I due D’Inzeo lottano per il primato degli ostacoli: vince Raimondo, Piero è secondo
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Il 7 settembre del 1960, non fu semplicemente una giornata indimenticabile per l’equitazione azzurra, ma rappresentò l’esaltazione di uno stile inimitabile, quello impersonificato dai fratelli D’Inzeo. Raimondo e Piero dominarono la prova del salto ostacoli individuale, aggiudicandosi rispettivamente la medaglia d’oro e quella d’argento ai Giochi della XVII Olimpiade di Roma. Si appassionarono agli sport equestri per via del padre, Costante, un maresciallo di cavalleria dell’Esercito, genitore molto severo, tra i fondatori della gloriosa Società Ippica Romana.
Piero era un concentrato di tecnica, mentre, Raimondo, era più impetuoso ed irrequieto. Raimondo montò per la prima volta in sella a sette anni, diventando poi ufficiale di cavalleria dell’Arma dei Carabinieri, a differenza del fratello maggiore, ufficiale di cavalleria dell’Esercito. Nei mesi che precedettero i Giochi di Roma, il tenente colonnello Raimondo D’Inzeo, dovette alternare gli allenamenti ad interventi di odine pubblico a cui il suo reparto era comandato a causa delle violente manifestazioni contro il Governo Tambroni. Una situazione non certo facile per chi doveva puntare alla gara olimpica.
I due “Fratelli d’Italia” fecero il loro esordio ai Giochi di Londra del 1948, gareggiando ininterrottamente fino al 1976, per ben otto edizioni consecutive, un record assoluto detenuto in coabitazione con la canoista Josefa Idem, che, però, disputò le prime due Olimpiadi sotto la bandiera tedesca. Raimondo D’Inzeo si classificò al sesto posto nel concorso completo individuale ai Giochi di Helsinki del 1952, mentre, quattro anni dopo a Stoccolma (dove si disputarono le prove di equitazione della edizione olimpica di Melbourne 1956, a causa delle norme troppo restrittive sull’importazione dei cavalli in vigore in Australia) vinse la medaglia d’argento nel salto ostacoli a squadre - con il fratello Piero e Salvatore Oppes - e nell’individuale, dove fu sconfitto dal fortissimo tedesco Hans Günter Winkler.
L’anno prima, ai Mondiali di Aquisgrana, proprio il campione uscente Winkler, gli aveva impedito di vincere il suo primo titolo iridato, che arrivò, però, nel 1956, sempre ad Acquisgrana, in sella a Merano. Il cavaliere di Poggio Mirteto, si ripeterà poi nel 1960, a Venezia, con Gowran Girl. A Roma, nello straordinario scenario di Piazza Di Siena, dove i D’Inzeo erano di casa (Raimondo vinse l’omonimo Concorso ippico internazionale nel 1956 e nel 1957, mentre Piero nel 1958), si sfidarono 60 cavalieri in rappresentanza di 23 paesi.
Raimondo, in sella a Posillipo, era tra i favoriti, con i tedeschi Winkler e Fritz Thiedemann, rispettivamente su Halla e Metheor. L’Ovale di Villa Borghese, era uno dei percorsi più difficili in campo internazionale, con quattordici ostacoli e diciassette barriere, estremamente selettivi, specie per la riviera e la doppia gabbia, che provocarono il ritiro di quasi la metà dei cavalieri partecipanti. Nelle prime ore del mattino si disputò la prima manche, che vide come protagonista assoluto Raimondo D’Inzeo, autore di un percorso netto. Solo l’argentino Naldo Dasso, con 4,00 penalità, riuscì ad impensierirlo.
Piero D’Inzeo, in sella a The Rock, chiuse con 8,00 penalità, posizionandosi al terzo posto, al pari del francese Max Fresson su Grand Veneur. Più staccati, con 12,00 penalità, gli statunitensi George Morris e Hugh Wiley, l’altro francese Bernard de Fombelle e l’ungherese István Suti. La seconda manche, decisiva per l’assegnazione delle medaglie, iniziò alle 14.00. L’ordine di partenza era inverso rispetto alla classifica della prima manche.
Piero D’Inzeo concluse la sua prova con 8,00 penalità, per un totale di 16,00, che gli valse la testa della classifica provvisoria, davanti al britannico David Broome (23,00) e a Morris (24,00). C’era grande attesa, quindi, per le prove di Dasso e Raimondo D’Inzeo. L’argentino, su Final, fu protagonista di una gara disastrosa, che gli costò 24,00 penalità, che sommate alle 4,00 iniziali, lo relegarono al settimo posto.
A Piazza di Siena scese un gran silenzio, Raimondo D’Inzeo stava per iniziare la sua prova. Il 35enne azzurro, per vincere l’oro, doveva amministrare il vantaggio nei confronti del fratello Piero. Non forzò e chiuse con 12,00 penalità, conquistando il titolo olimpico tra l’ovazione del pubblico che salutò l’impresa dei “fratelli invincibili”. Non solo un trionfo sportivo, ma uno stile di vita che ammaliò Elisabetta II. La Regina, secondo le cronache di quegli anni, amava spesso ricordare quei due italiani simbolo di successo e di portamento. Due grandi campioni, ma soprattutto due straordinari Signori dello sport azzurro.
Giuseppe Delfino vince l’oro nella spada, finisce le ferie e torna al lavoro
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Una medaglia leggendaria, che per quasi cinquant'anni ha rappresentato una pagina indelebile per la storia dello sport olimpico italiano. Il 6 settembre del 1960, ai Giochi della XVII Olimpiade, Giuseppe Delfino conquistò all’ultimo respiro l’oro nella spada individuale, confermando la grandezza della scuola italiana, che dal 1932 non era mai scesa dal gradino più alto del podio.
