Euro 2020: Italia ancora protagonista a Plouay, Longo Borghini d'argento nella prova in linea
- CICLISMO
Italia ancora sul podio ai Campionati Europei di ciclismo in corso a Plouay, in Francia. Dopo i successi nella prova in linea maschile di Giacomo Nizzolo e, tra le Under 23, di Elisa Balsamo, oggi è arrivato l’argento di Elisa Longo Borghini.
L'azzurra (foto FCI), bronzo olimpico a Rio 2016, ha superato il traguardo dietro all'olandese Annemiek van Vleuten, mettendosi alle spalle la polacca Katarzyna Niewiadoma.
Il tandem non teme avversari: Beghetto e Bianchetto scrivono la storia
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
L’Italia continuò la sua marcia trionfale anche nella seconda giornata dei Giochi della XVII Olimpiade. L’aria di Roma era un vero e proprio toccasana per la squadra di ciclismo, che dopo i successi del quartetto Bailetti, Cogliati, Fornoni e Trapè nella 100 chilometri a squadre e quello di Sante Gaiardoni nel chilometro da fermo, trionfò anche nella prova di tandem con la coppia formata da Giuseppe Beghetto e Sergio Bianchetto.
Il tandem azzurro era un duo che si parlava a colpi di pedali, sia per le origini padovane - l’uno di Tombolo e l’altro di Torre di Padova - sia per la comune età, classe 1939. Due coetanei che amavano la bicicletta, ma che fecero enormi sacrifici per inseguire la loro passione: Beghetto si alzava alle tre del mattino per andare ad allenarsi e poi, alle sette, con il padre, andava a lavorare come carpentiere meccanico; Bianchetto, invece, faceva il guardiano di vacche. La preparazione si svolse per venti giorni alle Frattocchie, un istituto di suore fuori Roma. A quel tempo, i pistard italiani erano tra i più forti al mondo e così, il C.T. Guido Costa, decise di non schierare Gaiardoni, preservandolo per la prova di velocità.Al titolare Bianchetto, quindi, affiancò proprio il suo compagno di squadra della Ciclisti Padovani, nonché fresco primatista del mondo sul chilometro da fermo, Beghetto.
La gara si disputò in due giornate: il 26 agosto il primo turno, i recuperi e i quarti di finale; mentre, il giorno successivo, le semifinali e le finali per le medaglie. Al via erano iscritte ventiquattro coppie in rappresentanza di dodici Paesi. Le sfide erano al meglio delle tre manches: quattro giri di pista ognuna, per un percorso di due chilometri. Gli azzurri non partirono con i favori del pronostico, che, di contro, erano sulle spalle dei campioni uscenti dell’Australia - con Ian Browne, campione olimpico a Melbourne 1956, in coppia con Geoff Smith - e dei Paesi Bassi.
Valori tecnici che saltarono già al primo turno, con la doppia sconfitta di Australia ed Olanda, rispettivamente con Germania ed Unione Sovietica e che costrinse le due grandi favorite ai ripescaggi. Uno spareggio drammatico che premiò gli orange a spese degli aussies. Gli azzurri, al contrario, furono esentati dal primo turno ed entrarono in gara nei quarti di finale, dove superarono in due sole manches gli statunitensi Jack Hartman e David Sharp. Il giorno successivo, in semifinale, si trovarono di fronte la forte coppia olandese composta da Marinus Cornelis Paul e Mees Gerritsen, che aveva superato a fatica la Francia in tre manches.
Gli olandesi, però, nel tentativo di infilare gli azzurri all’interno, a causa di un contatto caddero rovinosamente e dovettero arrendersi in due manche. Nell’altra sfida, poi, i tedeschi Jürgen Simon e Lothar Stäber sconfissero i sovietici Boris Vasilyev e Vladimir Leonov. Il bronzo andò ai sovietici, che non disputarono la finalina, a causa del forfait dei Paesi Bassi impossibilitati a gareggiare per i postumi della caduta patita nella sfida con gli azzurri.
La finalissima per il titolo, in un Velodromo Olimpico stipato in ogni ordine di posto, metteva quindi di fronte l’Italia e la Germania. Beghetto e Bianchetto prima di scendere in pista avevano studiato gli avversari, individuando alcuni dettagli della loro strategia. Nella prima manche decisero quindi di portarsi subito in testa e con uno snervante “zig zag” bloccarono sul nascere ogni tentativo di rimonta tagliando il traguardo con il tempo di 10”7. Nella seconda, contrariamente, Beghetto e Bianchetto fecero credere ai tedeschi di essere ancora nella fase di studio, ma ad un giro e mezzo dalla conclusione, con un colpo ad effetto, partirono in volata dalla parte alta del velodromo - fino a sfiorare i 90 km/h - lasciando di stucco Simon e Stäber, che dovettero così arrendersi davanti ai nuovi campioni olimpici.
