I numeri danno ragione a Claudio Pollio, unico oro olimpico nella lotta libera
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
Passione, sacrificio e sofferenza, ma non solo, numeri e ancora numeri, per raccontare una delle pagine più rocambolesche dello sport italiano. Nel libro dei ricordi non può mancare, infatti, la straordinaria impresa di Claudio Pollio, che il 29 luglio del 1980 conquistò la medaglia d’oro nella lotta libera, categoria minimosca sotto i 48 kg. Un racconto che inizia a Secondigliano, dove un padre, appassionato, avvia i suoi cinque figli alla pratica sportiva. Uno di loro, Claudio, si innamorò della ginnastica artistica, ma purtroppo, a causa della mancanza di strutture adatte, dovette abbandonare quella passione a malincuore.
La grande vitalità, però, lo portò quasi per caso alla lotta libera, una meravigliosa avventura cui ha dedicato gran parte della sua vita. Si iscrisse, a sedici anni, al Gruppo Vigili del Fuoco di Padula, dove fu seguito da Luigi Marigliano, che sin dai primi passi ne intuì le grandi potenzialità. Nel 1975 abbandonò gli studi di perito industriale per trasferirsi al centro federale di lotta a Savona, sotto la guida di Vincenzo Grassi. E' l'anno della svolta.
A soli diciassette anni si classificò secondo ai Giochi del Mediterraneo di Algeri, dove esplose tutto il suo talento. L’anno successivo vinse gli Europei juniores e il torneo preolimpico “Gherardelli”, conquistando il pass per l’Olimpiade di Montreal dove uscì al secondo turno eliminatorio. Una grande esperienza, dove cercò di imparare il più possibile dai suoi avversari. Negli anni successivi fu protagonista di un ulteriore salto di qualità con la vittoria ai Giochi del Mediterraneo del 1979 a Spalato e il quinto posto ai Mondiali di San Diego.
Momenti di grande gioia, ma anche di grande sofferenza. Dovette superare i postumi di un’epatite virale che lo costrinse a disertare la palestra per un anno. Ma non solo, il grande sacrificio di dover sempre rientrare nel peso forma, era diventato quasi un incubo. Ma la voglia di girare il mondo, partendo dalla sua amata Secondigliano, ebbe ancora una volta il sopravvento sul calvario del peso.
A Mosca, malgrado il boicottaggio, erano presenti i lottatori più forti: i padroni di casa dell’URSS, i temibilissimi bulgari, gli iracheni, i siriani, gli ungheresi e quasi tutti gli asiatici. L'azzurro, preparato dall’allora commissario tecnico Vittoriano Romanacci, in cuor suo puntava al bronzo. Il 27 luglio, all’esordio, fece subito un figurone sconfiggendo per 8-4 il fortissimo polacco Jan Falandys (bronzo mondiale e vicecampione europeo in carica). Ebbe poi la meglio sul mongolo Gombyn Khishigbaatar per 17-10.
Il giorno successivo, invece, fu sconfitto nettamente dall’indiano Singh, che lo colse di sorpresa. Fu chiamato all’improvviso, senza potersi riscaldare, ma non riuscì mai ad entrare nel match e fu tradito dal nervosismo. La sfida decisiva, però, fu con il coreano Jang Se-Hong. Fu un inizio complicato, con Pollio sotto 0-3, ma soprattutto alla mercé di avversario tecnicamente fortissimo. Al termine del primo tempo la situazione volgeva al peggio, ma alla ripresa Pollio iniziò a rimontare. Ad un certo punto Jang prese il braccio dell’azzurro e lo fece volare sopra di sé, con il conseguente rischio di farlo cadere di schiena per poi mettere a segno la mossa decisiva. Pollio, incredibilmente, da ex ginnasta, ricadde davanti e prendendogli le gambe dal basso, lo mise al tappeto. Il coreano perse fiducia, accusò la rimonta, prese tre penalità per passività e fu squalificato.
