Torna la Settimana Europea dello Sport, l'iniziativa dell'Unione per promuovere l'attività fisica
- DAL 23 AL 30 SETTEMBRE
Dal 23 al 30 settembre torna la Settimana Europea dello Sport - EWoS 2020: l'iniziativa lanciata nel 2015 dalla Commissione Europea per promuovere lo sport e l'attività fisica in tutto il continente.
Lo sport e l'attività fisica contribuiscono in modo significativo alla salute e benessere dei cittadini europei, tuttavia, il livello di attività fisica in Europa è attualmente stagnante e persino in calo in alcuni Paesi dell'Unione. La Settimana europea dello sport è nata quindi come una risposta congiunta a questa sfida, con i singoli Governi - in Italia il responsabile del progetto è il Dipartimento per lo Sport della Presidenza del Consiglio dei Ministri con il supporto di Sport e Salute Spa e il coinvolgimento di tutti gli Organismi Sportivi - finanziati direttamente dall'UE per la realizzazione delle attività in programma.
Dopo l’edizione da record dello scorso anno, quella del 2020 assume un particolare significato a causa della pandemia da Covid-19 in corso e, date le restrizioni vigenti in tema di eventi in presenza, il progetto si focalizzerà sulla promozione dell’aggregazione sportiva, incentivando workout, allenamenti e flashmob sportivi sull’intero territorio nazionale.
A Roma, nel Parco del Foro Italico, verranno promosse le pratiche sportive spontanee ed individuali e, tra gli eventi in calendario, spicca la #BeActiveNight, ideata nel 2018 e in programma il 26 settembre, in contemporanea in tutti i Paesi dell'Unione.
Il progetto sposa inoltre i Social Development Goals presenti nell’Agenda 2030 dell’ONU, favorendo diverse e specifiche modalità di svolgimento dell’attività fisica e sportiva, considerata elemento centrale per lo sviluppo psicofisico delle persone.
La campagna #BeActive, lanciata ufficialmente lo scorso 23 giugno in occasione dell’International Olympic Day, promuove il messaggio #BeActive durante tutto l'anno e culminerà proprio nel corso della Settimana Europea dello Sport.
Festa di colori all’apertura del terzo millennio. Cathy Freeman accende la fiamma dei Giochi “green style”
- 20 anni fa i Giochi Olimpici a Sydney
Dal passato alla ricerca della riconciliazione avviata nel presente, che vedeva nella convivenza pacifica tra i popoli, quel futuro pieno di speranza alle soglie del Terzo Millennio. Un messaggio forte, alto, che riecheggiò quel 15 settembre del 2000 nel corso della cerimonia d’apertura dei Giochi della XXVII Olimpiade. Una meravigliosa festa di colori, che ripercorse l’epopea australiana, attraverso il sogno acquatico dell’allora tredicenne Niki Wabster, che si dispiegò tra l’incontro con il popolo aborigeno, la dura colonizzazione e la costruzione della civiltà.
Le premesse erano quelle di una grande festa dello sport, immersa in un’atmosfera speciale, nella nazione con la più alta percentuale di sportivi praticanti al mondo. L’ultima Olimpiade del XX secolo sembrava aver cancellato le amarezze di quattro anni prima ad Atlanta. Gli occhi dei 110.000 spettatori dello Stadium Australia e quelli dei quattro miliardi incollati alla tv, furono rapiti da uno spettacolo unico, una delle cerimonie più affascinanti della storia. La due volte campionessa olimpica di hockey su prato femminile, Rechelle Hawkes, pronunciò il giuramento olimpico, mentre, Sir William Deane, Governatore generale dell’Australia, aprì ufficialmente i Giochi.
La grande attesa, però, era per l’ultimo tedoforo, rimasto nell’anonimato fino a pochi istanti prima di fare il suo ingresso allo stadio. Poi, all’improvviso, il boato della folla, che riconobbe la velocista aborigena Cathy Freeman, simbolo dell’integrazione razziale tra indigeni e il resto della popolazione australiana. La vice campionessa olimpica dei 400 mt. piani, di bianco vestita, emozionata come non mai, salì sul palco ed accese il tripode posizionato sull’acqua, che con un grande effetto scenico si alzò come un’astronave, raggiungendo la parte alta dell’impianto tra lo stupore del pubblico.
Un momento di grande emozione, al pari dell’ingresso delle due Coree, nazioni separate da un’ideologia politica e sempre sull’orlo del conflitto, che sfilarono dietro la stessa bandiera, mano nella mano. Lo sport, con i suoi valori, aveva vinto ancora una volta. Nel corso della cerimonia sfilarono 199 Comitati Olimpici, a cui si aggiunse la rappresentativa di Timor Est, che marciò sotto la bandiera a cinque cerchi per motivi politici. Nel 1999 Timor Est aveva votato la sua indipendenza dall’Indonesia, provocando scontri sanguinosi, risolti soltanto in parte dalle forze di pace delle Nazioni Unite. Eritrea, Micronesia e Palau si presentarono per la prima volta. L’unica delegazione, presente nel 1996, ma assente a Sydney, fu quella afgana, esclusa a causa delle leggi di discriminazione verso le donne in ambito sportivo.
Gli atleti in gara furono 10.651, con ben 4.069 donne, grandi protagoniste della kermesse. Delle trentadue discipline, dunque, ventotto erano aperte alle gare femminili. Prima volta per il trampolino elastico, il taekwondo e i tuffi sincronizzati, così come per il pentathlon, il salto con l’asta, la pallanuoto ed il sollevamento pesi femminili.