Dodici anni dopo il successo di Terruzzi e Perona a Londra, il titolo del tandem ritornò prepotentemente in Italia, grazie a quei due ventunenni dalla simbiosi perfetta che scrissero la storia di quell’indimenticabile 27 agosto 1960.
Che bella l'Italbici! Nizzolo domina anche in Europa, Balsamo vince il titolo continentale tra le Under 23
- CICLISMO
La prova in linea agli Europei di ciclismo è una questione prettamente italiana. Per il terzo anno consecutivo, dopo Matteo Trentin ed Elia Viviani, è azzurro il primo ciclista al traguardo della competizione continentale.
Ad aggiudicarsi l’edizione 2020 dei Campionati in corso a Plouay, in Francia, è stato uno straordinario Giacomo Nizzolo, vincitore del titolo in volata. Il brianzolo (foto FCI), fresco campione italiano, ha anticipato all'arrivo il francese Arnaud Demare e il tedesco Pascal Ackermann.
La giornata si era aperta questa mattina con un altro titolo continentale azzurro vinto, nella categoria Under 23, dalla fuoriclasse piemontese Elisa Balsamo che ha battuto in volata l’olandese Uneken, poi argento e la danese Jorgensen.
Europei in Lettonia, sorteggiati i gironi. Dal 15 settembre tre le coppie azzurre in gara
- BEACH VOLLEY
Gli azzurri del beach volley sfidano i migliori del continente ai Campionati Europei in programma a Jurmala (Lettonia) dal 15 al 20 settembre.
Nel corso del sorteggio andato in scena questa mattina le 32 coppie maschili e le altrettante femminili, sono state inserite in 8 pool da quattro formazioni ciascuna. Nel torneo maschile, i vice campioni olimpici e tre volte campioni continentali (tra le quali una nel 2017 proprio a Jurmala) Daniele Lupo e Paolo Nicolai (foto ANSA) sono stati inseriti, come teste di serie, nella pool E e se la dovranno vedere con Heidrich-Gerson (Svizzera), Walkenhorst-Winter (Germania), Dziadkou-Piatrushka (Bielorussia). Enrico Rossi e Adrian Carambula, anche loro inseriti come teste di serie, sono stati sorteggiati invece nella pool H con Herrera-Gavira (Spagna), Seidl Rob-Waller (Austria), Krattiger-Breer (Svizzera).
Nel torneo femminile, la coppia tricolore composta da Marta Menegatti e Viktoria Orsi Toth sarà impegnata nella pool F con Hermannova-Slukova (Repubblica Ceca), Jupiter-Chamereau (Francia) e Namike-Brailko (Lettonia).
Primo oro per gli azzurri nella 100 km di ciclismo. Il dramma del danese Jensen
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
La prima giornata di gare dei Giochi della XVII Olimpiade riservò subito una grande gioia per i colori azzurri. Il 26 agosto del 1960, l’Italia conquistò il titolo nella 100 chilometri a squadre di ciclismo, con una prova di grande forza del quartetto azzurro formato dal veneto Antonio Bailetti, dai lombardi Ottavio Cogliati e Giacomo Fornon e dall’Airone di Montefiascone, Livio Trapè. La cronometro a squadre si disputò a Roma per la prima volta, mentre in precedenza il titolo veniva assegnato sulla base dei tempi della prova individuale.
Trentadue le squadre partecipanti, che alle nove del mattino (in una giornata dal caldo infernale e con una temperatura di 34° all’ombra), a distanza di due minuti l’una dall’altra, lasciavano via dell’Oceano Pacifico per infilarsi sulla Cristoforo Colombo, in un circuito di 33,3 chilometri da percorrere tre volte. La prima a partire fu l’Indonesia e dopo una quindicina di squadre fu la volta della favorita Germania, che si presentò con Gustav-Adolf Schur ed Erich Hagen, due dei reduci del bronzo di Melbourne 1956. Seguirono, quindi, le altre favorite: Olanda, Italia ed Unione Sovietica.
Al primo quarto di gara gli azzurri conducevano sull’Unione Sovietica, la Francia, la Svizzera e la Germania. La Danimarca, invece, rallentò. Uno dei componenti del quartetto, Knud Enemark Jensen, fu vittima di un giramento di testa. Barcollò e fu quasi sul punto di cadere. A quel punto, Baunsof lo afferrò per la maglietta e lo tenne in sella, mentre Bangsborg lo sosteneva sull’altro fianco. Gli spruzzarono l’acqua della sua borraccia, che sembrava averlo rimesso in sesto e così Baunsof, rassicurato, lo lasciò andare. Passarono pochi secondi e Jensen crollò sull'asfalto torrido. Un flash-back drammatico: l’ambulanza lo trasportò privo di conoscenza sotto una tenda militare vicino all’arrivo, mentre la corsa procedeva.