Una vittoria pazzesca, ma soprattutto in condizioni menomate: una spalla fuori posto, legamenti del ginocchio usurati e una costola incrinata. Ma all’Olimpiade il dolore sparisce, mentre l’adrenalina sale. Nell’ultima giornata, decisiva per l’assegnazione delle medaglie, la tensione iniziò a salire al CSKA Sports Complex di Mosca. Pollio incontrò il campione del mondo in carica, il sovietico Sergej Kornilayev. Un avversario che non aveva mai sconfitto nei tre incontri precedenti e che si confermò imbattibile. Il 22enne napoletano, però, limitò i danni, consapevole che nel computo generale i numeri avrebbero potuto fare ancora una volta la differenza.
Un calcolo che sarà decisivo. Nella sfida seguente, Jang, già bronzo, in caso di vittoria con Kornilayev si sarebbe aggiudicato l’argento. Il pronostico era tutto a favore dell’atleta di casa, ma il coreano, con un colpo di genio, schienò l’avversario e si aggiudicò la piazza d’onore. E i numeri, ancora una volta, entrarono in scena, regalando all’Italia la medaglia d’oro più sorprendente. Claudio Pollio si laureò campione olimpico in base alla classifica avulsa a parità di vittorie nel triangolare finale. Una vittoria che resterà l’ultimo successo italiano nella specialità, quello dei numeri perfetti per una medaglia perfetta.
World Athletics, dal 1° settembre riprende qualificazione olimpica per maratona e marcia
- TOKYO 2020
World Athletics, la federazione internazionale di atletica, interromperà la sospensione del sistema di qualificazione olimpica di Tokyo 2020 per gli eventi della maratona e della marcia a partire dal 1 ° settembre, anticipando così il termine del 30 novembre precedentemente fissato.
La decisione è dovuta al timore che non ci siano abbastanza opportunità di eventi valevoli prima che il periodo di qualificazione finisca il 31 maggio 2021.
Il periodo di sospensione era stato introdotto originariamente dal 6 aprile al 30 novembre 2020 a causa della pandemia globale di Covid 19 e rimane comunque in vigore per tutti gli altri eventi di atletica leggera.
Gli atleti potranno registrare gli standard di ammissione alle qualifiche olimpiche dal 1 ° settembre al 30 novembre, ma solo in gare pre-identificate, pubblicizzate e autorizzate che si terranno su corsi certificati World Athletics, con test antidroga in gara.
L'accumulo di punti per le classifiche mondiali e la qualificazione automatica tramite maratone Gold o Platinum rimane invece sospeso fino al 30 novembre 2020.
Il presidente dell'atletica mondiale Sebastian Coe, motivando la scelta, ha spiegato che gli atleti di maratona e marcia potrebbero avere opportunità molto limitate nel 2021 per far segnare i tempi di qualifica a causa dell'incerto svolgimento di eventi di partecipazione di massa.
"La maggior parte delle più importanti maratone sono già state cancellate o rinviate per il resto di quest'anno e l'evoluzione della pandemia rende difficile prevedere se quelle previste per la prima metà del prossimo anno si potranno disputare", ha detto Coe.
“Questa situazione, unita al fatto che gli atleti di maratona e marcia possono produrre solo un numero molto limitato di prestazioni di alta qualità all'anno, restringerebbe davvero la finestra delle qualifiche. Siamo stati inoltre assicurati dall'Athletics Integrity Unit che il sistema antidoping è in grado di garantire la correttezza delle gare su strada durante questo periodo e di assicurare rigidi controlli per tutti gli atleti".
Il 5 agosto riunioni di Giunta e Consiglio Nazionale
- CONI
La 1103ª riunione della Giunta Nazionale del CONI si terrà mercoledì 5 agosto 2020 a Roma, presso il Foro Italico, con inizio alle ore 10.
Questo l'ordine del giorno:
1) Verbale riunione del 2 luglio 2020
2) Comunicazioni del Presidente
3) 276° Consiglio Nazionale CONI
4) Attività Olimpica e Alto Livello
5) Attività Federazioni Sportive Nazionali – Discipline Sportive Associate – Enti di Promozione Sportiva – Attività Antidoping
6) Affari Amministrativi
7) Varie e proposte dei membri della Giunta Nazionale
Il 276° Consiglio Nazionale del CONI si riunirà mercoledì 5 agosto, con inizio alle 15.00, a Roma - presso il Foro Italico - per discutere il seguente ordine del giorno:
1) Approvazione verbale riunione del 2 luglio 2020
2) Comunicazioni del Presidente
3) Attività FSN-DSA-EPS
4) Varie
L'accesso al Salone d'Onore, garantito nel rispetto delle vigenti disposizioni governative chiamate a fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID 19, non sarà consentito ai non aventi diritto a partecipare al Consiglio Nazionale.