La partecipazione italiana, invece, avvenne in un momento storico complicato per il CONI, a causa della mancanza di fondi, logica conseguenza della crisi del Totocalcio. La squadra azzurra si presentò con 361 atleti (244 uomini e 117 donne), capitanati dal portabandiera Carlton Myers, cestista della Fortitudo Bologna, un ragazzo di colore nato a Londra, ma cresciuto a Rimini, prima di esplodere a livello internazionale con la squadra bolognese e diventare campione d’Europa a Parigi con la Nazionale allenata da Boscia Tanjevic.
La designazione di Sydney, a discapito di Berlino, Manchester, Pechino ed Istanbul, avvenne alla 101a Assemblea del CIO il 23 giugno 1993 a Montecarlo. L’organizzazione australiana fu di primissimo livello: il parco olimpico di Homebush fu realizzato bonificando un’area industriale dismessa piena di rifiuti tossici, concentrando la maggior parte degli impianti proprio in quella zona, una città dello sport splendida, con le vie dedicate ai grandi campioni della storia sportiva australiana. Per raggiungere quest’area fu realizzata una nuova linea ferroviaria veloce, completata quasi due anni prima dell’inizio dei Giochi, mentre i biglietti dei mezzi pubblici furono venduti a prezzi modici, in modo da convincere i cittadini a lasciare a casa la macchina.
Il compito degli organizzatori e dei soggetti pubblici competenti si svolse senza particolari ostacoli, in quanto il governo statale aveva approvato una normativa che esentava i progetti connessi con i Giochi dalle normali procedure autorizzative. Un significativo punto di svolta ci fu nel 1993, quando il Comitato promotore presentò le linee guida ambientali per i Giochi (condivise con gli ambientalisti, che ebbero un ruolo attivo), prima di aggiudicarsi il diritto ad ospitarli. Quegli orientamenti non solo servirono come argomento spendibile per convincere i membri del CIO, ma guidarono la gran parte della pianificazione e dell’esecuzione delle opere: un lascito che diede vita ai cosiddetti “Giochi verdi”. Durante la Giornata mondiale dell’ambiente del 2001 le Nazioni Unite conferirono a Sydney il prestigioso premio “Global 500” per l’eccellenza ambientale, l’apoteosi di un’Olimpiade indimenticabile dallo stile green.
Le medaglie azzurre di Sydney 2000
Giovanni Calabrese, Nicola Sartori Bronzo – Canottaggio: due di coppia
Paolo Vidoz Bronzo – Pugilato: super massimi (+91 kg)
Marco Bracci, Andrea Gardini, Andrea Giani, Pasquale Gravina, Marco Meoni, Samuele Papi, Andrea Sartoretti, Paolo Tofoli, Alessandro Fei, Luigi Mastrangelo, Mirko Corsano, Simone Rosalba Bronzo - Pallavolo
Daniele Crosta, Gabriele Magni, Salvatore Sanzo, Matteo Zennaro Bronzo – Scherma: fioretto a squadre
Domenico Fioravanti Oro – Nuoto; 100 m rana; Oro – 200 m rana
Angelo Mazzoni, Maurizio Randazzo, Paolo Milanoli, Alfredo Rota Oro – Scherma: spada a squadre
Pino Maddaloni Oro – Judo: 73 kg
Antonella Bellutti Oro – Ciclismo: corsa a punti
Valentina Vezzali Oro – Scherma: fioretto
Massimiliano Rosolino Oro – Nuoto: 200 m misti; Argento - 400 sl; Bronzo – 200 m sl
Paola Pezzo Oro - Ciclismo: mountain bike
Giovanna Trillini, diana Bianchedi, valentina Vezzali Oro – Scherma: fioretto a squadre
Agostino Abbagnale, Alessio Sartori, Rossano Galtarossa, Simone Raineri Oro – Canottaggio: quattro di coppia
Alessandra Sensini Oro – Vela: classe mistral
Govanni Pellielo Bronzo - Tiro a Volo: fossa olimpica
Girolamo Giovinazzo Bronzo – Judo: 66 kg
Pierpaolo Ferrazzi Bronzo – Canoa Kayak: K1 slalom
Davide Rummolo Bronzo – Nuoto: 200 m rana
Ylenia Scapin Bronzo – Judo: 70 kg
Giovanna Trillini Bronzo – Scherma: fioretto
Silvio Martinello, Marco Villa Bronzo – Ciclismo: americana
Luca Devoti Argento – Vela: classe finn
Fiona May Argento – Atletica: lungo
Antonio Rossi, Beniamino Bonomi Oro - Canoa Kayak: K2 1000 m
Josefa Idem Oro – Canoa Kayak: K1 500 m
Deborah Gelisio Argento - Tiro a Volo: double trap
Ilario Di Buò, Matteo Bisiani, Michele Frangilli Argento - Tiro con l'arco: a squadre
Valter Molea, Riccardo Dei Rossi, Lorenzo Carboncini, Carlo Mornati Argento – Canottaggio: quattro senza
Elia Luini, Leonardo Pettinari Argento – Canottaggio: due di coppia PL
Nicola Vizzoni Argento – Atletica: martello
Emanuela Pierantozzi Bronzo – Judo: 78 kg
Al via gli Europei in Lettonia, tre coppie azzurre in gara
- BEACH VOLLEY
Da domani martedì 15 settembre a Jurmala (Lettonia), prenderanno il via i Campionati Europei di beach volley, che termineranno domenica 20 con le gare che assegneranno le medaglie.