Lo spadista azzurro iniziò a tirare di scherma alla fine degli Anni Trenta, nella palestra del dopolavoro FIAT di Torino, ma fu poi costretto ad interrompere la sua carriera sportiva a causa della Seconda Guerra Mondiale. Cinque anni dopo il cessate il fuoco, fu convocato in Nazionale in occasione dei Campionati del Mondo del 1950 a Montecarlo, dove conquistò il titolo iridato nella prova a squadre, che poi si aggiudicò dal 1953 al 1955, nel 1957 e nel 1958, oltre al bronzo individuale vinto a Budapest nel 1959. A Roma era senza dubbio tra i favoriti, viste le tre medaglie olimpiche vinte ad Helsinki nel 1952 e a Melbourne nel 1956: due ori a squadre ed un argento individuale.
Quattro anni prima, ai Giochi australiani, dovette arrendersi a Carlo Pavesi, al termine di uno spareggio infinito, che vide protagonista anche Edoardo Mangiarotti, che completò un podio interamente azzurro. Il 38enne torinese lavorava in fabbrica, prima alla Fiat e poi come funzionario alla Michelin e per partecipare ai vari tornei internazionali utilizzava i giorni di ferie.
Al torneo di spada individuale parteciparono 69 atleti in rappresentanza di 32 Paesi. Il 5 settembre si disputarono i primi due turni, mentre, il giorno successivo, i quarti, le semifinali e la finale. Gli avversari da battere erano il sovietico Bruno Habarovs, campione del mondo in carica e il miliardario scozzese, Allan Jay, campione del mondo di fioretto e vicecampione di spada. L’Italia era rappresentata da Delfino, Alberto Pellegrino e da Giovanni Battista Breda.
Nel primo turno gli schermidori furono divisi in dodici gruppi, che qualificavano alla fase successiva i primi tre classificati di ogni poule. Delfino dominò il gruppo cinque, aggiudicandosi cinque vittorie in altrettanti incontri. Pellegrino e Breda, invece, si classificarono entrambi al secondo posto nei gruppi tre e quattro (quattro vittorie e una sconfitta), alle spalle rispettivamente del giapponese Kuzuhiko Tabuchi e dell’ungherese István Kausz. Nel secondo turno (sei gruppi, che qualificavano i primi quattro spadisti di ogni poule) Delfino si classificò al terzo posto del gruppo tre, dietro al tedesco Dieter Fänger (che lo sconfisse 1-5) e allo svedese Göran Abrahamsson, con uno score di tre vittorie, una sconfitta ed un incontro non disputato. Si qualificarono anche Breda e Pellegrino, che si piazzarono rispettivamente terzo e secondo.
Il giorno successivo, nei quarti di finale, gli azzurri fecero l’en plein: Breda, Pellegrino e Delfino dominarono i rispettivi gironi. Nelle semifinali, di contro, le cose si fecero decisamente più complicate. Delfino, inserito nel gruppo due, venne sconfitto dall’ungherese József Sákovics (2-5) e dal francese Yves Dreyfus (5-6), mentre riuscì a superare il compagno di squadra Breda (5-4), il sovietico Guram Kostava (6-5) e lo svedese Berndt-Otto Rehbinder (6-5). Si classificò al terzo posto, davanti a Breda, che uscì vincitore dallo spareggio per l’ultimo posto utile. Pellegrino, purtroppo, fu eliminato nello spareggio per il quarto posto nell’altro gruppo.
Nel girone finale, che assegnava le medaglie, c’erano i francesi Dreyfus ed Armand Mouyal, l’ungherese Sákovics, il belga Roger Achten e i favoriti Jay e Habarovs, oltre ai due azzurri. Delfino vinse facile per 5-2 con il compagno di squadra Breda e con il campione del mondo Habarovs. Gli altri incontri, invece, andarono sempre oltre il limite di tempo: due vittorie rispettivamente per 6-5 e 7-6 con Mouyal ed Achten, cui si aggiunsero altrettante sconfitte, seppur di misura (5-6), con Sákovics e Dreyfus. Decisiva, quindi, la sfida con il mancino britannico Allan Jay, cui sarebbe bastata la vittoria per aggiudicarsi l’oro.
L’azzurro vinse per 6-5, mentre Jay perse anche l’ultima sfida del girone con Habarovs (2-5) e fu costretto allo spareggio. Delfino, prima della sfida decisiva, secondo quanto narra la leggenda, si accese una sigaretta e sorseggiò un whisky. In pedana cambiò tattica, meno attendista e più votata all’attacco, senza concedere tregua all’avversario. Trionfò per 5-2, conquistando quel titolo così tanto inseguito e che quattro anni prima si era visto sfuggire in quell’indimenticabile spareggio tutto azzurro. Il Palazzo dei Congressi era tutto in piedi per festeggiarlo, mentre in prima fila c’era la signora Carla moglie del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi.
La festa, però, durò poco, Delfino dovette rientrare in azienda, in quanto i giorni di ferie erano esauriti. Lasciò Roma da vincitore, con quell’immensa nobiltà d’animo, che quarantotto anni dopo - a Pechino nel 2008 - Matteo Tagliariol onorò riportando in Italia quel titolo tanto ambito.