La freccia del Sud alza l’indice al cielo: è la vittoria di Pietro Mennea
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
“Recupera, recupera, recupera, recupera, recupera. Ha vinto, ha vinto. Straordinaria impresa di Mennea!”. Come non ricordare, con le parole indimenticabili di Paolo Rosi, l’epilogo di una delle più grandi prestazioni dell’atletica leggera. Un successo diventato storia, che ancor oggi rimane scolpito non solo nella memoria di chi poté assistere alla prima Olimpiade in mondovisione, ma anche in quella di tutti coloro che nel corso degli anni hanno potuto rivedere quelle immagini epiche.
Questa è la storia di una delle più grandi imprese dello sport italiano, ma soprattutto è la storia di un atleta che con perseveranza e voglia di vincere, tra grandi sacrifici ed allenamenti durissimi, ha toccato il cielo con un dito, con quel suo indice diventato leggenda.
Pietro Mennea iniziò la sua carriera sportiva con l’Avis Barletta, seguito dal prof. Franco Mascolo, prima di approdare a Formia, nel 1971, dove, con Carlo Vittori, costruirà un legame indissolubile. Nello stesso anno fece il suo debutto internazionale agli Europei di Helsinki, conquistando una medaglia di bronzo nella staffetta 4x100 mt., ma soprattutto il sesto posto nei 200 mt., la disciplina che lo renderà grande tra i grandi. La sua prima Olimpiade, delle cinque disputate (che rappresentano un record per un velocista, con quattro finali consecutive dal 1972 al 1984), è quella di Monaco. Il 20enne barlettano vinse il bronzo dietro al fortissimo sovietico Valerij Borzov - che si era aggiudicato anche i 100 mt. - e allo statunitense Larry Black.
Il primo grande successo, quindi, lo conquista nel 1974 agli Europei di Roma, titolo che confermerà quattro anni dopo a Praga nel 1978. Alla vigilia della sua seconda Olimpiade, nel 1976 a Montreal, dopo alcuni risultati non altezza delle sue aspettative, decise di non partecipare, ma la spinta dell’opinione pubblica lo convinse a cambiare idea. Fu una delusione: quarto posto ad undici centesimi dal podio. Il titolo olimpico andò al giamaicano Don Quarrie, che precedette gli statunitensi Millard Hampton e Dwayne Evans. Tre anni dopo, però, la grande svolta.
Mennea partecipa alle Universiadi di Città del Messico del 1979, in quanto iscritto alla Facoltà di Scienze Politiche e centra la finale senza troppi patemi. Non solo vince il titolo nei 200 mt., ma compie un capolavoro stabilendo il nuovo record mondiale sulla distanza con il tempo di 19’72”. Una prestazione incredibile, che resisterà per 16 anni e 324 giorni, fino ai Trials americani del 1996, quando Michael Johnson fermò il cronometro a 19’66”. Mennea non si accorse di quanto aveva fatto, seppur avesse staccato di oltre cinquanta centesimi il polacco Leszek Dunecki e il britannico Ainsley Bennett. Solo dopo realizzò quanto aveva compiuto: “Un ragazzo del Sud, senza pista, oggi è riuscito a fare il record del mondo”.
Un atleta che dopo ogni successo pensava alla gara successiva, allenandosi anche otto-nove ore al giorno. Alla sua terza Olimpiade, invece, raggiunse il culmine di una carriera cui mancava solo il sigillo olimpico. Il suo carattere e il peso della tensione che lo vedeva tra i favoriti, ad un certo punto rischiarono di mandarlo in cortocircuito. “Il suo vero nemico - come diceva Vittori - era se stesso”. Il 25 luglio 1980 venne eliminato a sorpresa nella semifinale dei 100 mt. Un colpo durissimo, che la stampa ebbe modo di criticare. Il suo grande avversario, lo scozzese Alan Wells, vinse la medaglia d’oro.