L'evento clou continentale di beach volley tornerà sulla spiaggia di Majori dopo che la località balneare più famosa della Lettonia aveva già ospitato i Campionati Europei nel 2017, anno in cui a trionfare furono gli azzurri Daniele Lupo e Paolo Nicolai.
Novità dell’ultima ora è il cambio coppia effettuato nel tabellone maschile con Jakob Windisch che affiancherà Adrian Carambula. Il giovane azzurro sostituirà Enrico Rossi che ha dovuto dare forfait a causa di un problema alla spalla. Con loro confermati gli atleti dell’Aeronautica Militare, vice campioni olimpici e tre volte campioni continentali (2014, 2016, e nel 2017 proprio a Jurmala) Daniele Lupo e Paolo Nicolai e nel tabellone femminile Marta Menegatti e Viktoria Orsi Toth.
Le azzurre allenate da Terenzio Feroleto sono inserite nella pool F insieme a Hermannova-Slukova (Repubblica Ceca), Jupiter-Chamereau (Francia) e alle padroni di casa Namike-Brailko (Lettonia).
Nel tabellone maschile Lupo-Nicolai sono stati inseriti, come teste di serie, nella pool E dove se la dovranno vedere con Heidrich-Gerson (Svizzera), Walkenhorst-Winter (Germania), Dziadkou-Piatrushka (Bielorussia).
Infine, Jakob Windisch e Adrian Carambula, sono stati sorteggiati nella pool H con Herrera-Gavira (Spagna), Seidl Rob-Waller (Austria), Krattiger-Breer (Svizzera).
Le pool delle coppie italiane
Pool E maschile
Lupo-Nicolai (Italia)
Heidrich-Gerson (Svizzera)
Walkenhorst-Winter (Germania)
Dziadkou-Piatrushka (Bielorussia)
Pool H maschile
Windisch-Carambula (Italia)
Herrera-Gavira (Spagna)
Seidl Rob-Waller (Austria)
Krattiger-Breer (Svizzera)
Pool F femminile
Hermannova-Slukova (Repubblica Ceca)
Menegatti-Orsi Toth (Italia)
Jupiter-Chamereau (Francia)
Namike-Brailko (Lettonia)
Il Calendario (disponibili al momento solo i primi match)
15 settembre
Pool F femminile
ore 13 Menegatti/Orsi Toth - Jupiter-Chamereau (Francia)
16 settembre
Pool E maschile
ore 12 Nicolai/Lupo – Dziadkou/Piatrushka (Bielorussia)
Pool H maschile
ore 10 Windisch/Carambula – Krattiger/Breer (Svizzera)
La cerimonia di chiusura conclude l’edizione dei record e della rinascita. Azzurri 24 volte sul podio.
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Il 12 settembre del 1920 calava il sipario sui Giochi della VII Olimpiade. Anversa e il Belgio, non solo organizzarono una manifestazione a tempo di record, ma riuscirono, nei trenta giorni di gare, a far dimenticare, almeno in parte, i terrificanti flash-back della Grande Guerra. La decisione del CIO di puntare sulla città fiamminga, non fu semplicemente una scelta simbolica, ma l’occasione per onorare gli oltre cento atleti che pagarono con la vita le atrocità di quel conflitto assurdo.
I Giochi premiarono gli Stati Uniti, che con 95 medaglie (41 ori, 27 argenti e 27 bronzi) conquistarono la leadership, davanti alla Svezia con 64 (19, 20, 25) e alla Gran Bretagna con 43 (15, 15, 13). L’Italia si classificò al settimo posto del medagliere con 13 ori, 5 argenti e 6 bronzi.
Lo schermidore livornese Nedo Nadi conquistò ben cinque titoli, diventando, di fatto, il grande protagonista dell’Olimpiade. Vinse nel fioretto individuale e a squadre (con Aldo, Baldo Baldi, Oreste Puliti, Rodolfo Terlizzi, Tommaso Costantino, Abelardo Olivier e Pietro Speciale); nella sciabola individuale e a squadre (in coabitazione con Baldo Baldi, Aldo Nadi, Oreste Puliti, Dino Urbani, Federico Cesarano, Francesco Gargano e da Giorgio Santelli) e nella spada a squadre (assieme ad Aldo Nadi, Andrea Marazzi, Dino Urbani, Abelardo Olivier, Giovanni Canova, Tommaso Costantino, Paolo Thaon de Revel, Antonio Allocchio e Tullio Bozza). Non si iscrisse, però, alla prova di spada individuale, forse per rispetto all’editto del padre, che la definì “un’arma priva di disciplina”. Il dominio della scherma azzurra fu completato dall’argento del fratello Aldo nella sciabola individuale.
Dagli sport equestri, poi, arrivarono altre cinque medaglie. L’oro e l’argento di Tommaso Lequio di Assaba ed Alessandro Valerio nel concorso individuale di salto ad ostacoli, cui si aggiunse il bronzo di Ettore Caffaratti, Giulio Cacciandra, Carlo Asinari ed Alessandro Alvisi nella prova a squadre. Caffaratti, inoltre, vinse il bronzo nel concorso completo individuale e l’argento nella prova a squadre insieme a Garibaldi Spighi, Cacciandra ed Asinari.
Indimenticabile, quindi, la doppietta d’oro di Ugo Frigerio nei 3000 e 10.000 mt. di marcia. Durante la premiazione del fanciullo d’oro, alla presenza di Re Alberto di Belgio, la banda che doveva eseguire l’inno italiano pare - così narra la leggenda - avesse perso lo spartito della “Marcia Reale”. Per togliersi dall’impaccio, il direttore chiese ai componenti della banda si suonare “O sole mio” da tutti conosciuta a memoria ed immediatamente l’esecuzione venne seguita a gran voce dagli spettatori dello Stadio Olimpico. L’atletica leggera si aggiudicò anche due bronzi con Valerio Arri nella maratona ed Ernesto Ambrosini nei 3000 mt. siepi.