A metà gara gli azzurri erano ancora in vantaggio, con i tedeschi che recuperavano e si portavano a sette secondi, seguiti dai sovietici a venticinque. Nell’ultimo e decisivo giro l’Unione Sovietica andò in crisi, mentre uno dei ciclisti tedeschi fu costretto ad abbandonare. Gli azzurri, tuttavia, continuavano a mantenere la testa della corsa, con Danimarca e Svezia alle spalle. Bailetti, Cogliati, Fornoni e Trapè produssero l’ultimo sforzo e tagliarono il traguardo al termine di una gara massacrante con il tempo di 2h14’33”53 (alla media di 44,589 km./h.); con un vantaggio di 2’23” sulla Germania (Schur, Adler, Hagen, Lörke) e 4’08” sull’Unione Sovietica (Kapitonov, Klevcov, Melichov, Petrov). Un trionfo davanti al giubilo della folla accorsa per festeggiarli.
Nel pomeriggio, però, la drammatica notizia: Jensen non ce l’aveva fatta, il ciclista danese non aveva più ripreso conoscenza. A distanza di quarantotto anni dalla scomparsa del maratoneta portoghese Francisco Lázaro, a Stoccolma, un altro luttuoso evento aveva colpito i Giochi. Un triste inizio per le Olimpiadi che cambiarono il mondo, ma che regalarono un sorriso tutto azzurro.
Gaiardoni fa l’impossibile: vince il km da fermo e a Villafranca suonano le campane
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Le prime competizioni di ciclismo ai Giochi della XVII Olimpiade di Roma saranno ricordate per il susseguirsi di emozioni che ne caratterizzarono lo svolgimento. Nella tarda mattinata la prima medaglia d’oro conquistata dal quartetto azzurro formato da Bailetti, Cogliati, Fornoni e Trapè nella 100 chilometri a squadre di ciclismo; nel pomeriggio la tragica notizia della scomparsa del danese Jensen, colto da malore proprio nel corso della prova su strada, e poi, in serata, lo straordinario successo di Sante Gaiardoni sul chilometro da fermo.
Il ventunenne veneto non solo confermò la grande tradizione italiana su pista (quattro anni dopo la vittoria di Leandro Faggin a Melbourne), ma stabilì anche il nuovo record del mondo sulla distanza. Nato a Villafranca di Verona da una famiglia contadina, fin dall’infanzia si appassionò alle due ruote. Folgorato da una bicicletta esposta nel negozio del suo paese, che il padre, però, non volle comprargli (ritenendo proibitivo il prezzo di 17mila lire dell’epoca), non si perse d’animo e fece una scommessa con l’allora proprietario Aldo Faccioli: avrebbe usato la bicicletta per una gara e, in caso di vittoria, se la sarebbe tenuta senza pagargliela.Detto, fatto.
Lavorò come operaio alla Saira, sfrecciando in bicicletta per raggiungere il posto di lavoro, mentre, con la Villafranchese, prima società, iniziava la sua ascesa sportiva. Si trasferì giovanissimo a Milano con la famiglia, proprio in zona Sempione, a due passi dal mitico Vigorelli, cedendo al corteggiamento del commendator Dino Cappellaro, un commerciante di pietre preziose, presidente della gloriosa società milanese dell’Azzini, che lo convinse a vestire la maglia blu-nera della propria squadra.
Gaiardoni era un atleta eccezionale, dalla forza fisica dirompente, che affinò la sua preparazione tra lo storico impianto di via Arona e i lunghi collegiali di preparazione alle Frattocchie, nel Comune di Marino, ad una ventina di chilometri da Roma. La sede era un pensionato gestito dalle suore, dal quale ci si permetteva qualche fuga serale, per sfuggire dalla routine ed immergersi nella dolce vita romana. Sante, detto Gianni per gli amici, al ritorno dagli allenamenti, di nascosto dal C.T. Costa, si mangiava un panino sorseggiando un bicchiere di vino, che una suora gli faceva trovare come una sorta di antipasto.