A quel punto Mennea mise in dubbio la sua partecipazione ai 200 mt., ma Vittori lo spronò, cercando di liberarlo da quella responsabilità che lo sovrastava. La prova dei 200 mt. si svolse in due giornate. Nella prima i 63 partecipanti affrontarono le batterie eliminatorie e successivamente i quarti di finale. Mennea s’impose in entrambe superando rispettivamente l’ungherese Ferenc Kiss e il sovietico Nikolay Sidorov. Il giorno seguente, nelle semifinali che qualificavano gli otto candidati alle medaglie, Mennea con il tempo di 20’70” sopravanzò il campione uscente Quarrie. Di lì la grande attesa. Arrivò la sera in quell’interminabile giornata, mentre gli atleti, intorno alle ore 20, iniziavano ad avvicinarsi ai blocchi di partenza. La temperatura era di 23 gradi, con assenza di vento e con un’umidità superiore al 50%.
A pochi attimi dalla partenza i cubani Silvio Leonard ed Osvaldo Lara, i polacchi Woronin e Dunecki, il tedesco orientale Hoff e il giamaicano Quarrie erano alla ricerca della massima concentrazione. Mennea, cui la sorte non regalò nulla, partiva dall’ottava corsia, quella di solito riservata alle lepri, ma soprattutto senza punti di riferimento. Wells, invece, era in settima. L’azzurro era tiratissimo, il suo corpo avvolto da un fascio di nervi. Si posizionò ai blocchi, mentre un giudice di gara, con giacca gialla e guanti neri, gli sussurrò qualcosa. La tensione era alle stelle. Il colpo dello starter decretò la partenza. All’imbocco della curva Mennea e Wells erano appaiati, ma poi lo scozzese allungò e sembrò quasi imprendibile; mentre Leonard e Quarrie avevano almeno due metri di vantaggio. Nel rettilineo l’azzurro sembrava cedere, ma proprio in quel momento di difficoltà, quando tutto sembrava perduto, iniziò una progressione incredibile.
Una reazione rabbiosa, che lo portò a recuperare metro dopo metro, fino a vincere con due centesimi di vantaggio sul grande rivale britannico e con dieci su Quarrie che precedette Leonard. Pietro Il Grande conquistò Mosca, ma soprattutto il cuore degli sportivi, con una rimonta incredibile, quella della resistenza alla velocità, la sua grande dote. E quell’indice al cielo in segno di vittoria si trasformò in oro, come il ricordo di un campione inimitabile, unico e straordinariamente vero. La nostra Freccia del Sud.
Federico Roman vince l’ultima medaglia azzurra nel completo individuale
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
Il boicottaggio dei Giochi Olimpici di Mosca 1980 aveva colpito in maniera significativa lo sport italiano, che dopo un compromesso con il Governo, decise di partecipare gareggiando sotto l’egida del CIO. Una delle discipline più penalizzate, per l’assenza degli atleti militari, fu indubbiamente quella degli Sport Equestri. In quegli anni, la nostra equitazione viveva un momento particolarmente felice, in virtù della tradizione della scuola militare, che aveva portato alla ribalta grandi cavalieri che diedero lustro al nostro Paese con i loro successi. Senza il supporto delle Forze armatae tutto si fece più difficile.
Si giunse, quindi, ad una sorta di mediazione, con la partecipazione autonoma della squadra, che oltre a non avere nessun supporto logistico, venne privata della presenza del tecnico Lucio Manzin. A quel punto, la squadra del concorso completo, si ritrovò in una situazione paradossale, non solo c’era da organizzare una spedizione del tutto anomala, ma da riorganizzare ex-novo. Federico Roman, montando Rossinan, reclutò una squadra che fece perno sul fratello minore Mauro, in sella a Dourakine 4, sulle amazzoni Anna Casagrande, su Daleye, Marina Sciocchetti, su Rohan de Lechereo, che a loro spese, misero in piedi una trasferta rocambolesca che divenne poi leggendaria.
