Seleziona la tua lingua

Image

Mamma Caterina da Scampia ordina e Pino Maddaloni esegue. Vent’anni dopo il judo torna d’oro

20 anni fa i Giochi Olimpici a Sydney
images/1Primo_Piano_2020/Pino__Maddaloni2.jpg

Una settimana fenomenale quella del judo ai Giochi della XXVII Olimpiade.La squadra italiana non solo si presentò con una delle spedizioni più numerose di sempre (con nove judoka in gara), ma riuscì nell’impresa di conquistare ben quattro medaglie. Tre bronzi nelle categorie -66, -70 e -78 con Girolamo Giovinazzo, Ylenia Scapin ed Emanuela Pierantozzi, ma soprattutto l’oro con Pino Maddaloni nei -73. Quel 18 settembre del 2000, non fu semplicemente una giornata indimenticabile per lo sport italiano, ma una storia ricca di emozioni.

Maddaloni si appassionò al judo già in tenera età, quando il tatami non era solo un campo di gara, ma una quotidiana frequentazione dovuta alla passione di papà Gianni, fondatore e tecnico di riferimento dello Star Judo Club di Scampia. Il primo successo arrivò a dodici anni, ai Giochi della Gioventù, cui seguirono ben tredici titoli italiani a livello giovanile. Nel 1997 si aggiudicò il tricolore ad Ostia, mentre, nel 1998, conquistò il titolo europeo ad Oviedo, che fece suo anche l’anno successivo Bratislava. Si allenava tra il centro federale di Ostia - seguito dal C.T. Vittoriano Romanacci - e la palestra di Scampia, dove i consigli paterni non mancavano mai.

Per Maddaloni la partecipazione ai Giochi australiani era il coronamento di un sogno. La sera prima della gara chiamò la madre Caterina, che di rimando gli chiese la vittoria: “Porta l’oro o niente”. Parole che lo tormentarono per tutta la sera: “Se sono a Sydney, vuol dire che anch’io posso vincere, anche se il mio viaggio è partito da Scampia ed ho vissuto tra mille difficoltà, più degli altri”. Quella scintilla scoccò e l’indomani, al Convention and Exhibition Centre, accadde qualcosa di grande.

I favoriti erano lo statunitense Jimmy Pedro, campione del mondo nel 1999 e il campione uscente, il giapponese Kenzo Nakamura, già iridato nel 1997. Trentaquattro gli atleti in gara, che si sfidarono in due pool. Il 24enne azzurro delle Fiamme Oro, inserito nella pool B, vinse nettamente il primo incontro con il samoano Travolta Waterhouse, così come quello successivo con il tunisino Hassen Moussa, cui inflisse un ippon in soli cinquanta secondi. Nel terzo e decisivo incontro con il lettone Vsevolod Zelonijs, dopo aver gestito l’iniziale koka di vantaggio, mise a segno uno yuko che lo qualificò alla semifinale.

Nel corso della pausa, tra un match e l’altro, accusò un colpo di sonno, dovuto al fuso orario non ancora smaltito.Il padre Gianni, a quel punto, gli consigliò un pisolino, che lo rimise in forze. Sul tatami lo aspettava il bielorusso Anatoly Laryukov, vice campione europeo nei -71 ad Ostenda nel 1997. L’avvio fu molto complicato a causa di alcune decisioni arbitrali discutibili: fu prima sanzionato con uno shido in quanto troppo passivo e poi con un chui per aver strattonato il pantalone del rivale. Decisioni che avrebbero innervosito chiunque, ma che Maddaloni trasformò in rabbia agonistica.

Giuseppe Maddaloni 2000 judoQuando mancavano quaranta secondi alla fine e le speranze di rimonta erano ridotte al lumicino, il judoka azzurro mise a segno un hippon spettacolare, che ribaltò l’esito della sfida catapultandolo nella finalissima per il titolo olimpico. Un’occasione unica, irripetibile, a cui papà Gianni aveva creduto sin da subito, autofinanziandosi il viaggio per il Nuovo Galles con la vendita dell’amata motocicletta.

Alle 21.30 locali ebbe inizio la finale che lo opponeva al diciottenne brasiliano Tiago Camilo, che aveva sconfitto sia Pedro che Nakamura. L’inizio fu molto tattico, con Camilo che venne punito con uno shido, mentre Maddaloni ottenne un koka. Quando il cronometro segnava 1’35” al termine dell’incontro, l’azzurro si superò ancora una volta, mettendo a segno un hippon che lo consacrò nella storia del judo, vent’anni dopo il successo di Ezio Gamba a Mosca.

Il Principe Alberto di Monaco premiò quello scugnizzo dal sorriso contagioso, che emanava gioia da tutti i pori, ma che sul podio scoppiò in un pianto a dirotto, ripensando a tutti quei sacrifici fatti per conquistare l’oro di Scampia.

Archivio News