Grandi soddisfazioni pure per il canottaggio, con lo splendido oro conquistato da Ercole Olgeni, Giovanni Scatturin e dal giovanissimo timoniere Guido De Filip, a cui si aggiunse l’argento di Erminio Dones e Pietro Annoni nel due di coppia, sconfitti dal formidabile duo statunitense composto da John Kelly (padre di Grace, principessa di Monaco) e dal cugino Paul Costello.
L’Italia confermò il suo strapotere anche nella ginnastica, con il successo di Giorgio Zampori sia nel concorso generale individuale, che in quello a squadre con Giuseppe Domenichelli, Carlo Fregosi, Francesco Loi, Luigi Maiocco, Lorenzo Mangiante, Paolo Salvi, Angelo Zorzi, Fernando Bonatti, Luigi Cambiaso, Carlo e Luigi Costigliolo, Roberto Ferrari, Romualdo Ghiglione, Ezio Roselli, da Giovan Battista Tubino, Luigi Contessi, Ambrogio Levati, Ferdinando Mandrini, Antonio Marovelli, dal modenese Arnaldo Andreoli, Ettore Bellotto, Vittorio Lucchetti e Michele Mastromarino.
Le sorprese, invece, arrivarono dal sollevamento pesi, con l’incredibile vittoria del burbero dal cuore d’oro, Filippo Emanuele Bottino, nella categoria massimi; oltre all’argento dell’altro genovese, Pietro Bianchi, nei medi. Soddisfazioni altresì per il ciclismo, oro nell’inseguimento a squadre sui 4000 mt., con il quartetto formato da Primo Magnani, Ruggero Ferrario, Arnaldo Carli e da Franco Giorgetti. Il bottino azzurro fu rimpinguato dai bronzi di Edoardo Garzena nel pugilato pesi piuma e di Giuseppe Tonani nel tiro alla fune.
Diversi i personaggi che si misero in luce nel corso dei Giochi belgi. Nel mezzofondo lungo s’intravide la luce della stella finlandese Paavo Nurmi, oro nei 10.000 mt. e nelle prove di corsa campestre individuale e a squadre, ma che si dovette accontentare dell’argento nei 5000 mt. alle spalle del francese Joseph Guillemot. Nel nuoto, quindi, l’hawaiano Duke Kahanamoku, otto anni dopo Stoccolma, rivinse i 100 mt. stile libero, migliorando di tre secondi il suo record. La finale fu ripetuta per il reclamo dell’australiano William Herald, che si era visto tagliare la strada dallo statunitense Norman Ross. Kahanamoku vinse ancora, senza record, cinque giorni dopo e fu anche l’ultima volta che si nuotò senza corsie. Le gare di nuoto si disputarono allo Stade Nautique, in un canale fangoso. “Maestà, abbiamo nuotato nella mola, non nell’acqua”, disse alla regina la campionessa statunitense Ethelda Bleibtrey, mentre riceveva i complimenti per i suoi tre ori vinti nei 100, 300 e nella staffetta 4x100 mt. stile libero.
Straordinaria anche la storia della tuffatrice statunitense Aileen Riggin, che partecipò ai Giochi quasi per scommessa: aveva da poco compiuto quattordici anni e pesava solo 32 kg. Nata a Newport, Rhode Island, fu primatista di longevità. Nei tuffi da un metro sconfisse la compagna di squadra Helen Wainwright e restò la più giovane vincitrice olimpica fino a Berlino 1936, quando l’altra teenager a stelle e strisce, Marjorie Gestrung, conquistò l’oro nel trampolino da tre metri, tre mesi prima di compiere quattordici anni.
L’Olimpiade si chiuse senza il fatidico “Arrivederci a….”, Parigi, che venne assegnata nel 1921, accontentando la richiesta di Pierre de Coubertin, alla sua ultima presidenza in seno al Comitato Olimpico. Di Anversa, però, si ricorderà quella forza propulsiva di valori positivi, che diedero luogo ai Giochi della rinascita.
Partecipanti: Nazioni: 29 - Atleti: 2626 (2561 Uomini; 65 Donne) - Italiani: 172 (171 Uomini; 1 Donna)
Medaglie Azzurre: 13 Oro – 5 Argento - 6 Bronzo
Due azzurri sul podio nel salto ostacoli: vince Tommaso Lequio di Assaba secondo Alessandro Valerio
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Nel giorno della cerimonia di chiusura dei Giochi della VII Olimpiade, i cavalieri italiani furono i grandi protagonisti del concorso di salto ad ostacoli. Tommaso Lequio di Assaba ed Alessandro Valerio si aggiudicarono rispettivamente l’oro e l’argento nella prova individuale, rimpinguando il bottino di medaglie degli sport equestri.
Ettore Caffaratti aveva vinto il bronzo nel concorso completo individuale e l’argento nella prova a squadre assieme a Garibaldi Spighi, Giulio Cacciandra e Carlo Asinari, cui seguì l’altro bronzo nel salto ad ostacoli a squadre sempre con Caffaratti, Cacciandra, Asinari ed Alessandro Alvisi. Per la scuola equestre italiana fu l’apoteosi: cinque medaglie nelle sette prove in programma.