Il cavaliere triestino (figlio di un sottufficiale, come i fratelli D’Inzeo), non solo giocò un ruolo di primo piano nella vicenda (quale leader indiscusso della squadra), ma scelse tre compagni di squadra che si erano formati alle Querce di Casorate Sempione, proprio nel centro ippico del padre. Una vera e propria scommessa. Roman si era formato nella brughiera lombarda, sotto la guida del padre Antonio, già istruttore di cavalleria e presso il Circolo Equestre Federale di Rocca di Papa. A Montreal 1976 era arrivato ad un passo dal podio, classificandosi al quarto posto nella prova a squadre e nono nell’individuale, per cui, i Giochi moscoviti, rappresentavano una nuova grande sfida per conquistare la tanto agognata medaglia olimpica.
Il concorso completo prevedeva tre prove spalmate in altrettante giornate di gara. Il debutto avvenne il 25 luglio con la prova di dressage. Federico Roman chiuse al settimo posto con 54,40 penalità, mentre la testa della classifica fu ad appannaggio del trio polacco formato da Wierzchowiecki, Daniluk e Szlapka. A seguire i sovietici Yuri Salnikov e Valery Volkov, rispettivamente quarto e sesto. Nella seconda giornata, invece, si disputò la prova di cross country, nella quale Roman sbaragliò la concorrenza con sole 49,20 penalità, precedendo i sovietici Aleksandr Blinov (56,40) e Salnikov (93,60). Fu una prova molto selettiva che falcidiò diversi concorrenti, lasciando in gara i più forti. L’azzurro al termine delle due prove balzò al comando della classifica generale con 103,60 penalità, davanti ai due sovietici Blinov (120,80) e Salnikov (146,60).
Alla vigilia dell’ultima e decisiva prova, che prevedeva il salto ad ostacoli, Roman aveva accumulato un vantaggio tale per cui poteva permettersi anche di sbagliare tre ostacoli sui dodici previsti. Il 27 luglio Roman non si fece sopraffare dall’emozione e portò a termine la prova commettendo un solo errore - il terzo elemento della doppia gabbia - che gli valse comunque il titolo olimpico. Il cavaliere italiano poté così esultare con il suo Rossinan, a sedici anni dall’ultimo trionfo italiano firmato da Mauro Checcoli a Tokyo. Una medaglia storica, che a distanza di quarant’anni, rimane l’ultimo successo azzurro nel concorso completo individuale.
Ma non solo, quel giorno resterà scolpito nella memoria anche per l’impresa nella prova a squadre, nella quale, lo stesso Federico, il fratello Mauro, Marina Sciocchetti ed Anna Casagrande si aggiudicarono la medaglia d’argento preceduti solo dai padroni di casa dell’Unione Sovietica. Una doppia impresa che non solo esaltò le loro doti tecniche, ma ne premiò la caparbietà, lungo un percorso accidentato, che giorno dopo giorno forgiò la loro unione, fino a farla diventare una memorabile impresa sportiva.
Sara si sveglia e sale più in alto di tutte cantando De Gregori
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
Viva l’Italia” cantava Francesco De Gregori nel 1979. Un brano indimenticabile, che divenne una sorta di colonna sonora, l’anno successivo, per festeggiare una grande impresa dello sport italiano. Mosca, 26 luglio 1980, finale del salto in alto femminile. La polacca Urszula Kielan sbaglia la misura di 1,97 mt. e l’indimenticato telecronista RAI, Paolo Rosi, dopo una breve esitazione, esulta: “Oro, medaglia d’oro, Sara Simeoni!”.
Una giornata memorabile, che consegnò agli annali il secondo titolo olimpico azzurro al femminile nell’atletica leggera, quarantaquattro anni dopo l’impresa di Ondina Valla a Berlino sugli 80 metri ad ostacoli. La 27enne saltatrice di Rivoli Veronese aveva coronato il suo sogno iniziato a Monaco 1972. Otto anni prima, il presidente del CONI, Giulio Onesti, malgrado la Simeoni avesse saltato “solo” 1,80 mt. nel corso della stagione, chiese di convocarla affinché facesse esperienza. Ebbe ragione: sesto posto e personale migliorato di cinque centimetri.
Quattro anni dopo, il primo podio olimpico a Montreal dietro l’avversaria di sempre, la tedesca dell’est Rosemarie Ackermann. Una crescita costante, frutto di duro lavoro e grandi sacrifici. Nel 1978, quindi, la grande svolta. Il 4 agosto, a Brescia, nel corso di una riunione di atletica tra le nazionali di Italia e Polonia, salta 2,01 mt. stabilendo il nuovo record del mondo. Un risultato eccezionale, il muro dei due metri era stato abbattuto. Qualche settimana più tardi dimostrò ancora una volta tutta la sua classe conquistando il titolo europeo a Praga, eguagliando il suo record.