Serata di medaglie per la boxe: il bersagliere Musso (Piuma) è in cima al podio
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Il 5 settembre del 1960, dopo undici giorni di sfide intensissime, il torneo di pugilato entrò nel vivo con l’assegnazione dei titoli delle dieci categorie previste dal programma olimpico. Si prospettava, quindi, una grande serata di boxe al Palazzo dello Sport di Roma, definita, da molti, l’evento clou dei Giochi della XVII Olimpiade, tanto che il costo del biglietto arrivò fino a 6.000 lire, ben al di sopra della media degli altri appuntamenti agonistici.
La squadra azzurra fu indubbiamente la più forte della nostra storia olimpica, con ben sei pugili finalisti: Primo Zamparini nei pesi gallo, Francesco Musso nei piuma, Sandro Lopopolo nei leggeri, Nino Benvenuti nei welter, Carmelo Bossi nei welter pesanti e Francesco De Piccoli nei massimi. Gli altri erano americani (3), sovietici (3), polacchi (4) ed uno ciascuno per Cecoslovacchia, Ghana, Sud Africa ed Ungheria. Per l’Italia, purtroppo, ci fu subito una delusione. Nel secondo match, Zamparini fu sconfitto dal sovietico Oleg Grigoryev e si dovette accontentare della medaglia d’argento; mentre, ad inizio serata, l’ungherese Gyula Torok conquistò il titolo dei pesi mosca superando il sovietico Sergey Sivko.
A seguire fu la volta della finale dei pesi piuma (fino a 57 kg.), che vedevano di fronte l’azzurro Francesco Musso e il polacco Jerzy Adamski. Il pugile di Acqui Terme, ma nato in Francia, a Port-Saint-Louis-Du-Rhône, si ritrovò in finale in una categoria che lo vide campione italiano nel 1958 a Terni, prima di passare ai pesi leggeri. Il bersagliere piemontese, infatti, vinse i Mondiali Militari di Bologna sempre nel 1958 e successivamente nel 1960 a Wiesbaden, oltre al titolo italiano di Torino nell’anno olimpico.
In quella categoria, però, militava anche Lopopolo, così, in vista dei Giochi di Roma, il Commissario Tecnico, Natalino Rea, decise di far scendere di categoria Musso, per riportarlo nei pesi piuma. Il torneo ebbe inizio il 26 agosto con la disputa dei sedicesimi di finale, cui erano iscritti 31 partecipanti. Nel primo match Musso ebbe la meglio sullo jugoslavo Miloslav Paunović per 4 -1, mentre, cinque giorni dopo, nei quarti di finale, superò nettamente (5-0) il coreano Song Sun-Cheon.
Il 2 settembre, invece, nei quarti di finale, fu protagonista di un incontro durissimo, che fece suo, di misura (3-2), contro il sovietico Boris Nikonorov, un avversario ostico che l’azzurro superò con tecnica e talento. Il giorno successivo, di contro, non ebbe poi problemi con il finlandese Jorma Limmonen, che liquidò con un secco 5-0. Il suo sogno olimpico era quindi giunto a destinazione, tre riprese interminabili per entrare nella storia.
Un combattimento epico, non solo in un palazzetto stracolmo di spettatori, ma anche davanti a tutta l’Italia incollata al televisore. Nel corso del match Musso sferrò un sinistro diretto al volto di Adamski, guadagnandosi un vantaggio che sembrò essere decisivo. Ancora equilibrio, prima del definitivo allungo nell’ultima e decisiva ripresa, che lo consacrò campione ai punti: 4-1 (60-58, 58-59, 60-56, 59-58, 60-57). Dopo la vittoria rivolse un ringraziamento verso l’alto, in onore del padre, scomparso due anni prima mentre stava disputando i Campionati Mondiali Militari di Bologna.
Un segno del destino, una sorta di premonizione che lo aveva accompagnato nel corso di quei due anni e che trasformarono quella disperazione in una gioia immensa.
Mondiali ad Amburgo: domani la prova individuale, domenica la Mixed Relay. Convocati 5 azzurri
- TRIATHLON
Ci siamo, riparte la stagione internazionale. Il grande triathlon torna sulla ribalta internazionale: due giorni di gare ad Amburgo, due titoli mondiali da assegnare.
Domani è in programma la World Triathlon Series, unica tappa del circuito mondiale della stagione 2020 - funestata dal Coronavirus - che assegnerà la corona iridata individuale su distanza sprint mentre domenica 6 settembre sarà la volta dei Mondiali Mixed Relay, con le nazionali di tutto il mondo pronte a darsi battaglia per il titolo a staffetta.
Per quanto riguarda i colori italiani, nella prova individuale saranno in gara Alessandro Fabian (Trif Dream), Davide Uccellari (G.S. Fiamme Azzurre) e Verena Steinhauser (G.S. Fiamme Oro). Ai nastri di partenza nella Mixed Relay, la formazione azzurra sarà composta oltre che dalla Steinhauser, da Beatrice Mallozzi (G.S. Fiamme Azzurre), Delian Stateff (G.S. Fiamme Azzurre) e a uno dei due uomini definito dopo la gara individuale. Lo staff che supporterà gli azzurri sarà composto da Joel Filliol (Olympic Performance Director), Fabio Rastelli (Performance Manager Squadra Nazionale), Andrea D'Aquino (Tecnico Squadra Nazionale) e Josè Miota (Fisioterapista).