Tommaso Lequio, era figlio del generale Clemente, che assunse il cognome onorifico di Assaba, grazie ad un’impresa nella campagna di Libia, dove sconfisse i berberi condotti da Suleiman al Baruni. In gioventù si arruolò nel Regio Esercito e fu assegnato all’Arma di Cavalleria, distinguendosi nella Prima Guerra Mondiale in forza al 6° Reparto, tanto da essere decorato con la medaglia di bronzo al valor militare. L’Italia aveva vinto la sua prima medaglia d’oro a Parigi nel 1900, con Gian Giorgio Trissino - ex aequo con il francese Dominique Gardères - nel salto in alto con 1,85 mt., anche se poi gli sport equestri uscirono dal programma olimpico fino a Stoccolma 1912, quando ritornarono con una formula moderna ed evoluta.
La gara si disputò allo Stadio Olimpico, in un’unica manche, in cui si sfidarono venticinque cavalieri in rappresentanza di sei paesi. L’Italia schierò sei binomi: Tommaso Lequio di Assaba su Trebecco, Alessandro Valerio su Cento, Santorre de Rossi di Santa Rosa su Neruccio, Garibaldi Spighi su Virginia, Ruggero Umbertalli su Proton ed Emilio Benini su Passero. Il tenente Lequio di Assaba, tra i più giovani con i suoi quasi 27 anni, non era tra i favoriti della vigilia, ruolo che spettava ad Umbertalli, che l’anno prima si era imposto ai Giochi Interalleati (una sorta di Olimpiade riservata agli atleti militari degli Stati usciti vincitori dal conflitto mondiale), il test più attendibile per valutare le credenziali dei cavalieri in gara ad Anversa.
Lo svedese Carl Gustaf Lewenhaupt fu l’unico concorrente in gara ad aver partecipato alla prova olimpica di quattro anni prima nel suo Paese, rappresentante della scuola scandinava ricca di tradizione e talento, che proprio ai Giochi di Anversa si aggiudicò quattro prove su sette. I cavalieri dovevano effettuare un percorso costituito da dodici barriere con altezza massima di 1,40 mt. su una lunghezza di circa 1000 mt. Lequio di Assaba, considerato un maestro di stile, sbaragliò gli avversari e con due sole penalità conquistò il titolo olimpico. Una gioia immensa, che fece il paio con l’argento di Alessandro Valerio, maggiore del Reggimento Artiglieria a Cavallo, che chiuse con tre penalità. Bronzo, quindi, per il capitano Lewenhaupt, con quattro penalità.
Più indietro, invece, gli altri azzurri: settimo De Rossi di Santa Rosa, decimo Spighi, diciassettesimo Umbertalli e diciannovesimo Benini. Il cavaliere cuneese, tra i più grandi di sempre, non solo sarà ricordato per essere stato il primo italiano a vincere nel salto ad ostacoli, ma anche nella veste di presidente della Federazione Italiana Sport Equestri, che guidò dal 1960 fino alla sua scomparsa avvenuta il 17 dicembre del 1965.
I vincitori della 54ª edizione del Concorso Letterario
- CONI
La Commissione per l’assegnazione del Premio della 54^ edizione del Concorso Letterario, presieduta da Marino Bartoletti e composta da Paola Pigni, Valerio Bianchini, Piero Mei, Roberto Perrone, Roberto Rosseti e Paolo Francia.si è riunita al CONI e, dopo un approfondito esame delle opere presentate, ha attribuito i seguenti premi:
Sezione Saggistica
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Premio |
Autore |
Titolo |
Casa Editrice |
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1° (euro 3.000) |
Auro Bulbarelli, Giampiero Petrucci |
Coppi per sempre |
Gribaudo |
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2° (euro 2.000) |
Nicola Roggero |
Premier League |
Rizzoli |
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Segnalazioni particolari |
Stefano Pivato |
Storia sociale della bicicletta |
Società editrice il Mulino |
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Segnalazioni particolari |
Paolo Mazzoleni, Giorgio Burreddu e Alessandra Giardini |
La mia regola 18 |
Edizioni Slam Absolutely Free |
Sezione Narrativa
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Premio |
Autore |
Titolo |
Casa Editrice |
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1° (euro 3.000) |
Carlo Felice Chiesa |
Bologna 1925. Fu vera gloria |
Minerva |
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2° (euro 2.000) |
Lucio Schiuma |
La vittoria più grande |
Fondazione polito |
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Segnalazioni particolari |
Angelo O. Meloni |
Santi, poeti e commissari tecnici |
Miraggi |
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Segnalazioni particolari |
Daniele Poto |
Lo sport Tradito. 37 storie in cui non ha vinto il migliore |
Gruppo Abele |
Sezione Tecnica
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Premio |
Autore |
Titolo |
Casa Editrice |
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1° (euro 3.000) |
Luca Bifulco e Mario Tirino |
Sport e scienze sociali. Fenomeni sportivi tra consumi, media e processi globali |
Rogas |
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2° (euro 1.000) ex aequo |
Luca Russo |
Biomeccanica. Principi di biomeccanica e applicazione delle video analisi al movimento umano |
ATS |
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2° (euro 1.000) ex aequo |
Daniele Masala |
Genesi e regolamenti dello sport |
Soc ed. Universo |
|
Segnalazioni particolari |
Andrea Capobianco |
Basket 3x3 i valori educativi, la tecnica. La tattica, la strategia e le emozioni |
Calzetti Mariucci |
Chiude l’edizione dal volto umano inizia l’era dei diritti TV. Italia terza nel medagliere
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Lo scenario incantevole della Città Eterna aveva fatto breccia nel cuore degli appassionati, trasformando i Giochi della XVII Olimpiade in un racconto indimenticabile. Alcune delle gare disputate a Roma entrarono a pieno titolo nella storia dello sport, sia per le prestazioni eccelse, sia per il carisma di taluni campioni che contribuirono al grande successo della manifestazione. Diciotto giorni memorabili, che volgevano al termine, con quel soffio di malinconia che permeò l’aria di quell’11 settembre del 1960. Alle 18.45, allo Stadio Olimpico, iniziò la cerimonia di chiusura, preceduta di qualche ora dall’ultima gara in programma negli sport equestri, il salto ad ostacoli a squadre.