Mancava, però, ancora qualcosa, per entrare nell’olimpo e Mosca era il palcoscenico ideale per provare la grande impresa. La vigilia non fu delle migliori, fino all’ultimo regnò l’incertezza sulla partecipazione, ma poi, con una formula ad hoc, senza atleti militari, la spedizione azzurra prese parte ai Giochi della XXII Olimpiade. Per la Simeoni cambiava poco, le avversarie più forti erano comunque presenti e la sfida era apertissima. La prova di salto in alto si svolse in due giorni. Il 25 luglio si disputarono le qualificazioni. Delle venti partecipanti, dodici superarono la misura richiesta a 1,88 mt., approdando così alla giornata successiva decisiva per le medaglie.
Il grande giorno era arrivato. Scrosci di pioggia avevano bagnato il prato dello stadio Lenin, la pedana era umida, la zona della gara un andirivieni che minava la concentrazione delle atlete e per l’azzurra fu un momento terribile. Non era in grado di trovare la carica giusta e nel giro di pochi minuti fu assalita da una crisi di panico. Una tragica mezz’ora, nel corso della quale la paura di vincere le faceva tremare le gambe. Fece un salto di prova, ma fu un disastro. Nel frattempo, dalle tribune, il marito allenatore, Erminio Azzaro, le gridò: “Sara svegliati!”. Di lì a poco, la ragione prese il sopravvento, proprio in coincidenza con l’inizio della gara e tutto cambiò.
Le favorite entrarono in gioco a 1,80 mt. Ad un certo punto, un po’ a sorpresa, la Simeoni rinunciò a 1,88 mt., chiedendo la misura successiva a 1,91 mt., che superò in scioltezza insieme alla Kielan e alla Ackermann. Successivamente l’asticella salì a 1,94 mt., ma anche la tensione iniziò a farsi sentire. Era il momento clou. La Ackermann uscì clamorosamente, la campionessa in carica dovette arrendersi tra lo stupore. La Simeoni e la Kielan, invece, volarono senza problemi già al primo tentativo; mentre, l’altra tedesca dell’est, Jutta Kirst, strappò la misura al secondo. La gara si decise a 1,97 mt. Le tre contendenti sbagliarono il primo tentativo, mentre, nel successivo, solo l’azzurra riuscì a superare l’asticella. Era in testa, ma doveva attendere i salti delle sue avversarie. La Kirst sbagliò, mentre la Kielan si giocò l’ultima possibilità. La Simeoni attese con grande trepidazione seduta su un asciugamano rosso. La polacca sbagliò e Sara con un balzo incredibile scattò in piedi alzando le braccia al cielo.
Aveva coronato il suo sogno olimpico, ma prima di festeggiare fece una carezza all’avversaria, sciogliendo quella tensione che divenne gioia. Sul podio del boicottaggio l’Inno di Mameli era proibito, ma l’azzurra intonò “Viva l’Italia”, la colonna sonora di una giornata memorabile.
European Tour, impresa Paratore! Suo il British Masters, 1°successo azzurro in un torneo post ripartenza
- GOLF
Il golf azzuro si prende la vetrina internazionale. L'azzurro colora l’European Tour, grazie alla grande impresa compiuta da Renato Paratore, capace di vincere con 266 colpi (65 66 66 69, -18) il Betfred British Masters, primo di una serie di sei tornei denominati “UK Swing”, tutti a porte chiuse, con cui è ripartito l’European Tour dopo lo stop a marzo per la pandemia.
Quarantaquattro anni dopo il fiorentino Baldovino Dassù (1976) un golfista italiano torna quindi a primeggiare in questo torneo.
Sul percorso del Close House GC (par 71), a Newcastle-upon-Tyne in Inghilterra, Paratore, 23enne romano, ha ottenuto il secondo titolo sul circuito, dopo il successo nel Nordea Masters del 2017, lasciando a tre colpi il danese Rasmus Hojgaard (269, -15) e a quattro il sudafricano Justin Harding (270, -14). Si tratta del primo successo tricolore in un torneo post ripartenza, oltre che in quello del massimo circuito continentale del green maschile.