Le gare non si svolgeranno nella consueta cornice del centro cittadino di Amburgo, con la zona nevralgica dell'evento situata ai piedi del municipio, ma si disputeranno nell'area del lago Stadtpark, nella zona nord della città
"Riprendere l'attività agonistica con il Campionato del Mondo assegnato su una gara secca non è per niente facile, ma questo periodo complicato ha stimolato più che mai la capacità di adattamento in ciascuno dei nostri atleti - dice Joel Filliol, Olympic Performance Director della FITRI - L'obiettivo principale in questa occasione sarà quello di esprimersi sin da subito ai massimi livelli, sia individualmente sia come squadra, nonostante tutti i nostri atleti siano reduci da un lungo periodo senza gare". (Foto Fitri)
La tappa di World Triathlon Series di Amburgo valida come Campionato del Mondo e il Mondiale Mixed Relay di sabato 5 e domenica 6 settembre saranno trasmessi in diretta su Rai Sport.
Vittoria indimenticabile di Livio Berruti: primo olimpionico europeo sui 200 metri
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Sabato 3 settembre 1960 sarà ricordato come un pomeriggio leggendario. Ai Giochi della XVII Olimpiade, Livio Berruti entrò nella storia: per la prima volta un atleta non nordamericano vinse i 200 metri olimpici. La gara, infatti, introdotta nel 1900 a Parigi, era stata appannaggio per dieci volte da atleti statunitensi e due volte da canadesi.Poi l’impresa di strappare il titolo olimpico al continente americano riuscirà solo al sovietico Valery Borzov (Monaco 1972), a Pietro Mennea (Mosca 1980), al greco Kostas Kenteris (Sidney 2000).
Il ventunenne studente di chimica fece letteralmente impazzire lo Stadio Olimpico che, gremito in ogni ordine di posto, fu tutto ai suoi piedi per celebrare quel risultato eccezionale. E pensare che in gioventù avrebbe voluto tanto diventare un tennista, ma poi, al ginnasio, il professor Melchiorre Bracco, lo indirizzò prima verso i salti e poi, nel 1956, dopo una sfida vinta con Saverio D’Urso, il miglior velocista della scuola, iniziò il suo percorso nella velocità.
A soli diciotto anni, nel 1957, a quasi vent’anni di distanza, eguagliò il record italiano nei 100 metri (10”4) stabilito nel 1938 da Orazio Mariani. Da quell’anno fece suoi i titoli italiani, sia nei 100 che nei 200 metri, ininterrottamente fino al 1962. Un vero e proprio crescendo di risultati. Nel 1959 a Malmoe eguagliò il record italiano nei 200 metri con il tempo di 20”8, per poi migliorarlo di un decimo all’Arena Civica di Milano. A Duisburg, invece, non solo superò nei 100 metri il fortissimo tedesco Armin Hary (che proprio a Roma si aggiudicherà l’oro), ma ebbe la meglio sul primatista europeo dei 200 metri, il francese Abdoulaye Sèye. Nello stesso anno fu l’unico a sconfiggere lo statunitense Ray Norton, uno dei più forti velocisti dell’epoca.
Alla vigilia dell’Olimpiade, però, insieme all’allenatore delle Fiamme Oro, Aristide Facchini, decise di gareggiare solo nei 200 metri. Una scelta che si dimostrerà azzeccata. Il 2 settembre, i 62 partecipanti si sfidarono in dodici batterie, che qualificarono i primi due classificati, cui vennero aggiunti i tre migliori tempi. Berruti vinse la settima batteria con 21”0, davanti al rappresentante delle Bahamas, Thomas A. Robinson, che chiuse in 21”4. Si qualificò anche l’altro azzurro Salvatore Giannone, che terminò al secondo posto nella dodicesima batteria; mentre, l’altro compagno di squadra, Armando Sardi, fu eliminato.
Nei quarti di finale, poi, Berruti s’impose nella seconda batteria - delle quattro previste, che qualificavano i primi tre atleti - in 20”8, precedendo il polacco Marian Foik e il francese Paul Genevay. Giannone, purtroppo, giunse settimo nella sua batteria e fu eliminato.
L’indomani, nelle semifinali che qualificavano i primi tre delle due batterie in programma, Berruti si trovò un parterre di avversari formidabili. Il velocista torinese, infatti, ebbe la sfortuna di doversi confrontare con tre primatisti del mondo: gli statunitensi Ray Norton e Stone Johnson e il britannico Peter Radford. Ma non solo, in finale si trovò anche il campione uscente, Bobby Joe Morrow, oltre al francese Genevay.
Il C.T. Giorgio Oberweger, che prima della gara andava sempre da Berruti, non si presentò, forse per non dargli la brutta notizia che sarebbe stata una batteria al limite della missione impossibile. L’azzurro, quindi, scoprì il nome degli avversari un momento prima della partenza. Non si scompose, convinto del suo stato di forma e corse i duecento metri più importanti della sua vita con una determinazione incredibile, distanziando di due decimi Norton e di tre Johnson.
Ad un certo punto il boato della folla, Berruti aveva eguagliato il record del mondo con uno strepitoso 20”5, che non solo gli aveva permesso di sovvertire il pronostico, ma lo proiettava tra i favoriti per le medaglie. Nell’altra batteria si qualificarono il francese Sèye (20”8), il polacco Foik (21”0 e lo statunitense Lester Carney (21”1). Neanche il tempo per recuperare le energie, che circa due ore dopo, alle 18.00, era in programma la finale. Mentre tutti si allenavano, l’azzurro se ne andò negli spogliatoi, al fresco, con una bottiglia di aranciata, per riposarsi. Prima della partenza fece gli auguri ai suoi avversari, come se fosse ai blocchi di partenza quasi per caso. Una mossa che li spiazzò.