Molti dei protagonisti avevano già fatto ritorno nei rispettivi Paesi, ma l’atmosfera magica non distolse lo sguardo del pubblico dagli atleti, che sfilarono uno accanto all’altro. I portabandiera formarono un arco al centro del campo, mentre il presidente del CIO, Avery Brundage, dichiarava chiusi i Giochi di Roma. In tribuna erano presenti diverse personalità, tra cui le Regine di Grecia e d’Olanda, mentre non c’era il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Sulle note dell’inno olimpico - suonato dall’Accademia di Santa Cecilia - la fiamma del braciere si spegneva lentamente, mentre la bandiera a cinque cerchi veniva ammainata.
Al calar della sera, con il buio che si era impadronito del Foro Italico, decine di migliaia di spettatori, spontaneamente, illuminarono la notte accendendo torce improvvisate con la carta dei giornali, che alla vista della scritta Arrivederci a Tokyo” - apparsa sul tabellone luminoso - non nascosero la loro commozione. Il sipario era calato, ma i ricordi erano ancora vivi.
Per l’Italia non fu solo un successo organizzativo, ma anche sportivo, con lo storico terzo posto nel medagliere (13 ori, 10 argenti e 13 bronzi), alle spalle dell’Unione Sovietica (43, 29, 31) e degli Stati Uniti (34, 21, 16). La squadra azzurra dominò nel pugilato con Nino Benvenuti nei pesi welter, Francesco Musso nei piuma e Franco De Piccoli nei massimi. A completare il successo della scuola italiana contribuirono gli argenti di Primo Zamparini nei gallo, Sandro Lopopolo nei leggeri e Carmelo Bossi nei medi leggeri.
Il ciclismo, poi, mancò di poco l’en plein, con cinque titoli sui sei disponibili. Sante Gaiardoni si aggiudicò prima il chilometro da fermo e poi la prova di velocità su pista (unico ciclista ad aver compiuto questa impresa), cui si aggiunsero i successi di Luigi Arienti, Franco Testa, Mario Vallotto e Mario Vigna nella prova d’inseguimento sui quattro chilometri e quella di Giuseppe Beghetto e Sergio Bianchetto nel tandem. Nelle gare su strada, invece, Livio Trapè vinse l’argento, battuto allo sprint dal sovietico Viktor Kapitonov; mentre, nella prova a cronometro a squadre, si aggiudicò il titolo insieme ad Antonio Bailetti, Ottavio Cogliati e Giacomo Fornoni.
Straordinario ed inaspettato, quindi, il successo del Settebello azzurro, che con Amedeo Ambron, Giuseppe D’Altrui, Luigi Mannelli, Rosario Parmegiani, Danilo Bardi, Gianni Lonzi, Brunello Spinelli, Salvatore Gionta, Giancarlo Guerrini, Franco Lavoratori, Eraldo Pizzo e Dante Rossi conquistò il secondo titolo olimpico nella pallanuoto dopo Londra 1948. Grande vetrina anche per l’equitazione, che con i fratelli D’Inzeo, Raimondo e Piero, si aggiudicò l’oro e l’argento nel salto ad ostacoli individuale, cui fece seguito la medaglia di bronzo nella prova a squadre assieme ad Antonio Oppes. La scherma, alle prese con un cambio generazionale, conquistò due successi nella spada: Giuseppe Delfino nella prova individuale e in quella a squadre con Alberto Pellegrino, Carlo Pavesi, Edoardo Mangiarotti, Fiorenzo Marini e Gianluigi Saccaro. Nel fioretto a squadre, di contro, gli azzurri Edoardo Mangiarotti, Alberto Pellegrino, Luigi Carpaneda, Mario Curletto ed Aldo Aureggi furono sconfitti in finale dall’Unione Sovietica e si dovettero accontentare dell’argento.
Straordinario, quanto incredibile, il trionfo di Livio Berruti, capace di eguagliare per ben due volte il record del mondo nei 200 metri.
Il bottino di trentasei medaglie fu poi completato dagli argenti di Aldo Dezi e Francesco La Macchia nella canoa C2 1000 mt.; da Tullio Baraglia, Renato Bosatta, Giancarlo Crosta e Giuseppe Galante nel canottaggio quattro senza; da Giovanni Carminucci nelle parallele della ginnastica; da Galliano Rossini ne piattello del tiro a volo; nonché dai bronzi di Giuseppina Leone nei 100 mt. donne; da Abdon Pamich nella 50 km. di marcia; da Romano Sgheiz, Ivo Stefanoni, Franco Trincavelli, Fulvio Balatti e Giovanni Zucchi nel canottaggio quattro con; da Valentino Gasparella nel ciclismo velocità su pista; da Franco Menichelli nella ginnastica corpo libero e nel concorso generale a squadre con Giovanni Carminucci, Pasquale Carminucci, Gianfranco Marzolla, Orlando Polmonari e Angelo Vicardi; da Giulio Saraudi nel pugilato medio massimi; da Wladimiro Calarese nella sciabola individuale e nella prova a squadre con Roberto Ferrari, Giampaolo Calanchini, Pier Luigi Chicca e Mario Ravagnan; da Irene Camber, Antonella Ragno, Velleda Cesari, Bruna Colombetti e Claudia Pasini nel fioretto a squadre femminile; da Sebastiano Mannironi nel sollevamento pesi; da Antonio Ciciliano, Antonio Cosentino e Giulio De Stefano nella vela classe Dragoni.