Secondo dopo il turno iniziale, Paratore ha preso il comando nel secondo giro e ha fronteggiato con molta calma e sicurezza gli attacchi degli avversari, dimostrando una padronanza del gioco in tutte le parti del campo. Ha concluso con un parziale di 69 (-2) colpi, frutto di quattro birdie e di due bogey, tenendo conto che sulle prime 62 buche non ha segnato bogey. Si sono classificati al 38° posto con 281 (69 72 69 71, -3) Andrea Pavan e al 60° con 285 (71 70 66 78, +1) Guido Migliozzi.
L’irresistibile progressione di Maurizio Damilano nella 20 km di marcia vale l'oro e il record olimpico
- 40 anni fa i Giochi Olimpici a Mosca
La magnificenza di Mosca, la cui bellezza ai tempi della Guerra Fredda era solo un racconto di immagini accuratamente selezionate, si trasformò, il 24 luglio 1980, in un palcoscenico con recita a soggetto in cui emerse la classe e la tecnica di Maurizio Damilano. Il 23enne di Scarnafigi si laureò campione olimpico nella 20 chilometri di marcia al termine di una gara ricca di colpi di scena e che tenne con il fiato sospeso gli appassionati fino all’ingresso nello stadio Lenin.
L’azzurro si presentò ai Giochi Olimpici reduce dal sesto posto ai Campionati Europei di Praga del 1978, ma soprattutto dopo la cocente delusione patita nella Coppa del Mondo di Lugano del 1979, quando, a 300 metri dal traguardo, ad un passo dal successo, venne squalificato. A Mosca si presentò come outsider, ma con la consapevolezza di poter lottare almeno per una medaglia. Il grande favorito era il messicano Daniel Bautista, campione olimpico a Montreal 1976.
La gara programmata per il pomeriggio ebbe come protagonista assoluto il meteo, che in controtendenza con il clima moscovita, rappresentò un’autentica variabile: caldo e afa incisero e non poco sull’andamento della gara. Al via si presentarono 34 atleti in rappresentanza di 20 paesi, 25 terminarono la gara, dei 9 che non la conclusero 7 furono squalificati.b L’Italia era rappresentata dai gemelli Maurizio e Giorgio Damilano, allenati dall’altro fratello Sandro.
La prima parte di gara fu controllata dai messicani Bautista e Domingo Colin. Dal quindicesimo chilometro, invece, si trasformò in un vero e proprio thrilling, con colpi di scena a ripetizione. Colin venne squalificato, così come l’altro favorito, lo svedese Bo Gustafsson. A quel punto, Baustista provò l'allungo, mentre il sovietico Anatoly Solomin cercò di rimanergli in scia. Maurizio Damilano, grazie ai consigli a bordo strada di Pino Dordoni (olimpionico ad Helsinki 1952 nella 50 km. di marcia), preferì non cambiare ritmo nel tentativo di riprendere i fuggitivi, ma cercò il recupero in progressione. Quando mancavano poco più di due chilometri arrivò la svolta.
Bautista conduceva con quindici secondi di vantaggio, mentre Solomin precedeva di circa 30-40 metri Damilano. A sorpresa, il giudice capo, il polacco Kirkor, alzò la bandiera rossa e squalificò Bautista. Incredibile, il grande favorito era fuori dai Giochi e per Damilano si aprirono nuovi scenari. Solomin aveva un vantaggio di almeno 20 metri, ma Damilano, tra i vialetti stretti del parco dello stadio, non si diede per vinto gettando il cuore oltre l’ostacolo. Ad un certo punto il russo si bloccò all’improvviso, non per un problema fisico, tutt’altro, ancora una volta si alzò la bandiera rossa che decretò il suo fine gara.
A quel punto Damilano s’involò verso lo Stadio Lenin, con il cuore in gola, ma soprattutto con il maledetto ricordo di un anno prima quando vide svanire i sogni di gloria a pochi metri dl traguardo. Non si voltò, non volle dare l’impressione di essere affaticato, lo sguardo al cielo verso lo schermo, dove si materializzò la sagoma dell’altro sovietico Pyotr Pochenchukma, ma ormai era fatta, la vittoria in pugno, pochi metri e l’impresa diventò realtà. Medaglia d’oro con il tempo di 1h23’35”5 e record olimpico! Le emozioni, però, non finirono. Una volta tagliato il traguardo rimase in attesa dell’arrivo del gemello Giorgio, che si classificherà undicesimo. Un abbraccio che rimarrà scolpito nella memoria dello sport italiano.