Fu protagonista di una partenza perfetta, con un cambio di falcata dopo la curva, con l’occhio al traguardo e le orecchie protese al sopraggiungere dei passi degli avversari. Berruti vinse ancora con uno straordinario 20”5, precedendo di un decimo Carney e di due Sèye, stramazzando poi a terra dopo l’arrivo. Non succedeva dal 1928 che gli Stati Uniti si lasciassero sfuggire i 100 e i 200 metri, mentre, per la prima volta, entrambe le gare furono vinte da atleti europei. Gianni Brera scrisse: “I muscoli deflagrano come in frenesia, ma il gesto è di un’eleganza incredibile, mai vista”. Quello stile indimenticabile di Livio Berruti.
Fantastico Settebello chiude il torneo imbattuto e festeggia tutta la notte
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Giornata memorabile per lo sport italiano. Livio Berruti vinse la medaglia d’oro nei 200 metri, mentre, a tarda sera, il Settebello azzurro si aggiudicò il titolo olimpico nella pallanuoto. Due successi pesantissimi, che portarono a sette il computo delle medaglie d’oro. La pallanuoto azzurra, reduce dalla medaglia di legno dei Giochi di Melbourne del 1956, non partiva con i favori del pronostico, che erano tutti per l’Ungheria, già campione nel 1952 e nel 1956.
Jugoslavia ed Unione Sovietica, poi, sembravano più attrezzate, rispetto alla squadra italiana, che dovette fare i conti con alcune defezioni, in un’epoca in cui gli atleti si dividevano tra nuoto e pallanuoto. Fritz Dennerlein e Paolo Pucci optarono per le discipline natatorie, mentre, Enzo Cavazzoni e Maurizio D’Achille, si trasferirono all’estero per lavoro. Gianni Lonzi, invece, rischiò di non partecipare a causa dei postumi di un incidente stradale. Il Commissario Tecnico, l’ungherese Andrés “Bandy” Zolyomy, decise di affidarsi ad una squadra la cui età media era di poco superiore ai vent’anni, ma che sembrava non essere all’altezza dei colossi dell’Est Europa. Convocò i campani Amedeo Ambron, Giuseppe D’Altrui, Luigi Mannelli e Rosario Parmegiani; i fiorentini Danilo Bardi, Gianni Lonzi e Brunello Spinelli; i laziali Salvatore Gionta e Giancarlo Guerrini; i liguri Franco Lavoratori ed Eraldo Pizzo ed il bolognese Dante Rossi.
Il tredicesimo torneo olimpico di pallanuoto si disputò dal 25 agosto al 3 settembre del 1960, quasi interamente allo Stadio del Nuoto del Foro Italico, ad eccezione di alcune partite della prima fase che ebbero luogo alla Piscina delle Rose. Sedici i paesi iscritti, per un totale di 151 atleti convocati: Stati Uniti e Belgio erano alla loro decima partecipazione, contrariamente al Sud Africa, che scendeva nella vasca olimpica per la seconda volta. La prima fase prevedeva quattro gironi da quattro squadre, con le prime due di ognuno che si qualificavano per la fase successiva.
L’Italia fu inserita nel primo girone con Giappone, Repubblica Araba Unita e Romania. Gli azzurri fecero il loro esordio con la Romania, qualche ora dopo la cerimonia di inaugurazione dei Giochi della XVII Olimpiade. Vinsero di misura per 4-3, con i goal nel primo tempo di Parmegiani e Pizzo, cui seguirono quelli di Lavoratori e Bardi, quest’ultimo decisivo per il successo finale, dopo che i rumeni avevano pareggiato (3-3) con il secondo goal personale di Zahan.
Il giorno successivo s’imposero nettamente sul Giappone, con un perentorio 8-1, grazie alla tripletta di Mannelli, le doppiette di Guerrini e Parmegiani e la rete di Ambron. Nell’ultima giornata della prima fase, l’Italia superò per 9-4 la Repubblica Araba Unita, con la tripletta di Pizzo, le doppiette di Lavoratori e Gionta e le reti di Mannelli e Guerrini. L’Italia vinse così il suo girone con sei punti, davanti alla Romania con quattro.
Nella seconda fase, che iniziò il 30 agosto, le otto squadre promosse vennero divise in due gironi da quattro squadre, con la sola eccezione che i team che si erano incontrati nella prima fase non potevano sfidarsi nella seconda, ma faceva fede il risultato già acquisito. Si qualificavano le prime due per girone. Il primo gruppo era formato da Italia e Romania, provenienti dal primo gruppo e dalla Squadra Unificata Tedesca e dall’Unione Sovietica, provenienti dal secondo gruppo. Italia ed Unione Sovietica, già vincitrici rispettivamente su Romania e Squadra Unificata Tedesca, partirono conseguentemente con due punti in classifica.
Nella prima sfida gli azzurri superarono i tedeschi con un secco 3-0 (marcatori Parmegiani e due volte Pizzo), raggiungendo in vetta alla classifica l’Unione Sovietica che aveva sconfitto per 3-2 la Romania. Il giorno successivo, il Settebello superò con un goal per tempo (Pizzo e D’Altrui) l’Unione Sovietica, che insieme agli azzurri si qualificò al girone decisivo per l’assegnazione delle medaglie. Nell’altro girone, invece, si qualificarono Jugoslavia ed Ungheria. Come nella fase precedente valevano i punti acquisiti negli incontri già disputati, per cui Italia e Jugoslavia partirono con due punti in classifica.