La squadra italiana di ciclismo alla vigilia era una delle favorite, ma Gaiardoni era considerato un outsider, erano altri gli azzurri favoriti. La sera del 26 agosto del 1960, al Velodromo Olimpico costruito nel quadrante sud-orientale dell’EUR, c’era grande fermento per la gara. La pista era scivolosa a causa dell’umidità di una giornata torrida e i venticinque partecipanti, uno per nazione, erano pronti ad immergersi nell’ovale per coronare il loro sogno olimpico. Gaiardoni - reduce anche dalle batterie della prova di velocità, che aveva superato brillantemente nel corso della giornata - attendeva con ansia il proprio turno. Il tedesco Dieter Gieseler fece registrare un gran tempo (1’08”75), dando l’impressione di aver messo una seria ipoteca sulla vittoria finale.
Fu così la volta di Gaiardoni, ma le cose si misero subito male. Il giudice di gara si scontrò con il tecnico italiano, discutendo sulle modalità di partenza, che poi penalizzarono il pistard azzurro. L’avvio fu disastroso. La gara sembrava compromessa, ma proprio in quel momento Gaiardoni iniziò una progressione incredibile, concludendo la sua prova con il tempo eccezionale di 1’07”27. Un trionfo che fece esplodere gli spalti gremiti da oltre 17.000 spettatori, che non si stancavano di applaudire il nuovo campione olimpico nel giro d’onore. Gieseler si dovette accontentare della medaglia d’argento, seguito dal sovietico Rostislav Vargashkin (1’08”86).
Nel frattempo, a Villafranca, un gruppo di appassionati chiese all’allora sindaco, Arnaldo Brunetto, di salire sulla Torre del Castello Scaligero per festeggiare. Il primo cittadino, a quel punto, consegnò loro le chiavi e i tifosi con il tricolore ed alcuni cartelli salirono in cima per celebrare il successo del loro concittadino. Quel ragazzo di campagna diventato “orgoglio della Nazione”.
Nedo Nadi da record: quinto oro con la sciabola sfida anche il Re del Belgio
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Semplicemente formidabile, un fuoriclasse unico, un atleta dalla volontà ferrea. Questo era Nedo Nadi. Il 27enne livornese, il 26 agosto del 1920, non solo conquistò il titolo olimpico nella sciabola individuale, ma si aggiudicò la quinta medaglia d’oro in dieci giorni di gare, unico schermidore ad aver vinto in tutte e tre le armi nel corso della stessa Olimpiade. Reduce dai trionfi nel fioretto a squadre ed individuale, nella sciabola e nella spada a squadre, l’azzurro, seppure in condizioni non eccelse, dimostrò ancora una volta il suo immenso talento ai Giochi della VII Olimpiade di Anversa.
I giardini di Palazzo Egmont, diventati sua dimora fissa, fecero da sfondo ad una lezione di scherma sensazionale, con una sola sconfitta su ventitré assalti. Il torneo di sciabola si disputò in due giorni. Quarantatré i partecipanti in rappresentanza di nove paesi. L’esclusione dei grandi maestri ungheresi - vittoriosi nel 1908 e nel 1912 con Jeno Fuchs - rappresentava per Nedo Nadi un’occasione imperdibile. L’azzurro, infatti, otto anni prima a Stoccolma, si classificò al quinto posto proprio dietro agli sciabolatori magiari: Fuchs, Békessy, Mészáros e Schenker.
Nel primo turno gli atleti furono suddivisi in cinque gironi: i primi quattro si sarebbero qualificati per le semifinali. Nedo Nadi vinse il girone 3 (mentre il fratello Aldo il girone 2), con cinque vittorie ed una sconfitta, davanti al belga Robert Feverick (3/3), al britannico Cecil Kershaw (3/3) e al compagno di squadra Baldo Baldi (3/3). Oreste Puliti e Federico Cesarano, quindi, dominarono il girone 1; Francesco Gargano e Giulio Rusconi si classificarono rispettivamente secondo e terzo nel girone 4; infine, Giorgio Santelli, chiuse al terzo posto nel girone 5.
In semifinale, poi, il quattro volte olimpionico, non concesse nulla nel girone 2, chiudendo con sei vittorie, davanti all’azzurro Baldi (5/1), all’olandese Jan Van der Wiel (3/3) e al britannico Robin Dalglish (3/3). Negli altri due gironi, invece, si qualificarono gli italiani Aldo Nadi, Puliti, Cesarano e Gargano; gli olandesi Arie De Jong e Henri Wijnoldy-Daniëls; i belgi Léon Tom e Robert Hennet. La squadra azzurra si dimostrò in forma strepitosa, con ben sei atleti su dodici nel girone finale.
Ancora una volta, però, Nedo Nadi non concesse nulla. Undici vittorie, malgrado l’influenza, con sole quattro stoccate subite. Un risultato pazzesco che gli valse il quinto titolo olimpico, davanti al fratello minore Aldo (9/2) e all’olandese De Jong (6/5), che per una stoccata tolse la medaglia di bronzo a Puliti. Nedo Nadi fu indubbiamente il grande protagonista di Anversa ed ancor oggi detiene il record di maggior numero di medaglie d’oro vinte nella scherma nel corso della stessa Olimpiade. Ma non solo.