L'Italia Team a 365 giorni dai Giochi: "torniamo a sognare per l'Italia, per lo sport"
- TOKYO 2020
365 giorni per tornare a vivere il sogno olimpico, 365 giorni per tornare a far vincere l’Italia. A un anno dall’inizio dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020 e alla vigilia di quella che, se non ci fosse stata la pandemia da Covid 19, sarebbe stata domani la cerimonia di apertura dell’Olimpiade giapponese, l’Italia Team fa squadra e, con un nuovo video, si lancia in questa sfida soltanto rimandata ma viva nel desiderio degli atleti azzurri.
“Torniamo a sognare. Per l’Italia. Per lo sport” dicono i campioni della Squadra Olimpica Italiana, mentre scorrono le immagini dei loro allenamenti quotidiani, degli attimi che precedono il gesto tecnico, delle sfide vinte e di quelle raccolte in questo anno segnato dall’emergenza da coronavirus, proiettandosi verso quelle da vivere insieme il prossimo anno in Giappone.
“Non ho mai smesso di credere, non ho mai pensato fosse finita, non smetterò di correre, ho trattenuto il respiro aspettando il mio momento. Adesso ripartiamo ancora più determinati, la gloria è a un soffio di vento, difenderemo con più grinta, combatteremo con più forza, ci tufferemo ancora più coordinati, fino a quel giorno. Tokyo, 23 luglio 2021”.
A prestare il volto a questo nuovo video dell’Italia Team sono stati campioni e campionesse come Frank Chamizo, Gianmarco Tamberi, Mauro Nespoli, Filippo Tortu, Gregorio Paltrinieri, Giuseppe Vicino, Federica Pellegrini, Paola Egonu, Ivan Zaytsev, Alessia Maurelli e le Farfalle della ginnastica e, tra i tanti, gli azzurri della vela, della scherma, del ciclismo, del nuoto, dei tuffi, del beach volley e della pallavolo. Un messaggio di squadra, quella olimpica italiana, a 365 giorni dal sogno. Con un obiettivo soltanto rimandato: far sventolare in alto il Tricolore sul podio a cinque cerchi di Tokyo.
One year to go: evento in Giappone e campagna social CIO a un anno dai Giochi
- TOKYO 2020
Una kermesse simbolica nel giorno del “-1" anno ai Giochi Olimpici Estivi. Il Comitato Organizzatore di Tokyo 2020 ha deciso di salutare la speciale ricorrenza del countdown con una breve celebrazione all'Olympic Stadium della capitale giapponese, nella venue e all’orario (le 20 nipponiche) destinati a scandire – proprio tra 12 mesi, il 23 luglio del 2021 - la cerimonia di apertura dell’evento a cinque cerchi, rinviato quest’anno a causa della pandemia legata al virus COVID-19. L’evento – trasmesso in diretta streaming sul sito del CONI grazie ad Olympic Channel – si è svolto senza pubblico: presente solo una delegazione degli organi di informazione.
Nell’occasione è stato lanciato un video all’insegna dell’hashtag #StrongerTogether lanciato dal CIO, che include messaggi di gratitudine e di sostegno per chiunque sostenga l’importanza della manifestazione, esprimendo supporto agli atleti impegnati nel loro percorso di avvicinamento ai Giochi. È stata la giovane nuotatrice giapponese Ikee Rikako a farsi portavoce del pensiero collettivo, mentre veniva proiettata la lanterna con la fiamma olimpica, in uno scenario impreziosito da alcuni slogan eloquenti - tra cui “Together we can all win” -, come segno di speranza e di coesione in vista dell’attesa edizione dei Giochi. La ricorrenza è stata celebrata anche via social, sul canale Instagram del CIO @Olympics, grazie alle ginnaste giapponesi Mai Murakami e Kohei Uchimura, all’americana Simone Biles e al nuotatatore statunitense Nathan Adrian.
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