Il 2 settembre l’Italia affrontò la Jugoslavia. Gli azzurri passarono subito in vantaggio al 1’ con Parmegiani, mentre all’8’ del secondo tempo gli slavi pareggiarono su rigore con Žužej. Un minuto dopo, però, fu ancora una volta Parmegiani a regalare la vittoria agli azzurri che conservarono la testa della classifica. In precedenza, invece, Ungheria ed Unione Sovietica avevano pareggiato per 3-3. Il giorno dopo, nell’ultima sfida dei Giochi di Roma, alle 22.50 scesero in vasca Italia ed Ungheria. Al 2’ l’Ungheria si portò in vantaggio con Feikai e due minuti dopo raddoppiò con Dömötör, tra lo sconcerto del pubblico che gremiva l’impianto. L’Italia reagì e al 6’ accorciò le distanze con Bardi, mentre un minuto dopo trovò il pareggio con Lavoratori, che insaccò alla sinistra del portiere ungherese. Alla fine del primo tempo fu ancora Dömötör a portare avanti l’Ungheria.
Nel secondo tempo arrivò il pareggio azzurro, ma il goal venne annullato dall’arbitro austriaco Dirnweber, che, poco dopo, assegnò un rigore all’Italia. A trasformarlo ci pensò Parmegiani e il pareggio era d’oro: 3-3! Il Settebello era campione olimpico, dodici anni dopo il successo di Londra. L’Italia dominò la classifica finale con 13 punti - sei vittorie, nessuna sconfitta e miglior difesa in coabitazione con il Sud Africa - davanti all’Unione Sovietica e all’Ungheria, che per differenza reti vinse il bronzo sulla Jugoslavia. Lo Stadio del Nuoto festeggiò sino a notte fonda quell’indimenticabile ed inaspettata impresa, che ancor oggi è impressa nella memoria di tutti gli appassionati.
Il burbero Bottino è il primo azzurro d’oro nel sollevamento pesi
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Il 31 agosto del 1920, ai Giochi della VII Olimpiade, arrivò un inatteso successo per l’Italia, che poté così festeggiare la dodicesima medaglia d’oro. Nel sollevamento pesi, categoria massimi, Filippo Emanuele Bottino si laureò campione olimpico al termine di una gara condotta in maniera magistrale. Il 31enne di Borzoli, un quartiere nella zona occidentale di Genova, superò brillantemente gli avversari, che nulla poterono contro lo strapotere fisico dell’atleta dal quintale d’oro.
Bottino si avvicinò ai pesi all’età di diciotto anni, dopo aver praticato la ginnastica. Gareggiò prima per la S.G. Pro Sestri, poi per la U.S. Sestri Ponente e tra il 1913 e il 1922 vinse sei titoli nazionali nei massimi e cinque nell’assoluto. Il 21 giugno del 1916, sollevò 145 kg., stabilendo il primato italiano di slancio a due braccia detenuto da Enrico Scuri. Lavorava nella Manifattura Tabacchi di Sestri Ponente ed era un tipo burbero, anche se da alcuni era definito il “pretino”, perché si alzava la mattina presto per andare a Messa. Ma i suoi atteggiamenti provocatori, non mancarono neanche ad Anversa.
Nel ritiro azzurro presso la Scuola di Avenue de Belgique, Bottino non aveva mai fatto mistero di una certa antipatia nei confronti degli schermidori, secondo lui troppo aristocratici e “poco uomini”. E così lo fece presente ad Aldo Nadi, che non la prese bene e lo sfidò a duello. Lo schermidore livornese lo sconfisse con un colpo di frustino, mentre il pesista genovese aveva imbracciato una trave di legno. Fortunatamente tutto finì davanti ad un bicchiere di vino.
Il sollevamento pesi, presente già ad Atene nel 1896, ritornò ad Anversa, dopo l’assenza nelle edizioni di Londra del 1908 e di Stoccolma del 1912. La prova, riservata agli atleti sopra gli 82,5 kg., si disputò al Beerschot Stadium, dove si affrontarono sei concorrenti: il lussemburghese Joseph Alzin, i francesi Louis Bernot e Joseph Duchateau, il danese Ejnar Jensen, lo svedese Otto Brunn e Bottino. Assenti a causa delle conseguenze post-belliche, invece, i temibili austriaci e tedeschi.
Vinceva chi al termine di tre sollevamenti - strappo con un braccio, slancio con un braccio, slancio con due braccia - otteneva il maggior numero di chilogrammi. Bottino partì alla grande vincendo lo strappo con un braccio, il sinistro: sollevò 70 kg., stabilendo il record olimpico, ma soprattutto distanziò di 5 kg. Alzin e Bernot. Successivamente, nello slancio con l’altro braccio, sollevò 75 kg., ma fu superato da Brunn, che con 80 kg. stabilì un altro record. Lo svedese, però, nella prima prova aveva sollevato 60 kg., per cui, con un totale di 140 kg., era salito al secondo posto, al pari di Alzin e Bernot.
Bottino, quindi, nell’ultima prova, lo slancio con due braccia, doveva difendere i 5 kg. di vantaggio. E non deluse ancora una volta. Sollevò 120 kg., così come Alzin, stabilendo un altro primato olimpico. Vinse l’oro con 265 kg., davanti al lussemburghese Alzin (260 kg.) e al francese Bernot (255 kg.). Quel burbero dal cuore d’oro, fu il primo italiano a conquistare il titolo dei massimi nel sollevamento pesi.
