
Un cappellino che vola in cielo, un urlo di liberazione e la gioia che pervade lo sguardo dopo tre giorni di tensioni ed adrenalina allo stato puro. Luciano Giovannetti conquista la prima medaglia d’oro azzurra ai Giochi Olimpici di Mosca 1980 confermando la “regola dell’otto” nella fossa olimpica. Una tradizione iniziata da Galliano Rossini a Melbourne 1956, proseguita con Ennio Mattarelli a Tokyo 1964 ed Angelo Scalzone a Monaco 1972 e resa indimenticabile dalla prova superlativa dell’estroso 34enne di Bottegone nella XXII Olimpiade moderna.
Un cacciatore prestato al tiro, amava definirsi. Nel periodo di chiusura della stagione della caccia, infatti, si cimentò con le gare dimostrando di avere i numeri per poter competere. Una storia di passione e di talento, che lo vide emergere, a soli vent’anni, con la vittoria del Gran Premio Industrie di Piombino. Negli anni successivi fece incetta di titoli europei e mondiali, ma il grande sogno, come per tutti gli sportivi, era quello di conquistare il titolo olimpico.
A Mosca di presentò da outsider, i grandi favoriti erano il tedesco dell’est, Jörg Damme e il cecoslovacco Josef Hojny. Giovannetti, alla sua prima Olimpiade, voleva dimostrare di giocarsela con i più forti, che malgrado il boicottaggio, erano tutti ai nastri di partenza. Le gare ebbero inizio domenica 20 luglio, si sparava da cinque posizioni diverse su bersagli imprevedibili: 34 tiratori alla ricerca delle ambite medaglie. Nel bosco di betulle che avvolgeva il Mytischtschi, campo di tiro della Dynamo Mosca, l’azzurro si presentò dopo una notte insonne, causata da un’improvvisa infiammazione ad un dente. Una vigilia complicata, che ne poteva minare la concentrazione, ma che Giovannetti superò brillantemente con un esordio quasi perfetto: un solo errore nella prima serie da 75 colpi.
Il giorno successivo, in cui pioggia e sole facevano a gara nel dominare il cielo moscovita, fu protagonista di una prestazione magistrale: 75/75. Un risultato che gli valse il primo posto, con 149/150, davanti proprio a Damme e Hojny, appaiati a 148/150. A seguire i russi Yambulatov (147) e Asanov (146), lo spagnolo Vallduvi (145) e il compagno di squadra Silvano Basagni (145), già bronzo a Monaco 1972. Nella terza e decisiva giornata, martedì 22 luglio, erano in programma due serie da 25 piattelli.
Nella prima mise a segno un fenomenale 25/25, mentre, nella seconda, sbagliò il 17° piattello, chiudendo con 24/25. In tribuna il Presidente del CONI, Franco Carraro, il Capo Missione Mario Pescante e il Presidente della FIGC, Artemio Franchi, con una trentina di tifosi italiani, trattenevano il fiato. Dai campi adiacenti, però, arrivavano notizie confortanti: Damme e Hojny non andarono a bersaglio per ben due volte. Giovannetti non lo sapeva e continuò la sua marcia trionfale laureandosi campione olimpico con il punteggio di 198/200, davanti a Yambulatov e Damme, costretti poi allo spareggio per la piazza d’onore. Settimo Basagni con 194/200.
Era l’apoteosi e quel cappellino sbiadito, ma portafortuna, poteva essere lanciato in aria! Nel suo paese d’origine, in provincia di Pistoia, le campane della Chiesa di San Michele Arcangelo suonarono a festa. A pochi chilometri da Mosca, invece, nel corso della premiazione, si rischiò l’incidente diplomatico. Alcuni tifosi italiani convinsero l’addetto al cerimoniale ad issare il tricolore, che venne subito ammainato in fretta e furia, perché l’Italia, a causa del boicottaggio, gareggiava sotto la bandiera del CIO. L’Inno di Mameli, però, si alzò dalle tribune, dove un gruppo di tifosi cantò a squarcia gola, rendendo indimenticabile una giornata da incorniciare per lo sport italiano.