Da quel 1920 è stato detentore del record assoluto di ori vinti da un atleta nella stessa edizione olimpica, insieme con il ginnasta statunitense Anton Heida (1904), il tiratore statunitense Willis Lee (1920) e il mezzofondista finlandese Paavo Nurmi (1924); fino all’avvento di Mark Spitz, vincitore di sette titoli nel nuoto a Monaco 1972. Un campione di caparbietà, come dimostrò ad Alberto I nel corso della premiazione della prova di spada a squadre. “Siete ancora qui, Monsieur Nadi?”, esclamò il Re. E Nadi, di contro, in maniera quasi irriverente, rispose: “Con il Vostro permesso, conto di tornare ancora davanti a Vostra Maestà”. Una promessa diventata leggenda.
Storia fantastica del ginnasta Zampori dall’orfanotrofio all’oro olimpico
- 100 anni fa i Giochi Olimpiaci ad Anversa
Il 26 agosto del 1920 la ginnastica azzurra si confermò regina ai Giochi della VII Olimpiade di Anversa, con la straordinaria vittoria di Giorgio Zampori nel concorso generale individuale, a distanza di soli due giorni dalla conquista del titolo nella prova a squadre. Una leadership che ribadì i trionfi di otto anni prima a Stoccolma, dove gli azzurri oltre a trionfare nella prova a squadre, s’imposero con un magistrale Alberto Braglia nell’individuale, aggiudicandosi anche il bronzo con Serafino Mazzarocchi.
Giorgio Zampori, cresciuto nei Martinitt milanesi, cominciò a scoprire le sue qualità atletiche proprio nell’istituto benefico dove viveva e studiava. Iniziò giovanissimo l’attività ginnica ed affinò le sue capacità sotto la guida del maestro Guido Romano, diventando a sua volta istruttore. Tesserato per la Ginnastica Miani (divenuta successivamente U.S. Milanese), vinse la sua prima gara al Concorso Internazionale di Bellinzona. Nel 1909 si aggiudicò il bronzo mondiale agli anelli, cui seguiranno il titolo iridato nelle parallele e l’argento al cavallo con maniglie nel 1911.
Ai Giochi della V Olimpiade di Stoccolma, conquistò il titolo a squadre, mentre si dovette accontentare della “medaglia di legno” nell’individuale. L’anno successivo conseguì i titoli mondiali nel cavallo con maniglie, negli anelli e nelle parallele. Una carriera sportiva in grande ascesa, interrotta, purtroppo, dalla Grande Guerra, che lo vedrà in trincea da tenente mitragliatore sul Carso.
Al termine del conflitto riprese la sua attività di insegnante a Brescia e contemporaneamente i suoi allenamenti alla “Forza e Costanza”. Si presentò alla sua seconda Olimpiade a trentatré anni, da uomo maturo e da sportivo esperto, dal carattere taciturno e mai sopra le righe. Il suo grande obiettivo era quello di conquistare il titolo nel concorso generale, che gli era sfuggito nelle diverse competizioni iridate a cui aveva partecipato.
La gara si disputò nell’arco di una giornata e fu lunga ed articolata. I venticinque partecipanti dovevano affrontare otto esercizi su cinque pedane differenti: corpo libero, tre doppie esibizioni (liberi e obbligatori) alla sbarra, alle parallele e agli anelli, per poi concludere con il cavallo con maniglie. Ad ogni esercizio veniva assegnato un punteggio da zero a dieci, con ulteriori due punti per ogni esercizio completato, per un punteggio massimo di novantasei punti. L’azzurro, al termine di una prova massacrante, ma allo stesso tempo eccezionale, fu l’unico a superare quota ottantotto punti (88,35), che gli valsero il titolo olimpico.
Una vittoria sorprendente, davanti al grande favorito, il franco-ispanico Marco Torrés (87,62), due volte campione del mondo nel 1909 e nel 1913. La medaglia di bronzo andò al belga Félicien Kempeneers (86,25). Nei primi otto anche gli azzurri Luigi Maiocco e Luigi Costigliolo, rispettivamente al settimo e ottavo posto. Zampori fu indubbiamente uno dei grandi protagonisti dell’Olimpiade fiamminga, insieme a Nedo Nadi ed Ugo Frigerio. I loro nove ori rimpinguarono e non poco, il bottino azzurro; ma quel ginnasta, bresciano d’adozione, resterà per sempre nella storia dello sport italiano per quell’impresa grandiosa.