Nel corso dei Giochi romani furono migliorati 32 primati olimpici e 7 record mondiali nell’atletica leggera. Nella velocità, dopo trent’anni di egemonia a stelle e strisce, il primatista mondiale, il tedesco Armin Hary, si aggiudicò il titolo nei 100 mt., mentre, Berruti, vinse nei 200 mt. Splendida, ancora, la finale dei 400 mt., con il tedesco Carl Kaufmann e lo statunitense Otis Davis appaiati all’arrivo con il record mondiale di 44”9. Al fotofinish, però, la spuntò Davis, che corse gli ultimi 100 mt. in 10”8. In campo femminile, tuttavia, la grande protagonista fu Wilma Rudolph, la Regina della Olimpiade romana.
La gazzella nera, che corse con un piccolo apparecchio ortopedico ai piedi, retaggio di una poliomielite infantile, s’impose nei 100, nei 200 e nella staffetta 4x100 mt., facendo letteralmente impazzire il pubblico. Epico, poi, il successo dello sconosciuto Abebe Bikila. L’atleta etiope vinse la prima maratona olimpica disputata di notte, trionfando a piedi scalzi sotto l’Arco di Costantino, con il primato olimpico di 2h15’16”2. Un flash-back memorabile, ricordato con una targa commemorativa in via San Gregorio, dove tagliò lo storico traguardo.
Il Palazzo dello Sport dell’EUR consacrò un altro grande campione: Cassius Marcellus Clay, oro nei medio massimi di pugilato. Il 18enne di Lousville qualche anno dopo avrebbe rivoluzionato il mondo della boxe diventando uno dei campioni più amati e criticati del panorama internazionale. Nel nuoto dominarono Australia e Stati Uniti con quattro ori per parte, con l’unica eccezione dei 200 mt. rana femminili che videro imporsi la britannica Anita Lonsbrough. La grande stella fu la statunitense Chris Von Saltza, che vinse nei 400 mt. stile libero e nelle staffette 4x100 mt. stile libero e mista.
Sette in totale i record mondiali stabiliti nelle prove natatorie. Nella ginnastica l’Unione Sovietica la fece da padrona: Boris Sachlin conquistò 4 ori, 2 argenti e un bronzo, un risultato storico, così come la performance della sua connazionale, Larisa Latynina, che si aggiudicò due ori e salì sul podio in tutte le specialità. Roma sarà ricordata anche per due prime volte: il cronometraggio affidato alla Federazione Italiana Cronometristi e la copertura televisiva.Solo in quell’occasione le misurazioni non furono affidate all’Omega SA, ma alla F.I.Cr., che si affidò ad 82 cronometristi, tra cui il futuro scrittore Luciano De Crescenzo.
La televisione coprì buona parte del programma di gare, con 106 ore di trasmissione da parte della RAI. Il Comitato Organizzatore e in particolare il presidente del CONI, Giulio Onesti, ebbero il merito di stipulare i contratti televisivi, vendendo i diritti alla CBS per 660.000 dollari e all’Eurovisione per 540.000 dollari. Una grande innovazione, quella dei Giochi della felicità, che resteranno scolpiti per sempre nella memoria del nostro Paese.
Partecipanti: 83 Nazioni - 5338 Atleti (4727 Uomini; 611 Donne) - Italiani 280 (246 Uomini; 34 Donne)
Medaglie Azzurre : 13 Oro – 10 Argento – 13 Bronzo
Comunicato stampa
- CONI
La Giunta Nazionale del CONI, riunita oggi al Foro Italico in via informale, ha condiviso all’unanimità un testo redatto in base alla delega ricevuta dal Consiglio Nazionale dello scorso 5 agosto, che aveva dato mandato all’organo dell’Ente di elaborare una proposta per tutelare le oggettive necessità del movimento, respingendo in ogni sua componente (FSN, DSA, EPS, AB, Rappresentanti territoriali, Atleti, Tecnici e membri CIO) - nelle forme e nei contenuti - alcuni articoli e passaggi dei testi dei decreti attuativi della legge delega relativa allo sport italiano.
Il documento odierno, espressione delle istanze del movimento, è stato successivamente portato all’attenzione dei Presidenti federali, che ne hanno analizzato i vari punti approvandone in modo unanime la finalità e le rivendicazioni avanzate. Il testo, comprensivo di alcune integrazioni recepite dopo aver sentito anche le altre componenti, verrà portato in approvazione nella prossima riunione formale del Consiglio Nazionale.te. Il testo, comprensivo di alcune integrazioni recepite dopo aver sentito anche le altre componenti, verrà portato in approvazione nel Consiglio Nazionale che si terrà il 17 settembre al Foro Italico.
Dominio azzurro nella spada: per la terza vota consecutiva la squadra vince l’oro
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Quell’ultimo acuto di un’Olimpiade indimenticabile. Il 9 settembre del 1960 la scherma azzurra vinse il titolo nella spada a squadre, regalando all’Italia la tredicesima medaglia d’oro. Sei i protagonisti di quell’impresa: i lombardi Edoardo Mangiarotti, Carlo Pavesi e Gianluigi Saccaro; il torinese Giuseppe Delfino e gli “stranieri” Fiorenzo Marini ed Alberto Pellegrino, nati rispettivamente a Vienna e Tunisi. Una squadra talentuosa e determinata, ma soprattutto figlia di una scuola, quella italiana, che da molti anni dominava nel panorama internazionale.