A 2026 giorni dall'apertura dei Giochi, primo CdA dopo il lockdown
- MILANO CORTINA 2026
A 2026 giorni dalla cerimonia di apertura dell’Olimpiade invernale Milano Cortina 2026, il Consiglio di Amministrazione della Fondazione che organizza i Giochi si è riunito nell’iconica sede milanese del Pirellone per due giorni di lavori sotto la guida del Presidente Giovanni Malagò. Durante la sessione di ieri e ancora questa mattina, il management guidato dall’Amministratore Delegato Vincenzo Novari ha fornito ai consiglieri un’informazione ampia e dettagliata sull’andamento del progetto Olimpico e Paralimpico, che è proseguito senza ritardi anche durante il lockdown, e sulle linee di sviluppo per il futuro.
“Siamo ottimisti, positivi e propositivi”, ha dichiarato il Presidente Malagò. “C’è grande curiosità e interesse verso questa Olimpiade perché con la doppia candidatura di Milano e Cortina abbiamo aperto una nuova era: decolla concretamente il progetto di un grande evento innovativo, carico di energia sul piano sportivo e leggero dal punto di vista economico e strutturale. Costruire meno, costruire meglio e lasciare una legacy per il futuro, questi sono dei punti fermi. Una visione a cui tutti i consiglieri, sia i rappresentanti dei territori e delle istituzioni che quelli dello sport, in questa due giorni hanno contribuito con spirito positivo”.
Milano Cortina 2026 è la prima Olimpiade invernale che muove dal rispetto dell’Agenda 2020 del Comitato Internazionale Olimpico e della New Norm, la riforma del 2018 che mira a rendere i Giochi Olimpici e Paralimpici un grande evento sostenibile, flessibile ed efficiente, sia sotto il profilo operativo che finanziario, creando al contempo più valore per le città ospitanti nell’immediato e nel lungo termine.
“Sarà un’Olimpiade corale. Vogliamo che Milano-Cortina 2026 non siano solo i Giochi di Milano o di Cortina, ma di tutta l’Italia”, ha sottolineato l’ad Vincenzo Novari. “E’ un’occasione unica di sviluppo per un Paese che deve ripartire: per questo il nostro lavoro inizia subito e lascerà un’eredità positiva ben oltre il 2026. Il progetto che abbiamo elaborato e che il Consiglio sposa integralmente, coniuga l’eccellenza sportiva e l’efficienza economica, i due criteri che guideranno tutte le nostre scelte. L’obiettivo, con il concorso del CIO, del mondo Paralimpico, delle Federazioni sportive e dei rappresentanti dei Territori, è realizzare un’edizione indimenticabile dei Giochi. La prima che, per quanto riguarda l’operatività dell’evento, non utilizzerà un euro di denaro pubblico, lasciando un’impronta leggera e positiva del proprio passaggio”.
Al termine della due giorni – un’occasione anche per fare il punto anche sui progetti e gli eventi che accompagneranno i Giochi sul territorio - il CDA della Fondazione ha approvato all’unanimità la relazione del Presidente e, a maggioranza, alcune modifiche statutarie di natura tecnica, e ascoltato la relazione del Project Director, Diana Bianchedi. Al CDA, che ha già programmato la sua prossima riunione entro fine ottobre, erano presenti - oltre al Presidente Malagò e all’AD Novari - il Presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli, le Federazioni, i consiglieri di area sportiva e quelli in rappresentanza del Governo e dei Territori che ospiteranno i Giochi (Regione Lombardia, Regione Veneto, Comune di Milano, Comune di Cortina d’Ampezzo, Provincia autonoma di Bolzano e Provincia autonoma di Trento).
Presente anche Piers Jones, Head of Games Delivery del CIO: “Lavoriamo in stretta sinergia con il Comitato Organizzatore. Un’Olimpiade è la più grande sfida che un Paese possa affrontare in tempo di pace. Una straordinaria occasione per il movimento sportivo e per l’Italia intera. Il CIO apprezza molto il lavoro fin qui svolto ed è a fianco della Fondazione perché Milano Cortina 2026 sia un esempio per tutti i prossimi Giochi ”.
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