Inizia l’Olimpiade che affascinò il mondo. Il miracolo della Germania unita
- 60 anni fa i Giochi Olimpici a Roma
Sono passati sessant’anni da quell’indimenticabile pomeriggio del 25 agosto del 1960, entrato nella storia non solo dello sport italiano, ma di tutto il Paese. Alle 17.46 venivano ufficialmente aperti i Giochi della XVII Olimpiade di Roma, tra i più affascinanti e coinvolgenti del XX secolo. L’Italia, reduce dall’organizzazione nel 1956 dei VII Giochi invernali di Cortina d’Ampezzo, a distanza di quattro anni, si ritrovava ancora una volta con i riflettori del mondo puntati per un evento unico ed irripetibile.
Una sorta di riscatto, dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, una lenta e difficoltosa ricostruzione e quella diffidenza internazionale nei confronti di un Paese fino a quindici anni prima schiavo di una dittatura. Lo sport ebbe un ruolo fondamentale per riconquistare la fiducia degli ambienti internazionali. Un ruolo decisivo ebbero le politiche del Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi e del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giulio Andreotti, che, contrariamente alle prime intenzioni, evitarono la liquidazione del CONI, dotando di nuovi mezzi Giulio Onesti, nominato prima commissario e successivamente eletto presidente.
Una scelta che non solo garantì l’autonomia all’Ente, ma permise ad Onesti di imporsi come figura di primo piano a livello internazionale, sviluppando una politica di amicizia con i paesi emergenti dell’area mediterranea. Roma, quindi, dopo la sconfitta della candidatura del 1904, il ritiro dopo l’aggiudicazione del 1908 - a seguito dell’eruzione del Vesuvio nel 1906 - e la mancata organizzazione del 1944 a causa del conflitto bellico, si candidò per l’edizione del 1960.
La Città Eterna aveva Losanna, Detroit, Budapest, Bruxelles, Città del Messico, Tokyo e Toronto come avversarie. Il 15 giugno del 1955 a Parigi, nel corso della 50° sessione del CIO, fu così scelta Roma, che s’impose al terzo giro per 35 voti contro i 24 di Losanna. Una nuova grande occasione per l’Italia in pieno boom economico.
La città fu dotata di infrastrutture ed impianti che ne disegnarono per anni il tessuto urbanistico, ancor oggi riconoscibile, grazie all’opera del genio architettonico ed ingegneristico di figure di primo piano come Enrico Del Debbio, Annibale Vitellozzi, Pier Luigi e Antonio Nervi, Vittorio Cafiero, Amedeo Luccichenti, Vincenzo Monaco e Luigi Moretti, solo per citarne alcuni. All’Olimpiade romana presero parte 5.338 atleti, di cui 611 donne, in rappresentanza di 83 nazioni, che sarebbero state 84, se Luim Esajas, unico atleta del Suriname, fosse riuscito a raggiungere Roma. Per la prima volta parteciparono Marocco, San Marino, Sudan e Tunisia, mentre le Barbados, la Giamaica e il Trinidad e Tobago, scelsero come unica rappresentanza quella delle Antille. La Rhodesia, poi, unì sotto un’unica bandiera, gli Stati del Nord e del Sud.
La rappresentativa con il maggior numero di atleti fu la Germania con 293, seguita dagli Stati Uniti (292), dall’URSS (283) e dall’Italia (280). Diciassette gli sport presenti: acquatici (tuffi, nuoto e pallanuoto), atletica, basket, pugilato, canoa, ciclismo (su strada e pista), equestri (dressage, completo, salto ostacoli), scherma, hockey su prato, calcio, ginnastica, pentathlon moderno, canottaggio, vela, tiro (a segno e a volo), sollevamento pesi e la lotta (libera e greco-romana).
Quel giorno la città era in fervida attesa, mentre l’adrenalina degli organizzatori saliva a poco a poco. C’erano gli ultimi dettagli da sistemare, ma soprattutto c’era l’emozione di una città che, in rappresentanza di un intero Paese, aveva investito tutta se stessa nell’Olimpiade. Un’ora dopo l’apertura dei cancelli dello Stadio Olimpico, il serpentone degli atleti provenienti dal Villaggio, iniziò a muoversi a piedi verso il Foro Italico, attraversando il Tevere a Ponte Milvio, per poi posizionarsi allo Stadio dei Marmi in attesa della sfilata delle squadre.
Come da tradizione la Grecia aprì il corteo, seguita in ordine alfabetico italiano dal resto delle squadre. Ad un certo punto, comparve la rappresentativa della Repubblica di Cina, ma il cartello che la precedeva recava la scritta Formosa, dato che era stato proibito alla delegazione proveniente da Taiwan di sfilare con il cartello della Repubblica cinese. Quando la delegazione fu nei pressi della Tribuna Autorità, un funzionario mostrò un grande foglio bianco con scritto a mano “Under protest”.