Gaiardoni vince ancora nella velocità poi festeggia a Via Veneto
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Che giornata incredibile quel 29 agosto del 1960. Ai Giochi della XVII Olimpiade il ciclismo azzurro sembrava non avere rivali, una squadra perfetta in grado di polverizzare gli avversari. Reduce dai trionfi nella 100 chilometri a squadre, nel chilometro da fermo, nel tandem e nell'inseguimento a squadre, il team azzurro era pronto ad affrontare le semifinali e le finali della prova di velocità su pista. Al Velodromo dell’EUR il grande sogno era quello di vedere Sante Gaiardoni e Valentino Gasparella incrociare le loro ruote nella finale per il titolo olimpico.
I due pistard azzurri, infatti, si erano qualificati, seppur con percorsi diversi, per le sfide decisive che avrebbero assegnato le medaglie. Una gara massacrante per i trenta partecipanti, iniziata il 26 agosto con la disputa di due turni preliminari e dei relativi ripescaggi. Per Gaiardoni quella giornata non fu semplicemente infinita, ma indimenticabile: superò al primo turno l’indiano Clyde Rimple, conquistò il titolo olimpico nel chilometro da fermo e quindi, si qualificò per i quarti di finale della velocità, a spese del sovietico Imants Bodnieks e del tedesco Günter Kaslowski.
Più tortuoso, invece, il cammino di Gasparella. Al primo turno s’impose nella sua serie contro lo spagnolo José Errandonea e l’irlandese Martin McKay; mentre, al secondo turno, si classificò terzo e fu costretto ai ripescaggi. Nei due turni supplementari, tuttavia, s’impose superando nella finale per la qualificazione il colombiano Mario Vanegas.
Gli azzurri erano due atleti titolati, anche se Gaiardoni aveva subito per anni una sorta di sudditanza nei confronti di Gasparella, che alla fine degli Anni Cinquanta era il campione indiscusso e a Roma godeva dei favori del pronostico. Il 25enne di Isola Vicentina, non solo aveva vinto l’oro nell’inseguimento a squadre ai Giochi di Melbourne 1956, ma per due anni consecutivi aveva tolto a Gaiardoni la possibilità di conquistare i titoli iridati nella velocità ai Mondiali di Parigi del 1958 e di Amsterdam del 1959. Due sconfitte brucianti, che sembravano aver minato psicologicamente il campione di Villafranca di Verona, che però, due settimane prima dell’inizio dei Giochi di Roma, riuscì finalmente a coronare il suo inseguimento al titolo iridato, superando in finale a Lipsia il belga Leo Sterckx.
La sfida tra i due pistard veneti, pertanto, prometteva spettacolo. Il 27 agosto fu la volta dei quarti di finale, che Gaiardoni e Gasparella superarono brillantemente, in due sole manche, superando rispettivamente il brasiliano Anésio Argenton e il francese Antoine Pellegrina. Nelle altre due sfide il belga Sterckx superò il britannico Lloyd Binch e l’australiano Ronald Baensch ebbe la meglio sul tedesco August Rieke. Si arrivò così al grande giorno.
Nella prima semifinale Gasparella fu sconfitto a sorpresa - in tre manches - da Sterckx e così tutta la pressione gravò sulle spalle di Gaiardoni. Il ventunenne azzurro non deluse e superò Baensch al termine di tre manche: vinse la prima, cadde nella seconda, mettendo a repentaglio la sua gara - procurandosi fortunatamente solo alcune escoriazioni - e volò nella terza conquistando la sua seconda finale olimpica nel giro di quattro giorni. L’impianto era una bolgia, il pubblico non tratteneva l’emozione e l’attesa era grande per il remake della sfida iridata di un paio di settimane prima proprio tra Gaiardoni e Sterckx.
Nella prima manche l’azzurro s’impose con uno scatto bruciante a 300 metri dal traguardo, senza lasciare scampo all’avversario. Nella seconda, invece, la tattica la fece da padrona. Nella prima fase, con la tensione alle stelle, i due protagonisti sembravano studiarsi, con lo sguardo rivolto l’uno all’altro. Gaiardoni provò l’allungo, ma il belga lo superò involandosi verso il traguardo. A quel punto, l’azzurro lo raggiunse all’ultima curva e con una progressione impressionante lo superò tra le ovazioni del pubblico.
Un meraviglioso trionfo, condito dal bronzo di Gasparella, che si concluse a notte fonda in via Veneto, con gli amici Maurizio Arena e Walter Chiari, al grido: “Gaiardo! Gaiardo! Gaiardo!”.
Quattro assi dell’inseguimento in pista piegano anche la squadra tedesca
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
L’Italia del ciclismo ai Giochi della XVII Olimpiade sembrava una corazzata imbattibile, in uno stato di forma straordinario e magicamente concentrata sull’evento sportivo più importante per la storia del nostro Paese. E così, il 29 agosto del 1960, non tradì le attese e conquistò la quarta medaglia d’oro nell’inseguimento a squadre sui 4000 metri, dopo i successi nella 100 chilometri a squadre, nel chilometro da fermo e nel tandem.
Il quartetto azzurro formato dai lombardi Luigi Arienti e Marino Vigna e dai veneti Franco Testa e Mario Vallotto, salì sul gradino più alto del podio al termine di una gara dominata fin dall’inizio. E pensare che i commentatori dell’epoca davano la Germania e l’Olanda tra le favorite, con la Francia come outsider. L’Italia, seppure fosse una superpotenza nella specialità - con un bottino eccezionale di sei ori e due argenti, ininterrottamente da Anversa 1920 a Melbourne 1956 - non partiva con i favori del pronostico.