Tra il 1920 ad Anversa e i Giochi della XVII Olimpiade di Roma, gli spadisti azzurri fecero incetta di medaglie, conquistando sei ori, due argenti e un bronzo. Edoardo Mangiarotti, Delfino e Pavesi si aggiudicarono ben tre titoli consecutivi, tra Helsinki 1952 e Roma 1960, mentre, Pellegrino, bissò il titolo di Melbourne 1956. L’Italia era quindi la grande favorita nella prova a squadre di spada in programma al Palazzo dei Congressi.
Le avversarie da battere erano l’Ungheria, la Svizzera, l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna, guidata dallo scozzese Allan Jay, che nella finale della prova individuale perse solo allo spareggio con Delfino. Le venticinque squadre partecipanti furono divise in sette gironi da tre team l’uno: le due migliori, sulla base della percentuale vittorie/sconfitte ed assalti vinti/persi, si qualificavano direttamente per i quarti di finale. Le altre prime due classificate di ogni gruppo, invece, disputavano gli ottavi di finale. L’Italia era inserita nel gruppo uno, insieme a Portogallo e Stati Uniti.
Nella prima sfida gli spadisti azzurri sconfissero per 9-7 i portoghesi, al termine di un match molto equilibrato, risolto da Saccaro (3), Marini (3), Mangiarotti (2) e Pavesi (1), che ebbero la meglio su José de Albuquerque (3), Manuel Borrego (2), José Ferreira (2) e José Fernandes (0). Più agevole, poi, l’incontro con gli Stati Uniti (Henry Kolowrat, David Micahnik, Ralph Spinella Roland Wommack), vinto con un secco 9-2, grazie ai punti conquistati da Delfino (3), Saccaro (2), Mangiarotti (2) e Pavesi (2). Gli statunitensi, quindi, superarono per 10-6 i lusitani.
L’Italia non solo vinse il proprio girone con due vittorie, ma si qualificò direttamente ai quarti di finale insieme all’Ungheria. Le altre quattordici squadre, di contro, si affrontarono in match ad eliminazione diretta che promossero al turno successivo la Svezia (9-4 al Belgio), l’Unione Sovietica (9-0 al Giappone), la Germania (9-5 alla Finlandia), il Lussemburgo (9-8 al supplementare sulla Polonia), la Gran Bretagna (9-5 agli Stati Uniti) e la Svizzera (9-8 all’overtime con la Francia). Nei quarti l’Italia superò per 9-3 la Svezia (Göran Abrahamsson, Hans Lagerwall, Berndt-Otto Rehbinder, Orvar Lindwall), con i punti conquistati da Pellegrino (3), Pavesi (3), Delfino (2) e Mangiarotti (1). Nelle altre sfide Unione Sovietica, Ungheria e Gran Bretagna vinsero senza troppi patemi su Germania, Lussemburgo e Svizzera.
In semifinale, di contro, gli azzurri dovettero faticare un po’ di più per avere la meglio sull’Unione Sovietica, guidata dal campione del mondo Bruno Habarovs. Delfino (3), Pellegrino (3), Pavesi (2) e Saccaro (1) s’imposero per 9-6 su Arnold Cernusevic (2), Habarovs (2), Valentin Cernikov (1) e Guram Kostava (1), confermando ancora una volta lo strapotere azzurro. Nell’altra semifinale, di contro, la Gran Bretagna superò di misura i vicecampioni olimpici uscenti dell’Ungheria per 8-7. I sovietici, poi, nella finale per la medaglia di bronzo, non concessero nulla ai magiari superandoli con il punteggio di 9-5.
L’Italia, davanti ad un pubblico trionfante, concesse ben poco alla Gran Bretagna (Allan Jay, Michael Howard, John Pelling, Henry Hoskyns), che dovette arrendersi di fronte alla forza di Delfino (3), Pellegrino (3), Pavesi (2) e Mangiarotti (1). Una vittoria straordinaria, che valse all’Italia il terzo titolo consecutivo, ma soprattutto la consacrazione nell’olimpo della spada, che per mano di quei sei indimenticabili campioni diventò leggenda.
Yeman Crippa firma l'impresa a Ostrava: record italiano sui 5 mila metri, 30 anni dopo Antibo
- ATLETICA
Yeman Crippa entra nella storia dell'atletica azzurra. Serata da leggenda per il 23enne a Ostrava: dopo 30 anni fa cadere il record italiano dei 5000 metri. L’azzurro ha corso in 13:02.26 e migliorato il primato che dal 1990 apparteneva a Totò Antibo (13:05.59). Un record che era nell’aria, fortemente voluto dal talento delle Fiamme Oro, terzo al Golden Spike alle spalle dell’ugandese Jacob Kiplimo (12:48.63) e dell’etiope Selemon Barega (12:49.08), al termine di una gara coraggiosa, tutta all’inseguimento dei migliori. Crippa si appropria del record dei 5000 dopo essersi impadronito anche di quello dei 10.000 ai Mondiali di Doha nella scorsa stagione, conclusi all’ottavo posto. Serata magica per l’azzurro allenato da Massimo Pegoretti, che in carriera ha già vinto il bronzo europeo nei 10.000 a Berlino 2018 e il bronzo agli Eurocross di Lisbona 2019.
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