Ma il grande colpo ad effetto fu quello di vedere sfilare le due Germanie unite (dopo i mugugni dell’Est), tant’è che il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, esclamò: “Ma questo è un miracolo!” e di contro, il presidente del CIO, Avery Brundage, commentò: “Talvolta nello sport, ci riesce di fare cose del genere”. Quasi tutte le delegazioni si erano ormai posizionate al centro dello stadio, mentre mancava poco all’ingresso della squadra azzurra.
Tra il tripudio dei 65000 spettatori presenti, l’Italia, guidata dal campionissimo della scherma, Edoardo Mangiarotti - vincitore di ben 11 medaglie olimpiche - fece il suo ingresso accompagnata da scroscianti applausi che salutavano gli atleti con giacca azzurra e pantaloni bianchi, Come da cerimoniale, venne l’ora dei saluti, affidati a Giulio Andreotti e Avery Brundage, cui seguì la dichiarazione del Presidente Gronchi che proclamò l’apertura dei Giochi.
Venne issato il vessillo olimpico e il 43enne discobolo Adolfo Consolini - oro a Londra nel 1948 ed argento ad Helsinki nel 1952 - pronunciò il giuramento degli atleti, con il contemporaneo volo di 5000 colombe bianche e con gli altoparlanti che diffusero il suono di tutte le campane di Roma. Infine, il momento più emozionante della cerimonia, fu l’arrivo della fiamma olimpica, che nel suo viaggio tra l’Egeo e la Magna Grecia, richiamò alla memoria i campioni dell’antichità. L’ultimo tedoforo non fu un campione affermato, ma Giancarlo Peris, un ragazzo di Civitavecchia che aveva vinto i campionati provinciali di corsa campestre sui 1000 mt., come era stato precedentemente stabilito.
Un’immagine che rappresentò come la ricostruzione dello sport italiano fosse partita dal basso. Qualche anno dopo (1966) con l'istituzione dei Giochi della Gioventù, si sarebbe dato il via a quell’innovazione fortemente voluta dal segretario generale del CONI, Bruno Zauli. Quella sorta di staffetta tra il veterano Consolini e il giovane Peris, raffigurò simbolicamente storia e futuro dello sport per celebrare il presente. Quello di un’Olimpiade indimenticabile.
Le medaglie azzurre di Roma 1960
Romano Sgheiz, Ivo Stefanoni, Franco Trincavelli, Fulvio Balatti, Giovanni Zucchi Bronzo – Canottaggio: 4 con
Tullio Baraglia, Renato Bosatta, Giancarlo Crosta, Giuseppe Galante Argento – Canottaggio: 4 senza
Valentino Gasparella Bronzo – Ciclismo::velocità
Giuseppe Beghetto, Sergio Bianchetto Oro – Ciclismo: tandem
Sante Gaiardoni Oro – Ciclismo: cronometro 1.000 m da fermo
Sante Gaiardoni Oro – Ciclismo: velocità
Luigi Arienti, Franco Testa, Mario Vallotto, Marino Vigna Oro – Ciclismo: inseguimento a squadre 4.000 m
Antonio Bailetti, Ottavio Cogliati, Giacomo Fornoni, Livio Trapè – Oro – Ciclismo: cronometro 100 km a squadre
Livio Trapè Argento – Ciclismo: corsa su strada individuale
Franco Menichelli, Giovanni Carminucci, Pasquale Carminucci, Gianfranco Marzolla, Orlando Polmonari, Angelo Vicardi Bronzo - Ginnastica concorso generale a squadre
Franco Menichelli Bronzo – Ginnastica: corpo libero
Giovanni Carminucci Argento – Ginnastica: parallele
Amedeo Ambron, Danio Bardi, Giuseppe D'Altrui, Salvatore Gionta, Giancarlo Guerrini , Franco Lavoratori, Gianni Lonzi, Luigi Mannelli, Rosario Parmegiani, Eraldo Pizzo, Dante Rossi, Brunello Spinelli Oro - Pallanuoto
Giuseppina Leone Bronzo – Atletica: 100 m
Francesco Musso Oro – Pugilato: cat. Piuma
Nino Benvenuti Oro – Pugilato: cat. Welters
Franco De Piccoli Oro - Pugilato: cat. Massimi
Primo Zamparini Argento - Pugilato: cat. Gallo
Sandro Lopopolo Argento – Pugilato: cat. Leggeri
Carmelo Bossi Argento - Pugilato: cat. Welter pesanti
Giulio Saraudi Bronzo – Pugilato: cat. Medio massimi