La prova fu suddivisa in due giornate: nella prima si disputarono le batterie e i quarti di finale, mentre, nella seconda, le semifinali e le finali. Il 27 agosto le diciannove squadre partecipanti affrontarono il primo turno: si qualificavano i team con i migliori otto tempi. Nella settima batteria gli azzurri superarono la Germania - che comunque si qualificò - con il tempo di 4’38”41, miglior prestazione assoluta. Passarono il turno anche l’Argentina, la Cecoslovacchia, l’Unione Sovietica, i Paesi Bassi, la Danimarca e la Francia, Nei quarti di finale, quindi, il quartetto azzurro vinse nettamente sull’Argentina (Trillo, Contreras, Acosta, Brotto), con oltre nove secondi di vantaggio; mentre, Francia, Germania ed Unione Sovietica superarono rispettivamente Cecoslovacchia, Danimarca e Paesi Bassi.
Due giorni dopo fu la volta delle semifinali. Nella prima la Germania ebbe la meglio sulla Francia, mentre; nella seconda, l’Italia vinse la sfida con l’Unione Sovietica (Moskvin, Romanov, Kolumbet, Belgardt). Fino a metà gara i due quartetti tennero gli stessi ritmi, poi, pian piano, gli azzurri decisero di accelerare, senza concedere nessuna chance agli avversari, tagliando il traguardo con oltre quattro secondi di vantaggio e stabilendo il nuovo record olimpico con 4’28”88.
In finale ritrovarono la Germania (Köhler, Gröning, Klieme, Barleben), che voleva prendersi la rivincita dopo la sconfitta subita al primo turno. L’avvio fu complicato, ma metro dopo metro, gli azzurri recuperarono ritmo e progressione ed ancora una volta i tedeschi dovettero arrendersi alla superiorità dei padroni di casa. Arienti, Testa, Vallotto e Vigna conquistarono l’oro con il tempo 4’30”90, ma soprattutto regalarono all’Italia il terzo titolo olimpico consecutivo nella specialità, mentre, l’Unione Sovietica, si aggiudicò la medaglia di bronzo superando di misura la Francia (Delattre, Suire, Claud, Nédélec).
Quel giorno resterà impresso nella memoria degli oltre diciassettemila spettatori del Velodromo Olimpico per la fantastica prova di forza del favoloso quartetto azzurro.
Storico oro nel canottaggio: una vittoria al bacio nel due con
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Il 29 agosto del 1920, ai Giochi della VII Olimpiade, i fotografi immortalarono il bacio tra Ercole Olgeni e Giovanni Scatturin, un’immagine diventata l’icona di uno storico successo. I due azzurri, insieme al timoniere Guido De Filip, avevano infatti conquistato la prima medaglia d’oro olimpica italiana nel canottaggio, una gioia immensa che diede libero sfogo a quell’esultanza che rese ancor più epica quella vittoria.
L’equipaggio era formato dal trio veneziano composto dal veterano Olgeni, 37 anni, otto medaglie continentali, di cui tre ori; il compagno di club nella Reale Società Canottieri Bucintoro, Giovanni Scatturin, di dieci anni più giovane e il minuscolo timoniere De Filip, che con i suoi 15 anni e 342 giorni, stabilì un temporaneo record di precocità tra i campioni olimpici. La specialità del “due con” tornò ad essere disciplina olimpica nel canottaggio ad Anversa, dopo essere stata disputata una prima volta nel 1900 a Parigi. Continuò a far parte del programma olimpico fino a Barcellona 1992 consacrando alla storia tra gli altri i fratelli Carmine e Giuseppe Abbagnale che, con Giuseppe Di Capua timoniere, vinsero due ori (1984 e1988) e un argento (1992) olimpici oltre a 7 titoli mondiali nella specialità.
I favori del pronostico erano per i francesi, anche se la coppia Giran/Plé, che aveva vinto gli Europei disputati a Macon qualche settimana prima, partecipò alla gara del “due di coppia”, lasciando il “due con” ai compagni Gabriel Poix e Maurice Bouton e al timoniere Ernest Barberolle, che avevano vinto la Coppa Interalleati nel 1919. Quattro gli equipaggi partecipanti che si affrontarono nelle due giornate d gare.
Il 28 agosto si disputarono le batterie. Nella prima, l’Italia, con il tempo di 8’10”, superò nettamente i padroni di casa del Belgio (George Van Den Bossche, Oscar Van Den Bossche, Guillaume Visser), che tagliarono il traguardo con 15 secondi di distacco. Nelle altre due, invece, la Francia e la Svizzera corsero da sole, separatamente, concludendo le rispettive batterie in 9’15 e 8’50”, due prove cronometriche assolutamente indicative vista la mancanza di avversari.
Il giorno dopo, però, nella finale per il titolo nulla era scontato. La Svizzera (Edouard Candeveau, Alfred Felber, Paul Piaget) partì in testa, vogando a 44 colpi al minuto, mentre, l’Italia, mai doma, si riportò sotto ai settecento metri. A quel punto la Francia si fece avanti con decisione, ma l’equipaggio azzurro, con uno sprint vigoroso, superò gli avversari conquistando così il suo primo titolo olimpico. Una volta superato il traguardo, Olgeni si buttò indietro tenendo con la mano destra il remo e cingendo con la sinistra il collo di Scatturin. Un abbraccio gioioso che sfociò in quel bacio indimenticabile, uno scatto che resterà per sempre una pietra miliare nell’iconografia dello sport italiano.
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