Livio Berruti Oro – Atletica: 200 m
Edoardo Mangiarotti, Giuseppe Delfino, Carlo Pavesi, Alberto Pellegrino, Fiorenzo Marini, Gianluigi Saccaro Oro – Scherma: spada a squadre
Edoardo Mangiarotti, Luigi Carpaneda, Alberto Pellegrino, Aldo Aureggi, Mario Curletto Argento – Scherma: fioretto a squadre
Giuseppe Delfino Oro – Scherma: spada
Irene Camber, Antonella Ragno - Lonzi, Velleda Cesari, Bruna Colombetti, Claudia Pasini Bronzo – Scherma: fioretto a squadre
Roberto Ferrari, Giampaolo Calanchini, Wladimiro Calarese, Pierluigi Chicca, Mario Ravagnan Bronzo – Scherma: sciabola a squadre
Abdon Pamich Bronzo - Atletica: marcia 50 Km
Wladimiro Calarese Bronzo – Scherma: sciabola individuale
Raimondo D'Inzeo, Piero D'Inzeo, Antonio Oppes Bronzo - Sport Equestri: salto ostacoli a squadre
Raimondo D'Inzeo Oro - Sport Equestri: Gran Premio delle Nazioni
Piero D'Inzeo Argento - Sport Equestri: Gran Premio delle Nazioni
Galliano Rossini Argento - Tiro a Volo: piattello
Antonio Ciciliano, Antonio Cosentino, Giulio De Stefano Bronzo – Vela: classe Dragoni
Sebastiano Mannironi Bronzo - Sollevamento pesi: cat. Piuma
Aldo Dezi, Francesco La Macchia Argento - Canoa C2: 1.000 m
La squadra di ginnastica vince ancora l’oro dopo due mesi di collegiale
- 100 anni fa i Giochi Olimpici ad Anversa
Il 24 agosto del 1920 l’Italia vinse l’ottava medaglia d’oro ai Giochi della VII Olimpiade di Anversa. Nel concorso generale a squadre di ginnastica, gli azzurri, con oltre tredici punti di vantaggio sui padroni di casa del Belgio, conquistarono il secondo titolo olimpico consecutivo, a distanza di otto anni dal trionfo di Stoccolma. Un grande successo, frutto di sacrificio e duro lavoro.
I magnifici ventiquattro, selezionati dal commissario tecnico Manlio Pastorini (un maestro toscano tra i più quotati in Europa), si ritrovarono per due mesi di collegiale a Villa Badia, a Cornigliano, un castello stile liberty sul mare genovese di proprietà del Conte Carlo Raggio. Il 16 agosto, prima della partenza in treno da Torino, sul campo sportivo di Sampierdarena, effettuarono la prova generale ad una settimana esatta dall’esordio olimpico.
La squadra azzurra era composta da Giuseppe Domenichelli, Carlo Fregosi, Francesco Loi, Luigi Maiocco, Lorenzo Mangiante, Paolo Salvi, Giorgio Zampori e Angelo Zorzi, reduci dalla vittoria di Stoccolma; dai liguri Fernando Bonatti, Luigi Cambiaso, Carlo e Luigi Costigliolo, Roberto Ferrari, Romualdo Ghiglione, Ezio Roselli e da Giovan Battista Tubino; dai lombardi Luigi Contessi, Ambrogio Levati, Ferdinando Mandrini, Antonio Marovelli; dal modenese Arnaldo Andreoli, dal vicentino Ettore Bellotto, dal livornese Vittorio Lucchetti e dal cagliaritano Michele Mastromarino.
La prova si disputò al Kielstadion, in due giorni di gare. Cinque le squadre iscritte: Belgio, Cecoslovacchia, Francia, Gran Bretagna e Italia. I concorrenti dovevano cimentarsi in esercizi con attrezzi, sbarra, parallele, cavallo con maniglie ed ostacoli da 70 cm. Si gareggiò con il “medodo tedesco”, uno stile di ginnastica reso popolare da Friedrich Ludwig Jahn ed Adolf Spiess. La Germania, però, a causa delle conseguenze belliche, non partecipò all’Olimpiade, come pure la Svizzera, un’altra delle grandi interpreti della specialità. Gli azzurri confermarono la loro superiorità, ottenendo quasi il 90% del massimo punteggio possibile: 359,855 punti su 404,000.
Medaglia d’argento al Belgio (346,765) e bronzo alla Francia (340,100). Una prestazione sublime che confermò ancora una volta il valore della scuola italiana, ma soprattutto il grande cuore dei ginnasti azzurri.
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